No, no… ma forse sì, pagando

La prima parola di significato certo, fin dalla prima infanzia, fin dalla prima volta che la sentiamo è “no”: “No, Piergiulio, non toccare le barre di uranio che ti sporchi le manine”, “No, Giangianni, non salire sull’Empire State Building che rischi di cadere”, “No, Pierfilippo, non tirare la coda al gatto, è un gatto delle nevi e finisce che ti spiana coi cingoli”…

No, no, e ancora no. Lo capiamo fin da subito, il no ha un suo valore pedagogico, ci tiene lontani dai guai. Ha inoltre un peso educativo ben chiaro: non puoi avere tutto, non sei mica Nathan Falco!

Poi arrivano i no degli editori, sono no a volte sibillini, in alcuni casi assai truci, in altri piuttosto disinvolti. Alcune volte i no sono spiegati, in altri sono no e basta. Le grandi case editrici non si perdono coi no, non vi filano e stop; le piccole e medie case editrici hanno no cordiali, no assurdi e no benevoli. Qualcuno ha dei “ni a pagamento”…

Un no motivato:

Per quanto riguarda il tuo lavoro, non ci sentiamo di pubblicarlo. Cerchiamo lavori più caratterizzanti che siano in grado di delineare la nostra filosofia agli occhi dei nostri potenziali lettori. Noi cerchiamo qualcosa di più disturbante a livello di contenuto.

In questo caso si potrebbe rispondere al no inviando una mail di insulti: sarà abbastanza disturbante? Poi dai un’occhiata al catalogo e ti accorgi che i testi pubblicati tendono tutti ad un certo colore politico: io non faccio politica, mi limito a scrivere gialli. Se facessi politica probabilmente non avrei tempo da perdere coi gialli… e poi, scusate, ma perché il cattivo vota sempre dalla stessa parte?

Un no vagamente disinteressato, un “no/ni/forse” cumulativo:

Cari autori/autrici, scusate l’impersonale lettera cumulativa e anche il ritardo con cui a qualcuno di voi arriva questa breve risposta, ma il tempo che dovremmo spendere per scrivere lettere personalizzate sarebbe ovviamente a scapito del tempo destinato alla lettura dei manoscritti.

Comunque vi segnaliamo che abbiamo ricevuto il manoscritto inviato. Per ingannare l’attesa, vi abbiamo inserito nella nostra newsletter, così riceverete le notizie riguardanti le nostre nuove uscite e le recensioni sulla stampa.

Qui la mail di risposta avrebbe solo potuto essere: vi avevo chiesto la newsletter? Può interessarmi sapere chi ha ricevuto un sì? Volete forse che li contatti uno ad uno per insultarli, onde rifarmi del vostro “no/ni/forse”?

Un no che è un “ni a pagamento”:

I miei lettori hanno evidenziato come il suo romanzo sia di grande leggibilità, mai eccessivo nemmeno nel lessico e nell’aggettivazione, ma sempre ben misurato e congegnato. (…) Per concludere, un buon romanzo, che mi piacerebbe poter inserire nel mio piano editoriale.

Ma qui viene il bello:

Il problema, però, è sempre lo stesso: le prenotazioni che un libro di un esordiente può raccogliere in libreria. Ogni giorno infatti constatiamo che nelle librerie si vendono libri brutti e mal scritti, ma firmati da nomi noti, magari provenienti da campi completamente diversi (dal giornalismo, dalla politica, dalla televisione ecc); il suo non è né brutto né mal scritto, ma difficilmente un libraio effettuerebbe prenotazioni di un titolo di un autore sconosciuto. Perché oggi in Italia (ma a quanto ne so io non solo in Italia) il successo di un libro non è legato al fatto che esso sia un “buon libro”: un nostro autore ha venduto quasi duemila copie (per noi sono tante!) e un altro trentasei (!), ma il secondo era un libro molto più valido del primo. Solo che il primo aveva alle spalle un’Accademia Culturale, il patrocinio del Parlamento Europeo e un passaggio in televisione, l’altro solo i suoi versi.

Ecco, con questo credo di aver chiarito la situazione. Quello che noi chiediamo è di poter vendere (ma non solo sulla carta, intendiamoci!) un terzo della tiratura: è il minimo per stare a galla, altrimenti in un anno potremmo anche chiudere, avendo fatto male a noi stessi e ai nostri autori.

I “ni a pagamento” sono sempre i più subdoli, sono “ni” che vanno dai 700 ai 1500 euro, per non parlare delle tariffe dei soliti noti!

I “ni a pagamento” vogliono muoverci alla benevolenza, non ci chiedono soldi per speculare sulle nostre ambizioni (eppure ne abbiamo, ci siamo prostrati in sinossi inviate via mail!), vogliono un contributo perché credono nel nostro lavoro.

Vorrei concludere invitandovi ad essere tipi da Giramenti, scrittori di nylon: fatevi rimbalzare addosso queste risposte e quelle che riceverete in futuro, non lasciatevi andare all’idea che si debba pagare per pubblicare, non pretendete che Mondadori vi fili al primo tentativo. Se credete in ciò che scrivete, andate avanti e, doveste mai fare il colpo grosso, vi prego, vi scongiuro: tenete bassa la coda, non fate come quelli che sputano sul proprio passato di “no/ni/forse” al primo sì ben piazzato!

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Informazioni su Gaia Conventi

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