Che tormento i tormentoni!

Di nuovo ci affidiamo a “Altri mondi”, che riprende un articolo di Annalisa Benini per “Il Foglio”. Partiamo a razzo, senza salutarvi… perché anche i saluti sono luoghi comuni, proprio come “partire a razzo” e come molte altre cose che infilerò in questo post (più o meno volutamente).

Parole fra noi

L’impennata è brusca, il valore è inestimabile, il nubifragio e la colluttazione sono violenti, le prospettive sono incerte. Così Stefano Bartezzaghi, saggista ed enigmista, in “Non se ne può più. Il libro dei tormentoni” (Mondadori). L’economia è in ginocchio, sul Parlamento c’è la bufera (ma per essere moderni è meglio dire: tsunami), questo è un video-choc, la sinistra è allo sbando, si deve voltare pagina e piantarla di mettere le mani nelle tasche degli italiani. Sono i luoghi comuni abusati, le frasi da giornalisti, le parole datate: “cioè” arriva dal 1977 (sostituita da “come dire”, “diciamo”, “voglio dire”, “nel senso che”), “fatemi capire” è da protesta anni Ottanta, “nella misura in cui” è “sinistrese anni Sessanta-Settanta”, “accattivante” è molto anni Ottanta, “performante” anni Novanta, “macelleria sociale” è “sindacale, nuovo millennio”, “in qualche modo” è sempre più ossessivo, e tutti cercano “la qualità” e nuove sfide.

Seguo – e compro libri di – Stefano Bartezzaghi dai tempi di “Anno sabbatico”, era forse il 1995 e io lo leggevo tra un turno e l’altro, all’epoca ero metalmeccanico. La mia lettura incuriosiva i colleghi, perché in fabbrica anno sabbatico è un modo come un altro per dire “cazzeggio a lungo e senza sentirmi in colpa”. Da quel libro molte cose sono cambiate, è cambiato il mondo e sono cambiati anche i tormentoni. Cambiati ma non spariti.

Ci sono parole che diventano tic, modi di dire e di scrivere di cui è difficile liberarsi, immagini terribili come quella del bambino da gettare via con l’acqua sporca che vengono utilizzate per essere certi di farsi capire (ma la connessione tra l’acqua sporca e il bambino è tuttora incomprensibile, e quanto al pelo sullo stomaco o a quelli sulla lingua, o alla povera gatta da pelare, meglio non pensarci). La Lake Superior State University del Michigan ha compilato, fin dal 1976, una lista di parole e frasi da bandire per “cattivo uso, abuso e inutilità”, dopo che i giornali americani, per primi, prepararono elenchi di parole tabù perché troppo usate (secondo Jan Freeman, che scrive di linguaggio sul Boston Globe, il gioco delle parole da odiare o da vietare è assurdo, anche perché succedeva sempre che il giornalista scrivesse, ad esempio sul New York Times nel 1964: “Brilliant è una parola abusata, ma deve essere applicata alla prima del Don Rodrigo”).

Ecco, l’idea di bandire le panzanate la ritroviamo anche in “Non se ne può più”, l’ultimo libro di Bartezzaghi. Titolo che è pure un tormentone, a ben vedere pure “ciao” e “salve” sono tormentoni, ecco perché mi sono concessa il lusso di fare l’antipatica, andando direttamente al sodo senza saluti iniziali. Immagino che “concedersi il lusso” e “andare al sodo” siano frasi abusate e tormentose, ma a porsi il problema si finisce per impazzire.

Per curiosità sociale e per consolazione linguistica, ecco le parole esageratamente in uso nel passato anglosassone: negli anni Venti, dinamico, moderno, propaganda e assolutamente. “Assolutamente” era nelle liste dei divieti, abbandonato da tutti, ma noi l’abbiamo raccolto, consolato, vezzeggiato e reso nostro per sempre, aggiungendo un “sì” se desideriamo il cacao nel cappuccino quando ce lo chiedono o un “no” se non abbiamo mai visto una puntata del Grande Fratello. Negli anni Trenta: sofisticato, contattare, sicuramente, gigantesco. Negli anni Quaranta: memorabile, divino, critico, priorità. Negli anni Cinquanta: favoloso, accogliente, brivido e moderazione. E nei Sessanta: glamour, svolta, significato.

Noterete che la storia dei tormentoni è variegata e internazionale. Bartezzaghi si affida ancora una volta agli amici di “Lessico e nuvole” – fortunata rubrica su “La Repubblica” – per compilare le liste di proscrizione: questo lo si può dire, questo no, questo fa burino, questo è abusato, questo non vuol dire un accidente, questo non è corretto… Beh, sì, lui la racconta alla sua maniera, facendoci ridere di diversi tic, nostri e altrui.

Ci sono in effetti frasi sovraesposte che verrebbe voglia di non ascoltare o leggere più (i nodi al pettine e la polvere sotto il tappeto fanno venire una tremenda angoscia da sporcizia), ma tutti abbiamo le nostre parole preferite, o le frasi con cui ci sentiamo tranquilli, o gli aggettivi dai quali sarebbe crudele separarci. Anche “sopra le righe” avrà per molti un valore sentimentale, e magari qualcuno si è innamorato ascoltando una ragazza dire “portare avanti il discorso”, o “al netto delle critiche”. Carlo Freccero diceva che non poteva ascoltare la parola “autostima” perché gli veniva subito in mente “autolavaggio”, ma allora anche Schadenfreude comincia a essere troppo di moda (con la scusa che non esiste una parola italiana corrispondente), e demagogico è dappertutto.

Sono rimasta turbata nell’apprendere che Michele Mirabella “va in matana” (“andare in matana” non è un tormentone – ma spero possa diventarlo – e sta per “perdere la testa al punto di comportarsi in maniera stramba, da matto” ma detto in chiave ferrarese) se qualcuno dice “io vàluto” – attenzione all’accento – perché la forma corretta è “io valùto”. Pare che Mirabella a questa sconcezza risponda “e io invece ti sàluto e buonanotte”, e anche qui l’accento fa la sua parte. Come vàluto (l’accento lo caccio dove mi pare) questa esternazione? Un tantino esagerata. Non avrò mai occasione di fare quattro chiacchiere con Michele Mirabella e, alla luce dei fatti (tormentone, oh mio Dio!) sto bene comunque.

Bartezzaghi scrive: “Se una persona se la sente di decidere che (per fare un esempio) ‘valido’ non va bene, mentre (per fare un altro esempio) ‘importante’ va bene, poi deve anche prendere a schiaffi i suoi interlocutori che non obbediscono, il che non è da tutti. Lo stesso Moretti, per togliersi la soddisfazione di farlo, ha dovuto girare un film”. Meglio quindi non fare liste di parole vietate e meglio non picchiarsi, ma provare a cambiare ossessione, magari ripescando quelle in disuso, come “un attimino”.

In effetti i tormentoni stancano, ma dopo 250 pagine stanca pure mettere il dito nella piaga. Stavolta Bartezzaghi l’ho trovato “sufistico” (diventerà un tormentone? A Ferrara sta per sofisticato, volutamente complicato), temo che della caccia al tormentone abbia fatto una crociata personale. Capisco il fastidio – e il desiderio di migliorare la lingua (e i media) – ma anche tormentarsi per i tormentoni diventa un vero tormento (e un nuovo gioco da salotto).

g.

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Informazioni su Gaia Conventi

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