“Come parlare di un libro senza averlo mai letto” di Pierre Bayard

Probabilmente Pierre Bayard mi prenderebbe a calci sulle gengive, non ditegli quindi che il suo libro l’ho letto davvero.

Non capita sempre, lo confesso. Spesso su Giramenti trovare critiche a libri che nessuno della redazione ha letto – la cosa viene sempre indicata, siamo non-lettori piuttosto onesti. Ebbene, questa nostra pratica – dal raccogliere critiche e giudizi online sul libro non-letto al farcene un’idea partendo dall’autore e dalle interviste che ha rilasciato – è qualcosa di sano, così ci spiega Bayard.

Noi già lo amiamo e, come ormai capita spesso, siamo grati a Excelsior 1881 per questi saggi davvero saggi. Libercoli facili da leggere – o da non-leggere, se seguiamo il consiglio di Pierre Bayard – multistrati e multiformi. Un libro non ha solo più chiavi interpretative, ha pure un doppio e triplo fondo. Un libro, come scoprirete leggendo questo, è una scoperta di sé… persino quando non lo si legge.

Oscar Wilde – ovviamente tra i nostri eroi, se non fosse che ormai appartiene a tutti e lo si sfoggia come una t-shirt col Che o un poster di Marilyn – aveva un’idea piuttosto chiara: Non leggo mai i libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato. La citazione vale come dedica, ma è solo leggendo il libro che la si assapora con piena convinzione. Ok, mettiamo da parte i buoni insegnamenti di questo saggio e andiamo ad investigare (leggendo!) su quello che ci troviamo dentro.

Bayard ci perdonerà! Magari lo farà anche Anita Maria Mazzoli, la traduttrice.

L’autore, nella prefazione, ci racconta che confessare di non aver letto un libro porta spesso ad un senso di colpa. Bisogna però tenere conto che tra un libro che non si è mai letto – e di cui non si è mai sentito parlare – e uno che si è letto davvero, esistono molte sfumature. Capita spesso, infatti, che libri mai effettivamente letti, ma che hanno suscitato grande attenzione e risonanza, arrivino alle nostre orecchie e alla nostra testa come un patrimonio che ci appartiene: senza nemmeno averne spulciato una pagina. Il saggio ci fa scoprire i grandi tipi di non-lettura (tenere chiuso il libro è soltanto uno di questi), analizza le situazioni in cui possiamo trovarci a parlare di libri che non abbiamo letto e, infine, il cuore stesso di questo saggio: consigli pratici su come ovviare alla non-lettura di un testo di cui dobbiamo discutere in pubblico.

Immagino che a qualcuno potranno sembrare vaneggiamenti, mentre altri troveranno la pratica della non-lettura una vera bestialità.

Vi sarà utile tenere alta l’attenzione, facendo vostri i discorsi di chiunque, persino i miei: un giorno forse potrete tranquillamente parlare di questo libro… senza mai averlo letto.

Parte Prima

Modi di non leggere

I

I libri che non si conoscono

Dove il lettore vedrà che non è importante leggere un libro piuttosto che un altro, cosa che rappresenta una perdita di tempo, ma che è importante avere sulla totalità dei libri ciò che un personaggio di Musil definisce una “visione d’insieme”.

Il modo più radicale di non-leggere è non aprire un libro, e su questo immagino siate d’accordo. Bayard propone come esempio il bibliotecario di “L’uomo senza qualità”, il cui amore per i libri lo porta a non leggerne nessuno. Teme, infatti, che un interesse troppo vivo per un tomo in particolare, lo induca ad escludere tutti gli altri. Le persone colte lo sanno – e soprattutto, per loro sfortuna, le persone non colte lo ignorano -, la cultura è soprattutto questione di orientamento, così ci spiega Bayard. Essere colti significa sapersi muovere tra i libri nel loro insieme, e non tanto nell’aver letto un tal libro piuttosto di un altro. Confessa quindi di non avere mai letto l’ “Ulisse” di Joyce, ma di poterne comunque parlare: ne conosce i tratti generali, la collocazione storica e i rimandi. Questo va sotto il nome di biblioteca collettiva: il poter parlare di un libro indipendentemente da esso e grazie al suo influsso e alla sua vicinanza con testi affini.

II

I libri che si sono sfogliati

Dove il lettore vedrà, con Valéry, che è sufficiente avere sfogliato un libro per dedicargli un intero articolo e che sarebbe persino sconveniente, per alcuni libri, procedere altrimenti.

Sfogliare un libro, senza averlo letto integralmente, non implica l’impossibilità di commentarlo. Forse, sostiene l’autore, proprio l’azione di sfogliarlo soltanto può tenerci lontani dal pericolo di perderci nei dettagli senza apprezzarne l’insieme. Monsieur Teste, l’eroe di Valéry, rappresenta il modello di scrittore che non nasconde di leggere poco. Lo stesso Valéry, che mai nascose di leggere poco o per niente, spiega come sia il genio stesso di Proust a concederci il lusso d’apprezzarlo senza leggerlo in maniera pedissequa: una sfogliatina e via!

L’atto dello sfogliare non è sempre lineare, spesso, infatti, la nostra lettura salta da una pagina all’altra senza regole precise. Non c’è nulla di male in questo e, secondo Valèry, è un’ottima maniera per mantenere una distanza ragionevole dal testo e per apprezzarne l’autentico significato del contenuto.

III

I libri di cui si è sentito parlare

Dove Umberto Eco dimostra che non è assolutamente necessario avere avuto tra le mani un libro per parlarne dettagliatamente, a condizione di ascoltare e di leggere ciò che gli altri lettori ne dicono.

Ecco il caso che spesso riguarda le recensioni su Gumwriters, ma non siamo qui per vantarcene, per carità! Questo “trucco” viene utile quando un libro è esaurito, introvabile o – come ne “Il nome della rosa” – la sua lettura metterebbe in pericolo la vita di chi lo vorrebbe leggere. In sostanza, il libro non è altro che un libro di copertura, cela in sé il ricordo che abbiamo di un libro, il momento in cui l’abbiamo letto e tutto quanto ci è capitato prima e dopo. Immagino non ci sia bisogno di raccontarvi “Il nome della rosa”, tenete solo presente che Guglielmo da Baskerville non ha mai letto il libro misterioso che tanti danni ha causato nel monastero benedettino in cui si trova ad indagare, eppure ne conosce esattamente il contenuto: Guglielmo ha prestato attenzione ai segnali che gli altri protagonisti della vicenda gli hanno volontariamente e involontariamente fornito, ha messo assieme tutto quanto e ha tirato le somme.

IV

I libri che si sono dimenticati

Dove si pone, con Montaigne, la questione di sapere se un libro che si è letto e poi completamente dimenticato, e che si è persino dimenticato di aver letto, è ancora un libro che si è letto.

Mentre leggiamo un libro, che ce ne rendiamo conto o meno, già iniziamo a dimenticarlo. Ciò che, alla fine, ricorderemo di quel libro, sono gli influssi che ha avuto su di noi. L’idea di lettura come perdita deve essere intesa come un guadagno. Ed è proprio partendo da questa teoria che si apre la parte del libro dedicata alle situazioni di discorso.

Parte Seconda

Alcune situazioni di discorso

I

Nella vita mondana

Dove Grahan Greene racconta una situazione da incubo, il protagonista si trova davanti a una sala di ammiratori che aspettano con impazienza che parli a proposito di libri che non ha letto.

A volte ci capita – temendo una pessima figura quando si tratta di un libro che si ritiene ogni persona colta debba conoscere – di fingere d’averlo letto. Dirlo ci consente di ben impressionare gli astanti, ma ci mette anche nella scomoda posizione di dover fingere. Possiamo quindi cercare di sviare il discorso ma, se proprio non ci riusciamo, ci troviamo in quell’impiccio che Freud descrive come “il sogno dell’esame”. Inutile che io mi dilunghi a riguardo, è un incubo che ci riguarda tutti, dico bene?

Tenete presente che la maniera migliore di parlare di un libro non-letto è dimostrarsi assolutamente sicuri di sé, indipendentemente dalle domande che ci vengono rivolte. Se non conoscete l’argomento, buttatevi a capofitto su di un altro registro e fatelo con convinzione: darete l’idea di gestire la conversazione in maniera autorevole, originale e magari un tantino beffarda.

II

Di fronte a un professore

Dove si conferma, con i Tiv, che non è assolutamente necessario aver aperto un libro per dare a suo riguardo, a rischio di sconcertare gli specialisti, un giudizio illuminato.

L’antropologa Laura Bohannan si ritrova a raccontare l’ “Amleto” ai Tiv, una popolazione dell’Africa Occidentale. Lei, che è americana, si sente dire da un collega inglese che gli americani non capiscono Shakespeare. Per dimostrare che la natura umana è uguale dappertutto, indipendentemente dalle differenze culturali, la studiosa porta con sé in Africa questo testo… e dovrà ricredersi!

Laura Bohannan racconta la vicenda di Amleto ai Tiv, ma i problemi sono molti: la popolazione non crede ai fantasmi, e da lì in poi sarà dura spiegargli tutto il resto!

L’autore chiama libro interiore quello che si frappone tra un lettore e la lettura di un testo, il problema nasce dalle rappresentazioni mitiche, collettive o individuali, che ci consentono di vedere cose che in realtà non vengono dette in quel testo. Il fatto che i Tiv non leggano Amleto – che gli viene raccontato da Laura Bohannan – e che ne ricavino quanto la loro cultura collettiva, e personale, gli consente di vederci, non è affatto un dramma. Mette addirittura i Tiv nella stessa posizione della corrente critica shakespeariana – seppur minoritaria – che dubita dell’apparizione del fantasma del padre di Amleto… e pensa che il protagonista fosse in preda alle allucinazioni!

III

Davanti allo scrittore

Dove Pierre Siniac dimostra che può essere importante stare attenti a cosa si dice di fronte a uno scrittore, soprattutto quando quest’ultimo non ha letto il libro di cui è autore.

Bayard ci fa notare che, in ambiti ristretti quale può essere quello dei critici letterari, la conoscenza dei propri simili porta a commentare un libro dicendone sempre un gran bene: spesso mentendo. Tralasciando l’esempio preso in esame – se vi raccontassi tutto, non leggereste questo libro… però potreste comunque parlarne! – Baylard ci porta sul terreno scivoloso di uno scrittore che, parlando con lettori attenti – così come con non-lettori – spesso si sente estraneo a quanto gli viene detto. E’ abbastanza comune che da un libro ogni lettore ricavi nozioni e sensazioni diverse, questo porta l’autore di quel libro a sentirsene estraneo: non era quello che voleva dire!

Si rivela quindi semplice un incontro tra un non-lettore e un autore di quei libri non letti, del resto l’autore non si aspetta dal suo pubblico un riassunto o un commento argomentato: rimanete ambigui e parlatene bene. L’autore vuole solo sentirsi apprezzato, indipendentemente dal fatto che l’abbiate letto o meno.

IV

Con chi si ama

Dove ci si rende conto, con Bill Murray e la sua marmotta, che l’ideale, quando vogliamo sedurre qualcuno parlando dei libri che ama senza averli letti, sarebbe fermare il tempo.

Questa parte verte sull’impossibilità di sedurre la persona di cui si è innamorati, perché non si sono letti i libri che ama. Sicuramente non vi sembrerà strano ammettere che le nostre relazioni amorose dipendono in grande misura dai libri che abbiamo letto, difatti i personaggi che abbiamo conosciuto attraverso la lettura influiscono in seguito sulla persona che scegliamo d’avere accanto. In egual misura i nostri ideali d’amore sono improntati ai romanzi che ci hanno fatto battere il cuore, tanto da farci sognare un posto da protagonista – nel nostro libro personale – per la persona con cui abbiamo deciso di intraprendere una storia. Avere con l’altro, se non le stesse letture, almeno letture comuni, è fondamentale per una buona intesa amorosa.

L’esempio in questo caso arriva dritto dritto da uno dei miei film preferiti: “Ricomincio da capo”, conosciuto anche come “Il giorno della marmotta”. Solo fermando il tempo potremmo pensare di far coincidere i libri personali di uno e dell’altro: universi fatti di uguali esperienze, compiute nello stesso momento e con lo stesso stato d’animo.

Parte Terza

Comportamenti da adottare

I

Non avere vergogna

Dove si conferma, a proposito dei romanzi di David Lodge, che la prima condizione per parlare di un libro che non si è letto e non averne vergogna.

Tra i tanti che devono spesso commentare libri letti – o non-letti – gli insegnanti sono i più esposti al problema. David Lodge espone questo fatto in diversi romanzi, Bayard prende in considerazione “Scambi” e “Il professore va al congresso”. Vi rimando ai due testi per saperne di più o – se preferite una non-lettura – alla lettura o non-lettura del saggio che stiamo prendendo in esame.

Bayard sostiene una tesi che mi trova assolutamente d’accordo: per parlare di libri letti o non-letti, bisognerebbe liberarsi dall’immagine opprimente di una cultura priva di imperfezioni. Spesso ci viene trasmessa proprio dalla scuola, teniamone conto!

Lo spazio sociale ambiguo – il contesto culturale lo è sempre – tende a venirci incontro: se la discussione sui libri è uno spazio ludico, chi ci sta di fronte sarà pronto a tollerare le nostre lacune come noi saremo pronti a tollerare quelle altrui… la scuola è ben altra faccenda!

II

Imporre le proprie idee

Dove Balzac dimostra che è facile imporre il proprio punto di vista su un libro, dato che non si tratta di un oggetto fisso e che se anche lo si avvolgesse con una cordicella macchiata d’inchiostro ciò non basterebbe ad arrestarne il movimento.

Il libro non resta insensibile a ciò che si dice di lui, ma, anzi, si modifica persino nel corso di una semplice conversazione. Di un libro si può dire tutto e il contrario di tutto, in base al rapporto che abbiamo con l’autore, o dalla posizione che esso ricopre nel sistema letterario.

III

Inventare i libri

Dove si segue, leggendo Sōseki, il consiglio di un gatto e di un esteta con gli occhiali dalla montatura d’oro, che suggeriscono entrambi, in ambiti diversi, che è necessario inventare.

Visto che il libro in sé e per sé non esiste, ma viene modificato dalla comunicazione, per parlare di libri non-letti, bisogna prestare attenzione al metabolizzarsi di quel libro: state in allerta e potrete dire la vostra. L’esempio stavolta ci arriva da “Sono un gatto” di Natsume Sōseki: durante uno scambio d’opinioni su di un libro non-letto, per scoprire la menzogna è necessario che almeno uno dei due interlocutori abbia letto quel libro o ne abbia una vaga idea.

Liberarsi dall’oppressione che chi abbiamo di fronte conosca realmente quel testo, è il primo passo per sentirci liberi di discuterne.

Quando parliamo di un libro che non abbiamo letto, conta più discutere il nostro Io profondo che ci lega a quel titolo che non la disamina precisa della trama. Raccontiamo del nostro rapporto privato con il libro non-letto e nessuno potrà imporci una visione diversa. Ne potremmo discutere e ricavare una nuova idea e un nuovo punto di incontro, ma nessuno potrà dirci che ne abbiamo tratto un’errata visione.

IV

Parlare di sé

Dove si conclude, con Oscar Wilde, che l durata ottimale della lettura di un libro è di sei minuti, per non rischiare di dimenticare che questo incontro è soprattutto un pretesto per scrivere prima di tutto la propria autobiografia.

E ci riallacciamo finalmente a Oscar Wilde!

Il non aver letto il libro di cui ci accingiamo a parlare, non deve essere visto in senso negativo – con angoscia o rimorsi – bensì come una concessione di spazio alla nostra creatività. Wilde era un non-lettore risoluto che raggruppava i libri in tre categorie: da leggere, da rileggere, da non leggere mai.

Wilde sosteneva che chi legge troppo non ha tempo di ammirare, così come chi scrive troppo non ha tempo di riflettere. Il critico è quindi un artista, la cui cultura lo rende capace di percepire l’essenza di un libro senza doverlo leggere con attenzione. Parlare di se stessi, è questo l’obiettivo che Wilde assegna alla critica, senza farsi influenzare dall’opera presa in esame e con l’apertura mentale per sapervi scorgere ogni genere di legame e presupposto.

Un buon lettore fa una traversata di libri tenendo presente che ciascuno di essi ha qualcosa che lo riguarda, che ogni libro è stato variato dalla sua lettura e dall’averlo raccontato ad altri lettori – e non-lettori – e che questo è solo un punto di partenza. Parlare di libri è parlare di sé attraverso i libri – anche, e soprattutto, quando non li abbiamo letti –  e questo ci porta ad un grande processo creativo e ad una profonda conoscenza di noi stessi. Parlare di libri non-letti è, tutto sommato, inventarne di nuovi, così come gli scrittori che recidono i legami fra il discorso e il suo oggetto (scrivendo storie meravigliose che partono da un’idea piuttosto banale) sanno parlare di sé, indipendentemente dal libro che hanno scritto.

Beh, direi che ora potete anche non leggere “Come parlare di un libro senza averlo mai letto”… ma una sbirciatina, magari…

Gaia Conventi

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Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

3 responses to ““Come parlare di un libro senza averlo mai letto” di Pierre Bayard”

  1. Anita says :

    Bellissimo articolo… ammetto… l’ho letto tutto.
    Anita

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