“I bottoni di Napoleone. Come 17 molecole hanno cambiato la storia” di Penny Le Couteur e Jay Burreson

Possibile che i bottoni di stagno abbiano mandato in malora i piani di Napoleone in Russia? Beh, così si racconta, in realtà la disintegrazione dello stagno è un processo lentissimo, anche alle basse temperature. Probabilmente, quindi, non è stata la chimica a sconfiggere Napoleone, però la chimica ha influenzato molte altre faccende, piccole e grandi.

Questo saggio – edito da Tea nel 2008, con traduzione di Libero Sosio – racconta le vicende storiche da un punto di vista davvero insolito, ci sono anche le formule chimiche, ma io le ho saltate. Mai capito un accidenti di chimica.

Ci sono quindi composti che hanno fatto la fortuna, e la sfortuna, delle nazioni. Metti ad esempio il trattato di Breda del 1667, a quei tempi la noce moscata era merce ambita, ecco quindi che gli olandesi cedono agli inglesi un possedimento nordamericano, una roba da niente: l’isola di Manhattan. In cambio hanno l’isola di Run, nelle Molucche, ricca di boschetti di alberi di noce moscata. C’è solo noce moscata, ma i tempi dicono che quella lì è ricchezza.
In quel momento gli olandesi devono essersi detti “ma tu guarda che pirla gli inglesi!”, in seguito si sono mangiati dita, mani e gomiti.

Ma che avrà mai avuto la noce moscata di tanto prezioso? Beh, assieme ai chiodi di garofano, al pepe e alla cannella, veniva usata per la conservazione dei cibi, per insaporirli, e tornava utile pure in medicina, si riteneva potesse proteggere dalla peste. Niente di più falso, o meglio, chi poteva permettersi la noce moscata già viveva in un ambiente in cui non scorrazzavano topi, l’immunità alla malattia non era quindi dovuta al magico elisir, ma vallo a spiegare ai creduloni!

Credenze a parte, le spezie hanno dato il via alle grandi spedizioni, lunghi viaggi marittimi che hanno portato in auge il problema dello scorbuto, poi risolto con l’acido ascorbico (la vitamina C). E’ James Cook, della Regia marina britannica, il primo capitano deciso a preservare il suo equipaggio dallo scorbuto; siamo nella seconda metà del ‘700, fino a quel momento era normale perdere la metà degli uomini a bordo, difatti se ne imbarcavano più del necessario. A metà del viaggio i problemi di vicinanza venivano risolti alla vecchia maniera: tutti i morti fuori bordo.
Cook lo capisce al volo che, se vuole fare grandi cose, ha bisogno d’avere un equipaggio in piena forma. Mettiamola così, senza la vitamina C la scoperta delle Hawaii e la circumnavigazione della Nuova Zelanda le avremmo attese ancora a lungo. Ma lo scorbuto non colpiva solo i marinai, era anche un’insidia per gli esploratori delle terre polari. Scott pensava fosse dovuto alla carne guasta, Amundsen trattò la faccenda con maggior serietà, sappiamo com’è finita la faccenda.

E il glucosio? Siamo chiari, il glucosio non è tutta dolcezza! Dopo i primi viaggi nel Nuovo Mondo, qualcuno inizia a pensare che là la coltivazione dello zucchero non dovrebbe essere un problema. Però ci vuole la manodopera, e visto che la popolazione locale l’abbiamo sterminata – e mica solo importando malattie –, ecco che la tratta degli schiavi sembra la soluzione ottimale. Ma non possiamo dare la colpa soltanto allo zucchero, bisogna dirla tutta e metterci in mezzo anche la cellulosa… e il cotone.
Il cotone è stato responsabile di due grandi eventi storici: la Rivoluzione industriale in Inghilterra e la Guerra di secessione americana. In Inghilterra si sono spopolate le campagne, in America se le sono date di santa ragione per abolire lo schiavismo. Quando indossate una t-shirt con la stampa “peace and love” ricordatevi di quanta storia c’è in quella targhetta che ne indica la composizione.

Potremmo anche parlare male della polvere da sparo, visto che ci siamo.

Usata fin dall’antichità in Cina, Arabia e India, arriva in Europa nel 1200 e Bacone, che di certo ha capito che quella roba scotta, ne cela la composizione chimica in un anagramma. Le prime armi da fuoco sbucano fuori attorno al 1300, a seguire gli esplosivi, che però si dimostrano esplosivi a sorpresa, scoppiano quando uno meno se lo aspetta. Eppure gli esplosivi riescono a darci modo di compiere grandi opere, costruire ferrovie bucando montagne… insomma, saranno cattivi ma ci servono, e non sempre per fare danni.
Alfred Bernard Nobel – quello del premio – decide che è arrivato il momento di metterci una pezza, e, toh!, inventa la dinamite. Strano a dirsi, ma Nobel è pure un pacifista, uno convinto che l’avere in saccoccia un’arma così terribile metta al sicuro da aggressioni, minacce… e guerre.
Il chimico tedesco Fritz Haber non si fa nemmeno questo scrupolo, durante la Prima Guerra la Germania ha bisogno di produrre nitrati per confezionare esplosivi e ci pensa Haber, che sta ideando fertilizzanti chimici ma si rende conto che le bombe al cloro nel 1915 hanno il loro bel perché. Iprite e fosgene arrivano in trincea, nel ‘33 arriva pure il Nobel a Haber. I suoi colleghi non la prendono bene.

Ovviamente il libro non si ferma alle esplosioni – più o meno volute –, racconta anche della seta: bella, liscia, favolosa… e pure quella ha fatto dei danni, ma anche no. Insomma, non è tutta seta quella che luccica!

La Cina ha tenuto nascosto per secoli il segreto della produzione della seta, stando parecchio attenta al contrabbando dei bachi. Pare che nel 552 due monaci abbiano portato in occidente uova di bombice e semi di gelso, se la storia è vera potrebbe essere il primo caso documentato di spionaggio industriale!
Da quel momento la sericoltura si espande in tutto il Mediterraneo e fa la fortuna di Venezia, Lucca e Firenze, commercio che rimpingua le casse e di certo ha dato un certo stimolo alle “spese” del Rinascimento. Ma in Italia c’è sempre un gran casino, troppe guerre, i tessitori della seta decidono di cercare tranquillità in Francia. Nel 1466 Luigi XI garantisce l’esenzione dalle tasse ai tessitori di Lione, fa piantare gelsi e ordina la manifattura della seta per la corte reale. Per cinque secoli Lione diventa la patria della tessitura.
Nel frattempo, in Inghilterra, Macclesfield e Spittalfield si fanno onore nella produzione di tessuti grazie ai tessitori fiamminghi che sfuggono alle persecuzioni religiose. Insomma, chi se ne va porta con sé ciò che sa fare, e la seta fa la fortuna di chi accoglie i profughi.

Quando però la seta non basta ad accontentare il mercato, bisogna inventarsi qualcosa di nuovo. E’ il 1938 e il nailon viene usato per la prima volta nelle setole degli spazzolini da denti, nel ‘39 si fanno le calze. Durante la Seconda Guerra la Dupont smette con le finezze e passa alla produzione militare, ecco che i paracadute lasciano la seta per darsi al nailon, tanto per dirne una.

Il fenolo ha invece dato vita all’epoca della plastica, sostituendo – alla fine dell’800 – l’uso dell’avorio nella produzione di bottoni, pezzi degli scacchi, tasti di pianoforte e palle da biliardo. In effetti il calo della popolazione di elefanti, prima di far perdere il sonno agli animalisti, ha sconcertato i giocatori di biliardo.

All’inizio del ‘900 un chimico belga – Leo Baekeland – immigrato negli Stati Uniti, sviluppa la prima versione di quella che oggi chiamiamo plastica. Incontra quasi per caso il signor Eastman Kodak e da una buona idea, e da un cospicuo capitale, nasce un nuovo tipo di carta fotografica.
I problemi finanziari del giovane Leo si risolvono felicemente e lui può dilettarsi inventando qualcosa di nuovo: la versione sintetica della gommalacca. Eccolo che crea la bachelite – da Baekeland, non l’aveste notato – e in seguito, per puro caso, si scopre che le palle da biliardo in bachelite funzionano alla grande. Insomma, un giro dell’oca per dirvi che la bachelite ha fatto tirare un sospiro di sollievo agli elefanti.

Importante quanto la plastica è pure la gomma, e Charles Goodyear lo sapeva bene.
Nel 1834 è indebitato fino al collo e fa esperimenti in casa, ammorbando i vicini. Cinque anni dopo gli cade per puro caso qualche goccia di gomma mista a zolfo sulla stufa bollente e gli pare sia successa una cosa interessante. Con un po’ di fortuna Charles ha inventato una gomma resistente, elastica e stabile alle alte e basse temperature: la gomma vulcanizzata.
La domanda di questo materiale schizza subito alle stelle e i baroni della gomma ci sguazzano… la foresta tropicale molto meno. Viene abbattuta senza troppe cerimonie, chissenefrega!

Nel 1876 gli inglesi portano in patria i primi semi di Hevea brasiliensis e li piantano in Malesia, nel frattempo gli olandesi fanno altrettanto a Giava e Sumatra. Assieme all’albero della gomma arriva pure la manodopera degli immigrati cinesi. Nel Congo, invece, re Leopoldo II del Belgio si fa meno pippe e rende obbligatoria la raccolta del latice per tutti i congolesi. Ecco che la tradizionale produzione agricola se ne va a ramengo e in Congo la gomma rende schiavi gli abitanti. E bravo Leopoldo!

La gomma ha fatto anche la fortuna dei dentisti. Il latice di sapodilla è stato introdotto in America dal generale Antonio Lopez de Santa Anna, il conquistatore di Alamo. In qualità di presidente del Messico, attorno al 1855, Santa Anna stipula con gli USA un accordo territoriale che lo rende poco simpatico ai messicani: lo esiliano.
Spera allora di vendere il latice di sapodilla – che potrebbe essere un buon sostituto del latice di gomma – per arruolare una milizia e riconquistare il Messico. Non va così, però scopre che il latice di sapodilla è migliore della gomma di paraffina quando è ora di mettere in movimento le ganasce e inventa i chewingum. Beh, buttali via!

I coloranti hanno una parte importante sul palcoscenico della storia. I colori naturali sono sempre stati cari e difficili da produrre. La porpora di Tiro – ottenuta dal muco di un mollusco – era anche piuttosto puzzolente, e capisco che per abbellire bisogna soffrire, ma a tutto c’è un limite!

L’indaco prende la via del sintetico nel 1865 grazie a Wilhelm Adolf von Baeyer. Vi dice niente il cognome?
L’indaco sintetico non è il massimo, stinge alla svelta… però viene buono per tingerci i jeans. Toh!
Ma non è stato l’indaco lo starter della corsa ai coloranti sintetici, la grande scoperta si deve al diciottenne William Henry Perkin – è il 1856 – che, mentre cerca di sintetizzare un farmaco antimalarico, crea il color malva e conquista il mondo della moda.

L’industria dei coloranti è strettamente legata a quella farmaceutica. Da secoli ci sono rimedi naturali a molti malanni – la chinina per la febbre, la digitale come cardiotonico e dal papavero si ricava un potente antidolorifico… uellà, ciao morfina! – quello che mancava era un rimedio efficace nel trattamento delle infezioni batteriche.
La Bayer, che aveva iniziato coi coloranti, è la prima a capire che si può vendere altrettanto bene l’Aspirina. Le proprietà terapeutiche del salice sono note da tempo, ma è il chimico Felix Hoffmann nel 1893 a investigare le proprietà dei composti affini all’acido salicilico.
Al crescere della domanda d’Aspirina si crea il problema di scovare le fonti naturali per produrla. Durante la Prima Guerra la consociata americana della Bayer compra tutto il fenolo possibile per garantirsi la produzione del farmaco, ma visto che col fenolo si produce anche acido picrico – un potente esplosivo – probabilmente è stata l’Aspirina a mettere in moto la corsa per crearne uno tutto nuovo: il tritolo.

Nell’800, mentre fa esperimenti sui coloranti, Paul Ehrlich – chimico per caso, bevitore e fumatore di lungo corso, filosofo da birreria – comincia a cercare un rimedio alla malaria: non lo trova, però fa passi avanti nella cura della sifilide. Ecco quindi che nel 1909 il Salvarsan sostituisce il mercurio, i sifilitici ne sono felicissimi. Prima la scelta era crepare per il male o per la cura. C’era poco da stare allegri!

Il saggio propone molto altro, dai cambiamenti epocali introdotti dalla pillola anticoncezionale, alle sostanze più o meno allucinogene che ci hanno condotti dalla caccia alle streghe agli sballi psichedelici. Morfina, nicotina, caffeina. E poi l’acido oleico, gli ulivi del Mediterraneo, la nascita delle civiltà, la dieta, l’aspettativa di vita legata al consumo d’olio d’oliva.

Una storia raccontata così non annoia, il saggio scorre bene e svela curiosità piccole e grandi. E pensare che ho sempre detestato la chimica!

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

8 responses to ““I bottoni di Napoleone. Come 17 molecole hanno cambiato la storia” di Penny Le Couteur e Jay Burreson”

  1. sarapintonello says :

    beh…direi da leggere 🙂

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  2. tigli&gelsominO says :

    che bello!, l’articolo mi piace un sacco e il libro…si trova? lo compro e lo metto nella pila “per le ferie”, che il tempo libero è sempre meno…
    ciao, tigli&gelsominO

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  3. Rosalba says :

    Prossimamente sul mio comodino?

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