Luogocomunismo e risvolti di copertina

L’articolo che vi proponiamo oggi non è nuovo – risale al marzo scorso – ma rimane comunque attuale.

Di “luogocomunismo” e tormentoni abbiamo già parlato, qui ad esempio, con la recensione a “Non se ne può più” di Stefano Bartezzaghi. Nel libro di Bartezzaghi la brutta abitudine aveva orizzonti ampi, ma oggi ci soffermeremo sulla pigrizia mentale – e il lessico smorto – applicato ai libri.

Portiamo alla vostra attenzione i luoghi comuni che compaiono nelle recensioni e nei risvolti di copertina. Non abbiamo controllato quali siano i termini che più spesso rientrano nelle nostre cattivissime segnalazioni, probabilmente non mancano “vaccata”, “stroncatura”, “idiozia” e “merla”. Ne siamo abbastanza certi, così come siamo sicuri di non aver mai usato quel che Mariarosa Mancuso ha scovato in giro. Siamo più bravi di altri? Ma figuriamoci!

Un utile manuale per scovare le frasi fatte dei critici. E darsela a gambe

MARIAROSA MANCUSO PER IL FOGLIO

Succede a tutti, anche se non tutti lo confessano volentieri, per timore di sembrare un po’ sciocchi, molto irritabili, o quantomeno superficiali. Succede che una parola o una frase, letta in una recensione o su un risvolto di copertina, abbia il potere di farci disamorare all’istante. Il libro in questione viene collocato in una (segretissima) lista nera, da cui difficilmente uscirà. “Intenso”, per esempio, perlopiù in unione con “affresco” – si parli di periodi storici o di saghe familiari – mette in fuga il lettore quasi quanto l’aggettivo “poetico” o “lirico” (come diceva Stephen King parlando di scrittura romanzesca: “Se la chiamano prosa, un motivo ci sarà”).

Intenso e affresco – tutta roba che da noi non leggerete mai – sono sicuramente tra le parole che ci fanno immediatamente fuggire da un titolo. Poetico e lirico, invece, riescono ad allontanare noi Gumwriters dall’intero scaffale. In questi casi potete essere certi d’essere incappati in mattoni difficilmente assimilabili, saghe mentali di cialtroni che si girano e rigirano l’ombelico cercandoci una ragione di vita! Se dovete scrivere una recensione – ma chi ve lo fa fare?! – evitate queste panzanate. Se un tomo è indigeribile, ditelo.

E’ bello sapere che non siamo gli unici a coltivare simili reazioni. Michelle Kerns, su Examiner.com, ha messo in fila una ventina di aggettivi e formule sfruttatissimi dai recensori letterari. Variamente mescolati, producono un fai da te della critica, e volendo si può organizzare una tombola: vince il primo lettore che ne trova cinque nello stesso articolo. Perlopiù si tratta di parole che dicono e non dicono, fanno un gran polverone senza andar troppo nei dettagli, suggeriscono senza sbilanciarsi. “Provocatorio”, per esempio, si applica bene a tutto: vale per un romanzo che fa a pezzi l’etica come noi la conosciamo, ma anche per un romanzo che va controcorrente e celebra le virtù contadine. “Crudo” è appena meno maneggevole, presuppone un lettore adulto che non abbia un’idea consolatoria della letteratura e dei suoi dintorni. Ma basta accoppiarlo con “commovente” per riacchiappare i renitenti che vogliono affezionarsi ai personaggi. “Trascinante”, specialmente se il libro supera le trecento pagine, funziona come una bacchetta magica, e vale lo stesso per il neologismo “unputdownable”, impossibile da mettere giù (si intende: dopo aver letto le prime righe). “Attuale” fa da irresistibile calamita per chi legge i libri con l’intenzione di parlarne in società. Molto praticato anche il riferimento ad altri titoli di successo, che si suppone possano far scattare la scintilla: il “Codice da Vinci” ha aperto la strada a innumerevoli complotti universali, Philip Roth viene chiamato come garante appena un giovanotto ebreo debutta con il suo primo romanzo.

Provocatorio sta bene su tutto, non stona mai, non vuol dire niente ma con un po’ di fantasia apre mirabolanti schegge di riforma e controriforma. Crudo lo si applica al noir e al prosciutto, ai libri di Einaudi Stile Libero… che siano roba alla Melissa P. o gialli d’ambientazione moderna, con pistolotto che scredita il lavoro disumano in fabbrica e compagnia bella. Trascinante sostituisce il meno melodrammatico “se vi piace fin dall’inizio, c’è caso che riusciate anche a finirlo”. Commovente sta per “succede poco e niente, ma state certi che uno dei personaggi morirà di lunga e penosa malattia”, attuale indica una cosetta uscita da poco, un classico non troppo barboso e ancora leggibile, un manuale sull’uso di facebook o qualcosa di difficilmente definibile. Unputdownable è una cretinata che ancora da noi non ha attecchito, vale un “è piaciuto a tutte le nostre cavie, se ti fa schifo il problema è tuo”. Il riferimento ad altri titoli dovrebbe sempre mettervi in allarme, se assomiglia a qualcosa… assomiglia a qualcosa che avete già letto: originale come un tarocco!

Rifare l’esercizio con i risvolti e le recensioni italiane produce più o meno gli stessi risultati. In due orette di ricerca abbiamo trovato tutti gli aggettivi esposti al pubblico ludibrio da Michelle Kern, qualche volta anche fatto cinquina. E nello stesso tempo abbiamo collezionato un’altra serie nostrana di variazioni sul tema, perché si sa che i recensori americani scrivono per i lettori, e i recensori italiani invece scrivono per i colleghi. Poiché i risvolti spesso sono di mano dell’autore, il bottino comprende slogan più ricercati. “Lo sguardo” e “la voce”, presi singolarmente o in accoppiata e aggettivati nella maniera più varia, non figurano infatti tra i cliché anglosassoni. Da noi stanno in cima alla lista, assieme al “passato che ritorna” e al fatto che nessuna vicenda, sia essa gialla rosa oppure nera, vale mai per se stessa. E’ sempre metafora di qualcosa: dalla solitudine cosmica dell’individuo allo stato fallimentare della nazione.

Lo sguardo e la voce, che possono essere feroci, fetenti, smaliziati o come vi pare: scrivere un libro non basta più, bisogna aggiungerci almeno uno dei cinque sensi. Il tatto no, non si può avere tatto nelle recensioni, sennò il libro diventa scialbo e si scopre che è soltanto un libro. Uno dei tanti.

Il passato che ritorna è applicabile alle storie d’amore e agli zombie, e spesso le cose si equivalgono. Le metafore devono mettervi in allarme, se il recensore ve le fa notare è probabile che il libro debba essere spiegato: cosa che denota la vacuità di uno scritto alla ricerca di qualcuno che possa dare un senso a certe vaccate. Per fortuna gli scrittori di grido trovano sempre un saggio che spiega certi capolavori a noi poveri stupidi.

Sorprendente” compare in entrambe le liste, perché attrae parecchio e impegna pochissimo. “Divertente” non compare in nessuna delle due. Troppo diretto, troppo semplice, troppo preciso per prestarsi a equivoci, e c’è il rischio che lo scrittore si offenda per l’eternità. Meglio dire, in questi casi, “colto ed esilarante”.

Sorprendente spesso indica “non credevo sapesse pigiare sulla tastiera, eppure…”, orde di recensori che si attendevano un libro assolutamente orrendo ma si consolano trovandolo bruttino.

Ma soprattutto, e valga come regola: non dite mai che un libro è divertente, magari l’autore non se ne era reso conto, o forse ha scritto una chiavica seria che, alla fin fine, riesce solo a farci ridere.

g.

Informazioni su Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

Trackback/Pingback

  1. Il luogocomunismo, ancora lui… « Gumwriters - 28 febbraio 2011
  2. Il luogocomunismo, ancora lui… « giramenti - 20 settembre 2011
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: