Personaggi: Arthur Conan Doyle

Il signor Doyle è il papà di Sherlock Holmes, e su questo non ci piove. Risulta però che nella vita abbia fatto molto altro, vediamo cosa.

Arthur Ignatius Conan Doyle nasce a Edimburgo nel maggio del 1859, da padre inglese – Charles Altamont Doyle –  e mamma irlandese d’antica nobiltà decaduta – Mary Foley –, prende il cognome dallo zio, un noto giornalista dei tempi. O magari lo prende per un errore dell’ufficio anagrafe, non è ben chiaro.

Lui è il secondo di dieci figli, l’appartamento al numero 11 di Picardy Place doveva sembrargli piuttosto affollato.
Si laurea in medicina nel 1885 a Edimburgo, dopo aver studiato in un collegio di gesuiti in Austria. Madonna, chissà che bei ricordi di scuola!
In quell’anno sposa Louise Hawkins, che muore nel 1906. Nel 1907 si risposa – vuoi mai che abbia più fortuna – con Jean Leckie, che infatti gli sopravvive. Nei due matrimoni colleziona cinque pargoli.

A fine ‘800 inizia a scrivere racconti e articoli medici, in uno di questi sproloquia di un nuovo sedativo che ha sperimentato di persona. Ora, non chiedetemi come uno che è sedato possa prendere appunti circa il sedativo che sta testando.
Nel 1880 pubblica Il racconto dell’americano, dove una mostruosa pianta originaria del Madagascar si ciba di carne umana. Eclettico, nevvero?

È uno studente coi controfiocchi, fa da assistente a grandi luminari, tra loro anche Joseph Lister, famoso per il suo discusso metodo dell’antisepsi; discusso all’epoca, ché adesso lo sappiamo bene che lavarsi le mani, indossare camice e mascherina, e usare arnesi sterili ha i suoi bei vantaggi!
Il tale che però farà da modello per il nostro Sherlock è Joseph Bell, a cui Doyle fa da assistente per un breve periodo poco prima di laurearsi. Bell è un dottorone, l’ultimo di una dinastia di Bell dottoroni e chirurghi – 150 anni di Bell nella medicina britannica, una garanzia! –, pare che il tale sottolineasse spesso la validità dell’osservazione nell’esprimere una diagnosi. Da qui nasce il giochino di Holmes di squadrare la gente per poi indovinarne la professione, lo faceva anche Bell, stupendo i suoi studenti. Erano altri tempi, adesso per stupire gli studenti li devi prendere a randellate.

Doyle ha un aspetto pacioso e tranquillo, ma sotto la scorza da panettone nasconde forti convinzioni, e pure qualche stranezza, come la sua propensione allo spiritismo.

È uno che le cose le prende sempre di petto, ogni giorno ha una crociata da portare avanti: nel 1890 allarma il mondo mettendo tutti in guardia contro la decantata cura per la tubercolosi; nel 1902 difende il governo britannico dall’accusa d’aver fatto un casino bestia durante la Seconda Guerra Boera e quattro anni dopo sostiene la riforma del divorzio; durante le Olimpiadi di Londra del 1908 scrive un articolo in cui paragona Dorando Pietri – vincitore della maratona, ma poi squalificato – a un antico romano, si fa promotore di una colletta per il nostro sfortunato conterraneo e riesce a raccogliere l’incredibile somma di 300 sterline; nel 1909, invece, fa un putiferio per condannare le atrocità in Congo, e avanti così, a volte facendo una bella figura con l’opinione pubblica, altre invece no.
A Doyle frega ben poco di ricavare fama e vantaggi dalle sue personali battaglie, uomo tutto d’un pezzo, il senso dell’onore arriva prima di ogni cosa. Anche quando ci fa una parte di merda con le fotografie delle fate… ma ci arriviamo, un attimo di pazienza.

Terminati gli studi si ritrova senza un quattrino e gli è impossibile aprire uno studio medico. Pensa che ti ripensa, accetta la proposta della African Steam Navigation Company – per dodici sterline al mese – che gli offre un posto come medico di bordo sulla baleniera Mayumba, che fa la spola tra Liverpool e le coste dell’Africa occidentale. Parte nell’ottobre del 1881, pochi mesi dopo decide che la faccenda non fa per lui.

Vorrebbe mantenersi come scrittore ma l’orgoglio non riempie la pancia, tocca allora accettare un lavoro nello studio di un vecchio compagno di scuola – a Plymouth –, dopo due mesi lascia il posto perché col tale non ci va d’accordo.

Decide quindi d’aprire uno studio in proprio – con quei due soldini che ha messo da parte – in un sobborgo di Portsmouth – Doyle è specializzato in oftalmologia –, gli va talmente male che gli rimane un sacco di tempo libero. Ecco che inizia a scrivere le avventure di Holmes, il primo romanzo è Uno studio in rosso del 1887, pubblicato sullo Strand Magazine. A seguire – nel 1890 – arriva Il segno dei quattro e il successo.

Eppure Doyle non sopporta il suo personaggio, che ha la sfiga di diventare ben presto molto più famoso del suo autore. Nel 1927 si spinge a dire che aveva scritto di Holmes molto più di quanto non intendesse fare, costretto dall’insistenza dei lettori e degli amici. Lui avrebbe preferito i romanzi d’avventura, il fantastico, la ricerca storica… ma si è fatto prendere la mano da Sherlock. Eh, elementare, Doyle! Già nel 1893 avevi cercato d’ammazzarlo, ‘sto povero Holmes, e poi hai dovuto resuscitarlo per non essere preso a ceffoni dagli ammiratori del detective.

Tra i romanzi sfuggiti al controllo di Sherlock Holmes – nel senso che Doyle cerca in ogni modo di evadere dal suo personaggio più celebre – c’è Il mondo perduto, del 1912, che narra di una spedizione scientifica in Sud America, un postaccio popolato da animali preistorici sopravvissuti all’estinzione. La storia fa furore al cinema, nel 1925 il libro diventa un film, ovviamente muto.

Nel 1902 la sua esperienza di medico di campo e corrispondente di guerra – quella anglo-boera in Sudafrica – gli vale il titolo di baronetto. Si ringrazia Edoardo VII, il “sir” suona davvero bene davanti al resto. Doyle ha poi fatto la sua parte anche nella Prima Guerra Mondiale.

Dicevamo dello spiritismo e delle fate.

Si è sempre raccontato che fu la scomparsa del figlio, ferito in guerra e morto di polmonite nel 1916, a far andare via di crapa il nostro scrittore; è in quel periodo, infatti, che Doyle inizia a scrivere di spiritismo sui giornali, approfondisce nei saggi, rompe le balle nelle conferenze. Invece, da un recente documento, scopriamo che il nostro autore la passione per lo spiritismo la coltivava da almeno tre decenni. Ci crede strenuamente, e ci fa la figura del fesso, soprattutto quando casca come una pera nel tranello delle sorelline Wright: il noto caso delle fate di Cottingley.

Le giovani sorelle appaiono in diverse foto – scattate tra il 1917 e il 1920 – in compagnia di fatine alate, roba alla Walt Disney. In realtà le fate sono semplici ritagli di carta, retti da bastoncini durante gli scatti. Anche un cretino l’avrebbe capito, ma non Arthur Conan Doyle, l’uomo del giallo deduttivo. No e poi no, lui dedica alla faccenda anche un saggio, Il ritorno delle fate, nel 1920, e lascia perplessa parecchia gente… e si sputtana una bella fetta di credibilità. Per saperne di più, potete fare un salto QUI.


Tenete presente che la passione smodata per le sedute spiritiche inizia nel 1897 – mentre sta scrivendo Uno studio in rosso –, sente il medium fare le vocine, vede il tavolo alzarsi per aria e dice che è la volta buona: la religione si è fatta concreta e non è più solo materia di fede. Tzè!

È stato proprio lo spiritismo a dare vita – e poi a mettere a fuoco e fiamme – l’amicizia con Harry Houdini, il mago.
I due si conoscono per lettera nel ‘20, quando Houdini spedisce a Doyle un libro che racconta dei fratelli Davemport e del loro “Gabinetto Spiritico”. Sono maghi e sono medium? Gli chiede Houdini, lui che ha conosciuto Ira Davemport, da cui apprende i primi trucchi sull’evasione, arte in cui poi non lo batterà nessuno. Che gli risponde Conan Doyle? “Posso solo capire che ci furono occasioni in cui essi non riuscivano a farcela, ma dato che ci sono periodi intermittenti in tutte le vere forze medianiche, ciò non depone contro di loro. È dell’uomo che riesce sempre a garantire l’azione dello spirito che io sospetto di più”. Ecco, sì, un pirla, un inguaribile pirla. Ma Houdini ci tiene all’amicizia e cerca di mediare, della serie “se lo dici tu, magari qualcosa di vero c’è, non ne sono tanto sicuro, ma so che tu per ‘ste cose te la pigli un mucchio…”

Alla fine i due si incontrano, si piacciono, partecipano a sedute spiritiche…
La strana amicizia continua in seguito in maniera epistolare, fino al tour di Doyle in America, dove tiene conferenze sullo spiritismo e fa il tutto esaurito. Ad un certo punto, però, scatta la seduta fatale, quella che farà andare in malora l’amicizia: Doyle ne organizza una per Houdini, per metterlo in contatto con mammina defunta. Houdini non ne rimane soddisfatto e nel 1922 scrive un articolo in cui dichiara che non ha mai avuto prova tangibile di un contatto con l’aldilà. A Conan Doyle viene il sangue cattivo, la disputa amicale diventa una battaglia pubblica a colpi di giornale. E lì finisce l’idillio, come finisce il 31 ottobre del ‘26 – in maniera così cretina! – la vita di Houdini.
Nel 1927 Doyle scrive un saggio su Houdini e non si lascia scappare l’occasione di definire il mago un vero medium. Immagino che a quel punto Houdini avrebbe desiderato uscire dalla tomba per strozzarlo!

Nel corso dei suoi 71 anni su questa terra, Conan Doyle ha conosciuto le persone più importanti della sua epoca, ha praticato sport di qualunque genere – boxe, cricket, biliardo, motociclismo, calcio, sci –, è stato il primo a introdurre la moda delle vacanze termali in Svizzera.

Cattolicissimo in gioventù, ci ripensa durante l’università, pare avesse preso una cotta per il darwinismo. Muore per un attacco cardiaco nel 1930, a quel punto penso avrà ricominciato a litigare con Houdini.

Ultima curiosità, un articolo d’epoca tutto da gustare (è in inglese, se ne capite quanto me, accontentatevi delle foto): QUI

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Informazioni su Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

8 risposte a “Personaggi: Arthur Conan Doyle”

  1. Mihaela dice :

    Pur avendo letto Holmes, di Doyle no ne sapevo praticamente nulla.
    Bello, grazie 🙂

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  2. Mihaela dice :

    Siiiii, le radiografie!!!
    Vogliamo le radiografie! 😀

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