“Il punto di rottura” di Daphne du Maurier… e la rottura ci sta tutta!

La signora stavolta me l’ha combinata grossa, non credo gliela perdonerò facilmente. Otto racconti che Daphne du Maurier mette assieme perché “nella vita di ogni individuo giunge un momento in cui bisogna affrontare la realtà. […] In questa raccolta di novelle uomini, donne, bambini, e perfino un popolo, arrivano al punto di rottura. […]”.
Ci arrivano loro e ci sono arrivata io: questo libro è una rottura, una tremenda rottura.

“L’alibi” è il primo racconto del volume, e fin qui andava tutto bene. Un tale si rompe – pure lui – della tranquilla vita borghese, della mogliettina perfettina e degli amici vuoterelli, e decide di diventare un omicida (tanto per passare il tempo). In realtà riesce sì e no a inventarsi pittore, e lì i risultati sono davvero tragici, forse come assassino avrebbe fatto una figura migliore.
Beh, sì, si legge, è un racconto nello stile della du Maurier, ha perfino un finale vero… ché i finali aperti sono spesso un dispetto al lettore.

“Le lenti azzurre” è invece un gioiellino, se appartenete alla categoria degli ex-orbi e vi siete sottoposti alla terapia laser, lo apprezzerete quanto me, ne sono certa.
Che succede se, dopo mesi passati con le bende agli occhi, si torna a vedere e a vedere qualcosa di molto strano? La gente ha un muso animalesco… urca! Beh, un bello shock, no? E se si fossero tutti messi d’accordo? E se fosse uno scherzo? E se, invece, il chirurgo vi avesse dato modo di intravedere l’animo disumano di chi avete di fronte? Mumble mumble…
Finale interessante, non poteva essere che quello, proprio quello lì… ma non ve lo svelerò mai!

Il terzo racconto della raccolta è “Ganimede”, lento ma così lento che si teme non ci si arriverà mai in fondo. Ambientato a Venezia – come in “A Venezia… un dicembre rosso shocking” –, un professore inglese perde la testa per un giovane cameriere, dovrà poi subirsi gli intrallazzi della famiglia di lui e verrà gabbato alla grande. Perderà il pelo ma non il vizio, ma a quel punto il racconto è finito. Oh, se Dio vuole…

Avanti col quarto racconto, “Lo stagno” è carino, ha un finale che uno ci vede quello che vuole, nel mezzo potrebbe succedere di tutto ma succede ben poco. La descrizione del giardino, i due bimbetti in vacanza dai nonni musoni, lo stagno che attrae la bimbetta e pare poterla ricongiungere con le forze della natura… ti aspetti che lei, prima o poi, in quella pozzanghera ci anneghi. Mi fermo qui sennò vi faccio un dispetto.

Arrivati a “L’arciduchessa” avevo pensato di spararmi, una pseudo favola dai contorni umoristici (ma è umorismo nero) che ricorda vagamente “L’uccello beffardo”. Non si ride, in compenso si tenta d’arrivare illesi alla fine del racconto. Una rottura – no, non un “punto di rottura” – come raramente mi è accaduto. Insomma, è stato un trauma.

Le sorti dell’antologia si riassestano un pochino col racconto “Il duro”, storia tragicomica di un attore dall’unica espressione – quella inespressiva – e dalle battute studiate apposta per lui: poche, brevi, facili. Portato a spasso e alla celebrità da una mogliettina molto più oculata di lui, ricorda vagamente la vicenda di Rodolfo Valentino (e ora mi direte che Rudolph non era una macchietta, lo so).

“Il camoscio” è un racconto ben fatto, parla di paure e obiettivi da raggiungere. La complicata vita matrimoniale di questi due tizi ricorda vagamente “La casa sull’estuario”, anche le descrizioni paesaggistiche, ma qui si rasenta la cartolina. La tensione narrativa c’è, dura fino al finale, cosa che in questa antologia capita di rado.

Finiamo con “Quegli esseri alteri”, dove la brughiera ricorda diversi lavori di “Gli uccelli e altri racconti”. Il finale è fiacco ma le intenzioni erano buone, ovviamente come va a finire lo si intuisce già a metà della vicenda… peccato!

Mettiamola così, la du Maurier ha scritto di meglio, se potete lasciate perdere “Il punto di rottura”.

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About Gaia Conventi

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