Escono a marzo e se non state attenti ve li ritrovate in casa…

Vi segnaliamo alcune uscite editoriali, col solito piglio cialtronesco che ci contraddistingue.
Meglio chiarirlo subito, visto che ci befferemo anche di Saviano.

Lo facciamo “a naso”, in attesa di leggerli… per poterli poi stroncare in maniera più consona.
Stroncare? Ma come? Perché?
Perché le recensioni positive le trovate dappertutto, e magari vi hanno stufato.

Dicevamo – e leviamoci ‘sto dente! – che San Saviano esce con Vieni via con me”.

Roba nuova? No, è un riciclone del programma omonimo. Sia detto, non ho niente contro la tv e non passo il tempo a detestare Saviano. Se evitasse l’auto-crocifissione ad ogni comparsata televisiva sarebbe meglio, ma se vi piace così: è tutto vostro.

Bene, abbiamo sparlato di Saviano e possiamo andare avanti. Adesso lo infilo nei tag e vedrete come sale il contatore visite!

Sempre per la serie “ridi che ti passa”, esce anche “Passo nell’ombra” di Louise Erdrich:
Gil è un pittore affermato, Irene il soggetto dei suoi quadri, che la rappresentano ossessivamente “in tutte le sue incarnazioni”: virginea adolescente, donna matura e incinta, in pose modeste o sfacciatamente pornografiche. un’altalena di esaltazione e umiliazione della donna. Coronata dalla nascita di tre splendidi figli, l’unione di Irene e Gil dovrebbe rientrare nello schema del Sogno americano. Invece, dopo molti anni di matrimonio, la loro vita è diventata un incubo, percorsa com’è da tensioni e aperta violenza. La spiegazione sta in una frase di Irene:”Tu vuoi possedermi. E io ho commesso un errore: ti amavo e ti ho lasciato credere che potevi farlo”. Così la donna, sapendo che il marito legge di nascosto il suo diario, decide di servirsene per manipolarlo. Dalle sue note Gil ricava l’impressione di stare perdendo la presa su di lei. Irene ha smesso di amarlo, e questo si riflette sulla qualità del suo lavoro. Irene si nasconde, e con lei si sottraggono alla sua vista i quadri che Gil vorrebbe ancora dipingere. Tutto crolla, dopo pagine avvincenti e dolorose, fino al tragico finale. Chi aveva ragione? Difficile parteggiare per uno dei due protagonisti: perché nessuno dei due è innocente, perché sono entrambi – reciprocamente – falsi e ingannatori, e infine perché sono uniti nella colpa, nella violenza, nella paura e nel tradimento.

Un bel quadretto, è il caso di dirlo!

L’allegria è assicurata, ma Saviano per me rimane inarrivabile.

“Corpo libero” di Ilaria Bernardini – mi ricorda terribilmente un delitto di questi giorni, non lo nomino sennò finisce che Google mi indicizza l’articolo, per carità! – è la storia di una ragazzina di 14 anni, Martina, che nella vita fa la ginnasta professionista. Martina è andata in trasferta in Romania con il suo team per la qualificazione alle Olimpiadi. Carla e Nadia sono due ragazze della stessa età di Martina ma sono più brave, belle e ricche. Martina le osserva e le supporta come è normale fare in una squadra ma allo stesso tempo le detesta in modo davvero molto profondo. Le tensioni ovviamente sono rivolte anche verso l’esterno, verso le altre squadre alcune delle quali, come ad esempio quella cinese, sembrano davvero essere perfette. Un romanzo che ci aiuta a comprendere tutto ciò che passa nella mente delle ragazze adolescenti sulla strada del successo.
(Lo dice Classificalibri)

Forse un Moccia-style più curato, lo spero vivamente.

“La città dei senza nome” di Daniel Depp, fratello dell’altro Depp, quello che io sostengo si lavi solo a Natale e Pasqua: David Spandau era uno stuntman a Hollywood. Poi, stanco del mondo dello spettacolo, ha deciso di mettersi in proprio e aprire un’agenzia investigativa. Peccato che il primo a chiedere il suo aiuto sia proprio una star del cinema, il bellissimo e inarrivabile Bobby Dye, che lo assolda per farsi proteggere da un losco personaggio, Richie Stella, spacciatore e mafioso, proprietario del club più in voga di Los Angeles. Come tutti a Hollywood, anche Richie Stella ha una sceneggiatura nel cassetto, e minaccia di dare in pasto alla stampa una vecchia storia di sesso con una minorenne se Bobby non accetta di recitare nel suo film. Ma la sceneggiatura è improponibile, la peggiore che Bobby abbia mai letto… E così, tra cocaina e ville da sogno, intrighi e minacce, agenti e registi, primedonne, gangster e prostitute, David Spandau si ritrova invischiato nel torbido mondo delle star, in un crescendo di suspense in cui il sangue scorre a fiumi per oliare gli ingranaggi della folle macchina hollywoodiana.

Mi ricorda vagamente il giallo di Corona – già ampiamente sputtanato su Gumwriters – ma non voglio trarre conclusioni affrettate.

“Mi dichi” di Paolo Villaggio – personaggio che non guardo, non sento, non frequento: Fantozzi mi è sempre stato sulle balle – butta nel calderone editoriale il suo “modus ridendi”:

Anche la lingua e le sue regole, la morfologia e la sintassi, subiscono il trattamento che il megadirettore galattico da sempre infligge alla sua vittima preferita: Ugo Fantozzi, vittima dei mass media, del consumismo, del classismo burocratico, del capitalismo, della pubblicità televisiva, della volgarità tracimante. In quest’opera matura, da anni pensata, e definitiva, Villaggio, vendicatore dell’infelicità e del gusto, ci fa ridere e ci fa pensare. La sua comicità tende al catastrofico e al mostruoso, non teme la sgradevolezza e l’antipatia, ha agganci precisi nella lingua e nel mondo in cui viviamo. Un libro che non può mancare in nessuna biblioteca, pubblica e privata, colta o popolare. Il primo ritratto comico dell’italiano post-moderno, la sua lingua, la sua grammatica, la sua morfologia, la sua sintassi.

Non potrà mancare nelle biblioteche dell’intero universo ma mancherà sui miei scaffali, non oso accostarlo a Bartezzaghi.

Ah, ovviamente esce un libro di Camilleri. Non importa quale, uno a caso.


Informazioni su Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.
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