Imprimatur: la polenta ha una storia complicata

Imprimatur è quel libro che non trovi in giro, devi comprarlo in Olanda, deve portartelo a casa il corriere… il corriere ha la mascherina sul viso e arriva di notte, sennò la Mondadori lo sgama.

Il pistolotto iniziale ci spiega il perché di tutta questa segretezza: Imprimatur è uscito in Italia nel 2002 e poi non è più stato ristampato. Ma come? È stato pure un bestseller…
Già, ma nasconde una verità storica assai scomoda, prove cartacee attestano che papa Innocenzo XI più che Beato era beato di farsi i propri affari – affari in moneta, intendo. Inutile svelare altro, sono arrivata alla fine del libro solo per capire quanto fosse sconvolgente il mistero. E sapete una cosa? Non mi ha sconvolta.

Già, dopo averne sentite di cotte e di crude sul Vaticano e dopo aver amabilmente frequentato Papa Borgia – grazie Bellonci, tu sì che mi dai soddisfazioni! –, sapere di Innocenzo XI mi ha fatto esclamare: abbiamo scoperto l’acqua calda, mamma butta la pasta!
Seicento pagine di polenta, voglio dirlo pubblicamente: seicento pagine che avrebbero potuto tranquillamente essere duecento, il libro sarebbe filato via liscio senza ingolfarmi di date, dati, elenchi e ciance varie. Se questo è un giallo – e pare voglia esserlo –, la prima regola è sempre “mettici quello che ci vuole, niente di più e niente di meno”. Diluire un giallo è come allungare il brodo: sa da poco.

Ecco quindi che questo mattone arriva sul mio comodino, il pistolotto mi infastidisce, purtroppo in Italia la lamentazione è all’ordine del giorno: gentili Monaldi e Sorti, capisco il vostro problema, ma visto che ho comprato questo libro… potete almeno evitarmi le lagne? Posso farci qualcosa? No, ma ho comprato il libro in Olanda, questo dovrebbe già farvi contenti. Invece bisogna partecipare contriti a questa ingiustizia: in Italia Imprimatur non lo stampa nessuno. Sicuri sia colpa di Innocenzo XI? Non è che magari state antipatici a qualcuno? Oh, io la butto lì, magari mi sbaglio, ma con questo libro con me non avete guadagnato una bevuta gratis: tenetelo presente!

La ricerca storica è di tutto rispetto, peccato che gli autori vogliano farci sapere che per scrivere questo libro si sono fatti il mazzo: hanno trovato qualcosa di interessante/sconvolgente/buffo sulla Roma del ‘600? Bene, devono aggiungerlo al brodo, cacciandolo nel libro. Serve al buon funzionamento della trama? Innesca il marchingegno giallo? No, quindi quelle quattrocento pagine sono di troppo, mi spiace. E poi ci sono quegli errori che mi danno un fastidio terribile e mi fanno grattare come avessi la rogna: un passaggio segreto da cui un tale potrebbe essere fuggito, lo si scopre spostando un mobile e aprendo la porta che sta lì dietro. Ah, bene… e come ha fatto il fuggitivo a rimettere a posto la mobilia dopo essere scappato? Attraverso la porta? Con la forza del pensiero? E la fila indiana dove il primo chiama il secondo dandogli colpetti sulla schiena? È una fila indiana o una posizione yoga?
Probabilmente l’editor in quel momento si era assentato, oppure dopo un po’ ha iniziato a fare come me: c’è un elenco di rimedi per la peste? Bene, saltiamo quelle dieci righe. C’è il menù col pranzo della giornata? Si salti ampiamente! Le strofe delle canzoncine accennate da uno dei protagonisti? Avanti popolo che la strada è ancora lunga!

La parte interessante è risultata essere quella finale, dove gli autori raccontano dei documenti ritrovati; la parte meramente storica, intendo. Ecco, ne poteva uscire un saggio interessante. Il libro invece è una polenta, l’avessero drasticamente ridotto sarebbe stato carino – non è la Bellonci, ovviamente… – e l’avrei letto in due giorni con estremo piacere. Così no, così è stata una tortura cinese… e per reggere quelle seicento pagine mi sono quasi slogata i polsi!

In rete troverete recensioni ben diverse da questa, ma qui gli slogan e i piagnistei letterari non valgono un accidente.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

6 responses to “Imprimatur: la polenta ha una storia complicata”

  1. moloch981 says :

    Sono d’accordo, “Imprimatur” non è un granché come libro, ma ormai attorno ad esso e agli autori è stata creata quest’aura di martiri dell’Inquisizione (!) e parlarne male sembra tabù. Io ce l’ho dal 2002, lo trovai in libreria senza eccessivi problemi, mi sembrò una gran palla (e inoltre, come dici, le “rivelazioni” non mi sembrarono tali da mettere in chissà quale pericolo le gerarchie vaticane) e me ne sarei già sbarazzata da un pezzo se non sperassi, visto il can can costruito, di farci un sacco di soldi rivendendolo a centinaia e centinaia di euro… 🙂
    Il tuo blog è davvero interessante: ti ringrazio per aver citato un mio post qualche tempo fa.

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    • Gaia Conventi says :

      Eh, lo so, parlar male d’un libro di martiri, gente che si batte per la verità, studiosi costretti a emigrare all’estero, a girare con le mascherine sul viso per non farsi riconoscere dal parroco…
      Lo so, è difficile. Eppure, detto tra noi che tanto non ci legge nessuno, quel tomo è noioso, infinito, infinitamente noioso. A ogni pagina ti sembra d’avere davanti i due esimi scrittori che, con fare affettato, vogliono strapparti un complimento: vero che siamo bravi, eh? vero, vero, vero? dai, su ammettilo, ne sappiamo a pacchi!
      Ecco, credo seguirò il tuo consiglio, terrò lì il bel librone e lo rivenderò al momento giusto. Magari a peso… è un tale mattone!

      Lieta d’aver citato un tuo post, ora ho inserito il tuo blog nel mio reader: non mi scappi più! 😀

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