“L’amico ritrovato”, ritrovare un buon libro fa sempre piacere!

La mia edizione Universale Economica Feltrinelli del 2007 prevede l’introduzione di Arthur Koestler e una riflessione a matita il libro fa parte del mio “usato sicuro” di una certa Sara Bolzanaro (se la conoscete, chiedetele se poi il fidanzato è tornato o se ancora il cuor di lei si strugge). Ovviamente troverete in commercio soltanto volumi privi di tale poesiola, unica parte vagamente lamentosa di un testo che, pur parlando di roba pregnante, non scade mai nel già letto, visto e sentito.

Mi rimetto a Wikipedia per una breve trama di “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman:

Hans Schwarz è un ragazzo di origine ebrea che vive a Stoccarda, in Germania. Un giorno alla classe di Hans viene aggregato Konradin von Hohenfels, un ragazzo di nobile famiglia. Con la sua eleganza Konradin intimidisce i ragazzi, pur provenienti da famiglie non povere, ma Hans desidera diventargli amico. Tuttavia Konradin si dimostra poco attratto da lui.

E qui Konradin ci ricorda Dorian Gray, pur non avendone la malizia. Il nostro titolato titolatissimo, novecento anni di avi in giro per crociate e conquiste è ben conscio di portarsi appresso, lì, sul groppone, uno stemma nobiliare che pesa parecchio. Non fa il figo, è che l’hanno disegnato così avrebbe detto Jessica Rabbit , ingessato in quel corpicino destinato a grandi cose. Mica sempre belle, sia chiaro…

Hans riesce a catturare l’attenzione di Konradin il 4 marzo 1933, un giorno che gli rimane impresso nella memoria perché scopre di avere la stessa passione di Konradin.

Già, perché il tale, blasonato fin dalla notte dei tempi, si è pure rotto di dover stare sulle sue come tradizione richiede. Ecco quindi che il titolatissimo e l’amico ebreo si ritrovano a far fronte comune.

Sulla strada di casa, Konradin rivolge la parola ad Hans ed entrambi iniziano a chiacchierare. Da lì inizia un’amicizia basata anche su interessi comuni: Hans invita Konradin a casa sua, gli fa conoscere i suoi genitori e gli mostra la sua collezione di monete.

Fin qui tutto bene, la mamma di Hans saluta Konradin come si fa con un ragazzo della sua età sarai pure nobile, ma io sono mamma e davanti a una mamma i ragazzini rimangono tali mentre papà Schwarz, medico ebreo stimatissimo croce di ferro che parrebbe preservarlo dai mali del tempo si spertica in ridicoli salamelecchi.
Il giovane Hans capisce due cose: mia madre è una grande, ma mio padre uomo di cultura, ricco quanto basta, che raramente ricorda d’essere ebreo, ma glielo ricorderanno presto ha fatto la parte del fesso… e adesso lo guardo con occhi diversi. Delusione, grande delusione, papà eroe ridotto a macchietta davanti a questi novecento anni di nobiltà.

Anche Konradin invita Hans a casa propria: la sua casa di famiglia è molto più bella di quella di Hans, ma la cosa cui questi fa quasi subito caso è che l’amico non lo presenta mai ai genitori.

Ovviamente Wikipedia vi racconta anche il resto, ma direi di fermarci qui, inutile sciuparvi il finale.
Diciamo che il nostro Konradin ha qualche problema a farsi vedere in giro con l’amico ebreo, si sta lasciando irretire da quello che sente dire in giro: è arrivato l’uomo nuovo che sia poi anche l’uomo nero lo si scoprirà a breve che darà ai tedeschi l’orgoglio d’essere tali. Sì, certo, bisognerà sbarazzarsi degli ebrei, ma è una cosa momentanea, poi tornano… beata incoscienza dei sedici anni all’ombra di un titolo nobiliare che fa da plaid!

Per certi versi la vicenda ricorda quella di “Quando Hitler rubò il coniglio rosa”, ma qui si va decisamente in meglio.

La traduzione italiana di Maragiulia Castagnone regala una prosa lesta e ben dosata, è proprio il carattere fresco del libro nonostante la vicenda si svolga in anni bui, in quella Germania che ancora non capiva d’essersi fottuta da sola… ah, Hitler, è una moda che passa… e si sono fregati ben bene e la sua visione adolescenziale a non farci pesare addosso il dramma che si sta consumando.

Koestler nell’introduzione ribadisce che ci troviamo davanti a una novella, visto il carattere breve della narrazione e, giustamente, fa notare come in questo libro ci sia quello che deve starci, nemmeno una riga di più. Una bella boccata d’aria fresca dopo aver letto tanto di quel brodo allungato… pagine e pagine per dare corpo a un volumone, pagine di troppo, lo capirebbe anche un cretino.

A volte le novelle chiamatele romanzi brevi se vi aggrada non sono la prova provata della pigrizia di uno scrittore, semplicemente non c’era da aggiungere altro… e poi ditemi se parlare e scrivere troppo non è un’abitudine che dovremmo perdere un po’ tutti!

Libro consigliato anche sotto l’ombrellone, la storia non è lacrimevole e il titolo sta tutto nell’ultima riga. Ecco, lì si svela l’arcano, e anche il ritrovarsi di fronte a un finale di senso compiuto è una piacevole sorpresa, dopo tanta brossura che lascia con quel leggero languorino di pasto privo di dessert.

g.

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Informazioni su Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

11 risposte a ““L’amico ritrovato”, ritrovare un buon libro fa sempre piacere!”

  1. impossiball dice :

    Bello anche il film

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  2. impossiball dice :

    Maria Giulia Castagnone (si scrive staccato) la stavo lodando tra me e me ieri sera mentre leggevo Chiedi alla Polvere: riesce a rendere in italiano certe sfumature dell’inglese senza darti quella fastidiosa sensazione di star leggendo un italiano forzato.

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  3. Perennemente Sloggata dice :

    Amo questo libro.
    Al liceo avevo una prof di inglese particolarissima, faceva delle lezioni di letteratura pazzesche, interessantissime. Ci fece leggere “L’amico ritrovato” in classe con lei, analizzando il testo, le situazioni, anche i dettagli narrati: spettacolo puro.
    Poi ci fece leggere il libro “Il giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani, sempre legato ai temi di amicizia, ebrei, fascismo, che analizzammo anche in classe, seppure in maniera meno approfondita del libro di Fred Uhlman. Infine ci fece vedere entrambi i film.
    Li ho ancora tutti nel cuore, davvero delle opere meritevoli e forse troppo poco conosciute.

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    • Gaia Conventi dice :

      I miei insegnanti tendevano all’in sa niènt – non sanno niente – e per disperazione mi sono messa a leggere di tutto.
      Senza di loro forse sarei finita a confezionare presine col pongo… 😉

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