A filò lungo il Canale Mussolini 

Questa non è una recensione, e non lo è per diversi motivi. Il primo, senza dubbio, è che Canale Mussolini è stato e sarà ampiamente recensito da nomi noti e da persone serie; il secondo, e mi pare logico, Pennacchi non la leggerà mai (ve lo vedete a passare di qua?) quindi per me sarebbe una totale perdita di tempo lanciarmi in un bidè letterario. Aggiungo a questi motivi, che già mi sembrano validi, il fatto che una recensione dovrebbe essere oggettiva e obiettiva: ma questa mia pseudo-rece non lo sarà.

Com’è che non posso parlarvene mentre giochiamo a briscola e discutiamo del tempo? Be’, “Canale Mussolini” mi ha colpita fin da subito: parliamo la stessa lingua. Quel dialetto veneto misto ferrarese che farebbe inorridire Goldoni e che, probabilmente, a Venezia schiferebbero. Ecco, già trovare un libro “parlato” fa impressione, se poi parla come tu pensi, in dialetto, in dialetto sporco perché sei nato a cavallo del Po, settanta chilometri da Ferrara e duecento metri dal Veneto… oh, ragazzi miei, volete mettere lo shock? Così, in questo filò alla vecchia maniera, si parla di poveracci, di fame, di Italia, di storia in grande che si insinua cattiva tra le pieghe della vita dei piccoli. Insomma, roba che nemmeno le telenovelas brasiliane!

Mi sono innamorata dei Peruzzi, dal primo all’ultimo, dal nonno che finisce in carcere con Rossoni, ai figli e nipoti che girano il mondo partecipando alle guerre del secolo scorso. Ah, già, Rossoni. Voi magari non siete di qui e non siete nemmeno mai stati a Tresigallo, “città del novecento”. Ora, immagino che per qualcuno della “zona rossa”, l’Emilia è tale, lo è convinta, lo è da quando ha smesso d’essere fascista,Tresigallo sia un obbrobrio. Quattro case in croce, divenute paesone, e se vi interessate d’architettura dovreste farci un salto. Angoli smussati ad ogni casa: signori, benvenuti nella cittadina nata fascista, sorta in pochi giorni e dove sta seppellito il Rossoni. Ci è tornato da morto, nel frattempo era cambiato il vento e rischiava d’essere tumulato… ancora vivo.

“Canale Mussolini” ti sbatte coi Peruzzi, e la fame, nell’Agro Pontino: asciutto, almeno ora, dopo che ci avevano provato in tanti. Con loro i mariti e le nuore, una famiglia che cresce a vista d’occhio, dove i figli di uno hanno l’età dei nipoti dell’altro e i vecchi la fanno da padrone. Madonna, una tribù, roba che noi abbiamo dimenticato, come se la famiglia Bradford l’avessero inventata in tivù! E poi si parla di Copparo, dove vivo, e di Codigoro, dove sono nata. Sì, certo, si parla moltissimo dell’Agro Pontino, ma le radici sono rimaste là, da dove sono scappati per non crepare di fame.

Certe cose me le ricordavo, non perché io abbia qualche parentela coi Peruzzi, o forse sì, da queste parti siamo tutti imparentati in qualche modo. In realtà la nonna di mio marito, figlia di mezzadri a San Martino, a uno sputo in bicicletta da Ferrara, mi ha raccontato cose assai simili: perché la fame è universale e l’Emilia sulla terra e la fatica ci ha sempre faticosamente campato.

Ecco, forse, cosa mi ha lasciato questo libro: ricordi più che scoperte, i ricordi dei filò con nonna Luisa e i racconti dei miei vecchi, a Goro. Paese nemmeno sfiorato dai Peruzzi, ma non è che lì ci fosse terra da lavorare ai primi del novecento, c’erano paludi e zanzare, come in Agro Pontino e, forse, più fame di quella che hanno patito i protagonisti veri e finti delle vicende narrate.

Una storia d’Italia che, lasciatemelo dire, nemmeno quella di Montanelli era così piacevole da leggere. Non c’è grossa distinzione tra rossi e neri, vinti e vincitori, alla fine tutti vincono… persino i morti. Vi sembra poco?

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