“Il tesoro del Bigatto” di Giuseppe Pederiali

Qui ritratto nella versione usato sicuro – Rusconi, terza edizione, 1984 – con dedica a matita alla signora Bonfiglioli. La dedica è del 1986, qualcosa mi dice che l’amica, la signora Bergamasco, il libro l’aveva in casa da tempo e stava cercando di riciclarlo.
Si consoli la Bergamasco, ché la Bonfiglioli l’ha rivenduto alla Melbook: adesso il volume è a casa mia, sano e salvo.

Questo romanzo è un fantasy padano, e non mancano i draghi e gli orchi. Non che io ne abbia mai visti dalle parti di Ferrara, ma Pederiali è di Finale Emilia e può essere che in quella zona ancora se ne trovino. “Il tesoro del Bigatto” assomiglia alla canzone  “Alla fiera dell’est”, c’è anche il topo e parla pure, non benissimo ma sta cercando d’acculturarsi.

“Morirono tutti a causa di una quaglia”.
“Una quaglia?” ripeté Galaverna.
Lei distolse l’attenzione dal fuoco che seguitava a nutrire di stecchi.
“Il mio bambino catturò una quaglia, più per fame che per gioco, nel bosco del mio padrone, mio padre uccise il guardiacaccia che bastonava il bambino, il padrone impiccò mio padre, mio marito uccise il padrone e mentre fuggivo oltre il Po a nuoto, la mano del mio bambino scivolò dalla mia”.
Santo Anselmo non riuscì a dire niente e anche Galaverna preferì tacere.
“E pensare che la quaglia è ancora viva” concluse Parpaia.
(pagina 120)

Il topo di cui vi dicevo, come molti altri personaggi che arrivano e spariscono, crepa. In questo libro muoiono in tanti, ma pare che a nessuno freghi poi granché, del resto siamo in un fantasy padano ambientato nel medioevo… e a gente dalla fame perenne fanno poca impressione le pompe funebri.

È un libro diviso in buoni e cattivi, come le favole, ma i cattivi sono meno spaventosi del lupo di Cappuccetto Rosso e, tutto sommato, anche l’orco ha una signora orchessa che lo attende a casa. Magari l’orco non sarà una brava persona, ma in fondo fa soltanto l’orco, e per contratto non può essere troppo simpatico.
Anche il diavolo deve fare un tantino lo stronzo, così almeno sappiamo se metterlo tra i buoni o i cattivi.

Poi c’è il personaggio principale, Sant’Anselmo che se ne sta comodo – beh, sì, circa – nel suo eremo alla Pietra di Bismantova – che è un bel posto per andarci in gita la domenica, tenetelo presente – e spartisce il panorama col diavolo. In realtà il diavolo è arrivato prima, è Anselmo quello che va lì a rompergli le balle. Tutto andrebbe benino – si sa che tra vicini di casa non mancano i dispettucci – non fosse per Matilde di Canossa che ha bisogno di Sant’Anselmo e deve andare a raccattarlo là, ché il telefono non c’è e le Regie Poste arriveranno, pure loro, con parecchia calma.

La nostra Matilde vuole spedire Anselmo come ambasciatore – che dia poco nell’occhio, mi raccomando – dal patriarca di Aquileia, è il caso che il tale si metta una manina al cuore e appoggi Matilde e papa Gregorio VII.
E che ci fa Gregorio VII nella rocca dei Canossa con un tempo che fa schifo e un imperatore che fa il ribelle? Ecco, sì, l’imperatore ribelle è Enrico IV di Franconia, scomunicato e poco intenzionato a baciare l’anello papale, che starebbe a sentenziare che il papa è il re dei re e comanda tanto in cielo quanto in terra.
A voi parrà una mera questione di tira e molla, ma con ‘ste panzanate qui la Chiesa Romana ha pestato piedi e calli per anni. Insomma, siamo davanti a una di quelle faccende per cui se l’imperatore non abbassa la cresta, si è già pronti a fare l’antipapa. Che sarà pur vero il detto “morto un papa se ne fa un altro”, ma se il papa ancora campa e fa troppe storie, tanto vale farne comunque un altro e poi vediamo da che parte si schierano le teste coronate. Un bel casino, credetemi, magari ne “Il tesoro del Bigatto” la cosa non viene indagata più di tanto – sì, è un fantasy, non possiamo chiedergli di diventare un saggio sulla storia dei papi, però, ma guarda il caso, qui trovate una recensione che può esservi utile –, ché lo spazio di un romanzo è esiguo e qui ci diamo più volentieri all’avventura.

“La zucca che cerco è una pianta magica, rarissima. Le vecchie donne ne parlano davanti ai fuochi d’inverno, specialmente in tempi di carestia. Gli uomini dicono che non esiste. Perché hanno paura del Bigatto che la custodisce. Quella pianta di zucche dà frutti grandi come questa capanna e ne basta uno solo per nutrire gli abitanti di un villaggio, per molte settimane. La sua pasta è zuccherina, adatta alle frittelle, alle mostarde, alle marmellate e al ripieno dei tortellini. Buona col formaggio e spalmata sul pane, ma anche così, da sola, cotta su pietre roventi. Nutre e riempie la pancia. Negare a un affamato l’esistenza della zucca, è come negare a un uomo l’esistenza di Dio, cioè togliergli la fede e la speranza per continuare. […]
(pagina 122)

Ed è proprio la fame e la ricerca della zuccona a mettere in movimento il resto della compagnia, i personaggi sono tanti ma i nomi talmente improbabili – niente John, Jack e Jim – che riuscirete a ricordarveli tutti. Un viaggio in cocca lungo il Po, a bordo della Gogamagoga, e ne capitano di tutti i colori, dai mostri di nebbia alle principesse che cercano marito per scrollarsi di dosso la maledizione che le lascia impietrite. Capirete anche voi che è una bella scocciatura.

È un libro che si legge volentieri, niente di particolarmente pregnante ma comunque piacevole. Un fantasy di buonsenso, un romanzo – quasi – storico senza quelle cretinate da thriller americano (così in voga anche tra i nostri romanzieri). Si presenta volutamente senza troppe pretese, come le storie dei miti locali che si raccontano durante i filò, ma non è affatto una stronzata. So che a scuola lo fanno leggere ai ragazzini, spero che i fanciulli ne coglieranno l’ironia, ché questo libro parrà anche giù alla buona, ma non è un romanzetto per bimbiminkia.

Ah, due parole sul Bigatto.
Il Bigatto è un verme piuttosto cresciuto, probabilmente parente del Graboid, diventato famoso per le sue apparizioni – e sparizioni sotto la sabbia – nel film Tremors.

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About Gaia Conventi

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7 responses to ““Il tesoro del Bigatto” di Giuseppe Pederiali”

  1. Mario C. Borghi says :

    Però la signora Bonfiglioli alla fin fine se n’è disfatta.

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  2. bila says :

    Se l’autore avesse inserito tra una pagina e l’altra miriadi di informazioni sui monasteri, sugli intrallazzi tra imperatori e chiesa, sulla geografia padana intorno all’anno 1000, su come erano vestiti i personaggi e quante volte si scaccolavano ogni giorno, e tutte le citazioni storiche relative a Matilde di Canossa, su cui si trova ampia documentazione, sarebbe stato un “Il Nome Della Rosa 2”

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