“L’italiano. Lezioni semiserie” di Beppe Severgnini

Chi scrive bene è scientificamente sospetto. (Theodor W. Adorno)

Un agile libercolo che pare dirti “Ehi, ehi… così non va!” ogni tre righe. In effetti così non va, ci sono regole che la scuola dell’obbligo avrebbe dovuto imprimerci nella zucca, eppure sembra ci sia bisogno di un ripasso. Beppe Severgnini ci rende agile il doposcuola: il libro è gradevole, bada al sodo e non manca d’esempi pratici.

Che sia per pigrizia, o perché non si pratica abitualmente l’arte dello scrivere – e quella del leggere? – certe cose le abbiamo scordate. O magari ci passiamo sopra, ci sembrano soltanto tediose.

Date retta a Severgnini, «La lingua cattiva è poco efficace […] e spesso fraudolenta. Chi difende il buon italiano non difende la pedanteria, né rifiuta le innovazioni: difende invece il buon senso, e accetta le novità. Palloso, per esempio, è un neologismo fascinoso, utile per descrivere i discorsi di chi non sa parlare e i testi di chi non sa scrivere». (Pagina 17).

Vi siete mai imbattuti in un blog colmo di errori? Gli dareste credito? Magari propone temi originali, ma li scrive con sciatteria, tanto da levarvi la voglia d’arrivare in fondo a un post. Due righe di punteggiatura sghemba sono il peggior modo d’iniziare una giornata online!

I libri, non a caso, prevedono un sano lavoro di editing. A volte anche un paio di mani, come quando si dà di bianco. E nelle email? Un correttore automatico dovrebbe mettervi in guardia: allarme, allarme, stai scrivendo una bruttura! In caso il correttore non bastasse, meglio rileggere prima di premere “invio”. Rileggere, non fa mai male, anzi.

Volendo riassumere il libro, basterebbe questa immagine. Salvatela, stampatela e appiccicatela al monitor: Severgnini sarà fiero di voi.

Se fate questi errori – in un manoscritto, un’ email, un blog, una lettera… – allora è il caso di mettersi una mano al cuore: c’è parecchio da correggere.
Sia chiaro, Giramenti non è la maestrina dalla penna rossa, qui potete commentare come vi pare. Non fatevi prendere dal panico!

Chiaro, no?

Allora non rimane che ricordare alcune felici leziosità che ci renderanno più simpatici ad amici e conoscenti. Nel libro ce ne sono molte altre, mi limiterò a queste.

Assolutamente sì e assolutamente no: tagliate corto, sì o no.

Diminutivi
Le parole che finiscono in -ino e -ina fanno uscire di testa il nostro Severgnini. Del resto, l’aiutino sentito ai telequiz ha mandato in bestia molti altri esseri senzienti. Dico bene?

Il politichese
Non rassegniamoci alla lingua vuota della politica. Il mio consiglio? Se vi passa accanto un ministro, menatelo. La prevenzione conta.

L’italiano parallelo.
Nelle lettere/email di lavoro non siate esageratamente formali. Non fate i cyborg! Spesso l’italiano parallelo è sintomo di servilismo e conformismo. Anche qui la prevenzione conta, se vi scappa un distinti saluti, menatevi da soli.

Attenti anche al lessico familiare, ma non perdete del tutto i modi di dire del vostro dialetto: usati con parsimonia risolvono alla grande. Meglio il dialetto dei termini stranieri, soprattutto se con le lingue siete costretti a usare il traduttore di Google.

Confidenze indebite.
Non è detto si possa dare del tu a tutti. Sì, lo so, pare strano nell’epoca di internet, ma pensateci: al bar ordinate un cappuccino – «Ehi, scusa, un cappuccio!» – e il barista ve lo porge con lo zucchero e il lei. Mettetevi nei suoi panni e chiedetevi se potrebbe mai dare del tu al primo che passa. Che direbbe il suo principale? Stabilito questo: «Per cortesia, un cappuccino. Grazie», e l’impiccio si risolve felicemente.

Stampatello.
Un conto è prendere appunti per sé – «Così poi capisco che accidenti ho scritto» – un altro è mandare un biglietto d’auguri. La scrittura gallinacea è brutta, lo stampatello è peggio.

Questione di precedenze.
«Il cognome prima del nome è un indicatore psicologico»
dice Severgnini. Su facebook, per cortesia: nome e cognome. Mai l’inverso.
Permettetemi d’aggiungere una postilla del tutto personale: iscriversi a facebook come “Mario Rossi scrittore” è fuori luogo. Se nessuno sa che mestiere fai, un motivo ci sarà; se la gente ti conosce per quello che fai, ribadirlo è da pirla.

Segni d’interpunzione.
«I segni d’interpunzione contribuiscono a rendere sensuale e musicale la lingua: per scrivere in maniera seducente, bisogna saperli usare». (Pagina 73). La mancanza di punti dà ansia e causa emboli, i troppi punti danno il singhiozzo. La virgola è una fermata, il punto e virgola una sosta breve, il punto una sosta. Punto e a capo? Parcheggio e cambio veicolo. Lo dice Severgnini e più chiaro di così non si poteva. Tenete poi presente che i due punti vi aiutano a eliminare il che. Non abusatene: una volta sola a periodo.

Il punto esclamativo meriterebbe una lunga dissertazione, fate in maniera di usarlo solo se serve, mai più di uno. È il marchio di fabbrica dei bimbiminkia, questo dovrebbe bastare a mettervi in allarme.

«Ricordate: un punto interrogativo segnala una domanda. Cinque diventano un interrogatorio». (Pagina 85). E le parentesi? Secondo Severgnini sono «come l’aglio, le elezioni e i cugini: ci vogliono, ma è meglio non esagerare». (Pagina 87). Inutile dirvi che il libro è assolutamente refrattario all’uso dei puntini di sospensione… ehm… come dire… ci fanno sembrare indecisi.

Riassumendo: «Il punto è il soldato semplice della punteggiatura. L’artiglieria esclamativa è potente, la cavalleria interrogativa è veloce, le trincee dei due punti sono utili […]. Ma senza il punto non si vincono le battaglie». (Pagina 75).

Nel libro c’è molto altro – anche gli esercizi alla fine di ogni capitolo –, tutta roba utile da sapere, ripassare, ricordare. Le d eufoniche, il po’, gli imperativi con l’apostrofo (fa’! e colleghi) e il sempiterno qual è: scritto così, non aggiungeteci altro.

Il libro – edito da Rizzoli – è uscito nel 2007. Non risente di stanchezza e vecchiaia; rimane piuttosto attuale, soprattutto ora che tutti vogliono fare i romanzieri. Volesse il cielo che qualcuno, leggendo Severgnini, capisse d’essere tagliato per fare altro! (E qui il punto esclamativo ci sta tutto).

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Informazioni su Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

26 risposte a ““L’italiano. Lezioni semiserie” di Beppe Severgnini”

  1. sarapintonello dice :

    devo dire che alcune regole non le seguo, sigh

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  2. julka75 dice :

    Ora lo metto nella lista dei desideri.

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  3. Tales Teller dice :

    La cosa meravigliosa dello scrivere è che non c’è miglior modo per imparare del fare esercizio. Nelle prime cento righe ci saranno battaglioni di errori orrendi, poi andranno scemando e pian piano si otterrà una buona approssimazione della lingua italiana.
    Questo, ovviamente, diventa più efficace se si ha la possibilità di confrontarsi con qualche lettore e si sia disposti ad ascoltarne i commenti, i consigli e soprattutto le critiche.

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    • Gaia Conventi dice :

      Eh, qui sta il difficile: le critiche. Lo dico per esperienza, sia chiaro.
      Anche se, detto tra noi, nessuna critica mi ha mai levato il sonno. Se così fosse, aprire un blog di satira letteraria sarebbe stata una pessima idea. 😉

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      • Tales Teller dice :

        Credo che sia una responsabilità condivisa tra criticato e criticante. Se il mio scopo è quello di migliorare devo sapere ascoltare le critiche che mi vengono rivolte così come se il mio scopo è aiutare un miglioramento devo sapere come muovere le mie critiche in modo da renderle costruttive.

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        • Gaia Conventi dice :

          La critica costruttiva – nonostante i vari “è tutta invidia!” – è difficile. Molto più ostica dello sparare complimenti. Per questo, forse, le recensioni online tendono spesso alla salivazione eccessiva.

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          • Tales Teller dice :

            Oh si, concordo in pieno, è una cosa veramente difficilissima. Se il testo è buono è difficile metterne in luce le mancanze senza correre il rischio di sminuirlo (parto dal presupposto che non esista nulla senza un punto debole che potrebbe essere migliorato); se al contrario è scadente è complesso riuscire a sottolinearne le qualità e consigliare un buon approccio per risolverne i problemi.
            Essere dei buoni critici è un lavoro più difficile dell’essere dei buoni scrittori … noi abbiamo degli scrittori terrificanti e dei critici da operetta.
            Che bella cosa …

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            • Gaia Conventi dice :

              Ognuno fa quel che può, e lo fa male.
              A questo punto è difficile dare colpe, tocca spartirle.
              La colpa spartita è come una vittoria di squadra: bravi tutti.

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              • Tales Teller dice :

                Hahahahaha.
                Spero di non arrivare mai a sedermi nel cerchio di una simile comodità e nel mentre tremo al pensiero della prima critica che mi verrà fatta quando sottoporrò le mie prodezze letterarie a qualcuno di spietato.

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                • Gaia Conventi dice :

                  Ti sono amica. Se non vorrai farmi leggere il tuo libro, capirò. 😀

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                  • Tales Teller dice :

                    Non ti chiederei mai una recensione, nel senso che non trovo una una politica quella dello strumentalizzare amici & conoscenti, ma una critica inter nos potrebbe essere interessante.
                    Soprattutto visto e considerato che sarà un Fantasy, quindi non propriamente il tuo genere.

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                    • Gaia Conventi dice :

                      “Non propriamente il mio genere”, e sei stato carino a metterla giù così soft. Le trame tramortite mi hanno guastata da piccola, temo non riuscirò più a guardare il fantasy con simpatia. 🙂
                      Ma una critica in amicizia, perché no? Magari davanti a uno spritz.

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                    • Tales Teller dice :

                      L’ho messa giù così perché sono dell’idea che tu sia stata traviata da terribili tramisti. Potrà rimanere un genere con cui hai poca affinità, ma sono certo che potrai rivalutarlo. Ecco.
                      Si, il clima conviviale può essere d’aiuto.

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  4. Gaia Conventi dice :

    Allora termina il manoscritto, poi decidiamo dove prendere lo spritz.

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  5. Mihaela dice :

    Toglietemi tutto, ma non il punto VI del decalogo. Quando studiavo italiano era uno dei miei esercizi preferiti, ora ho quasi smesso. 😀
    Lo stampatello è un punto dolente, ehm… perché non so scrivere in stampatello, o meglio, quando devo farlo, impiego talmente tanto tempo da portare le persone alla disperazione più totale.

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    • Gaia Conventi dice :

      Va bene, non ti obbligheremo a scrivere in stampatello.
      O magari sì, ma prima prendiamo ferie. 😀

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      • Mihaela dice :

        Le ferie devono essere molto lunghe, mooolto. 😉

        Comunque, non ho mai capito perché qui non si insegna calligrafia a scuola. Ho visto certi sgorbi: potrebbero far impallidire qualsiasi geroglifico a confronto.

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        • Gaia Conventi dice :

          Niet! La calligrafia curata è roba da signorine, come l’economia domestica e la storia dell’arte. In Italia badiamo al sodo: l’italiano lo sappiamo da schifo e lo scriviamo peggio. Tanto per fare pendant. 😉

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  6. Mihaela dice :

    Curata e perfetta no, almeno comprensibile. Però, la coerenza italica in questo caso è ammirevole. 😀

    In ogni caso, un paio di spritz e si risolve tutto.

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