“L’ultima estate di innocenza” di Patrick Fogli.

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«È stata seminata troppa erba cattiva perché basti tenere in ordine il giardino per non farne crescere più» (pagina 14). Lo dice uno dei protagonisti a proposito dell’Iraq, lo stesso si potrebbe affermare dell’editing di questo romanzo. Confesso d’aver mollato il libro a metà, il pensiero di sorbirmi tutte le 600 pagine mi è sembrato allettante quanto la ceretta all’inguine. Quando ti rendi conto che l’unico motivo che ti spinge a leggere un testo è la conta delle ripetizioni, o sei stato colto da un raptus o il romanzo è autoimploso.

Forse è una magagna del Delta, difatti anche Fogli – il cognome ce lo rivela d’origini comacchiesi –, come Simoni – qui –, ha la mania degli occhi e degli sguardi. Mi sono arenata a pagina 321, dopo 252 occhi (raramente al singolare, ma «la coda dell’occhio» si fa apprezzare per la sua assidua presenza) e 132 sguardi (soprattutto al singolare). Una brutale media matematica mi dice che ogni pagina e sbrisga salta fuori un occhio e ogni due pagine e mezza uno sguardo. Un libro piuttosto oftalmico.

E poi ci sono i mix di occhi e sguardi: «Tiene gli occhi incollati allo sguardo» (pagina 164) e «Pianta lo sguardo negli occhi» (pagina 261), tanto per citarne un paio. Ogni quattro pagine salta fuori un sorriso. Se non è un sorriso, c’è comunque qualcuno che sorride. «Ora è lei che sorride. Un sorriso vero, che mi piace. Mi domando quanto tempo era che non la vedevo sorridere così» (pagina 170), ma va citato anche il «sorriso isterico appiccicato alle labbra» di pagina 301. Forse si tratta di paresi collettiva

Eppure già il titolo avrebbe dovuto allarmarmi, quel «di innocenza» sbatte sui denti come una dentiera che balla, facendo lo stesso chiasso dell’incipit: «L’acqua è un rumore cieco nella notte» (pagina 9), probabilmente è l’unica cosa che nel libro ci vede poco.

La trama è «Un’espressione piena di troppe cose» (pagina 29) – in troppe pagine – che alla fine – se uno ha pazienza d’attendere – occupano le giuste caselle, così tutti si conoscono e sembrano vicini di pianerottolo. Certo bisogna anche stare al gioco e fingere che la soluzione “uscita dal coma con perdita della memoria” sia una trovata originale, e se la cosa costa fatica, è meglio non andare oltre pagina 26.

Un thriller bolognese – «Bologna d’estate si dimentica di tutto e ti abbandona, come un’amante che alla fine si è stufata di scoparti» (pagina 44) – con morti e inseguimenti, ma ci sono anche momenti contemplativi: ogni quattro pagine e mezza si parla di capelli – «i capelli colore della sabbia al tramonto» (pagina 272) mi hanno lasciata perplessa. Spesso un personaggio gioca con le ciocche e il ciuffo, faccenda che ricorre come la presenza di volti, visi, sorrisi e varie espressioni. La smorfia compare spesso, tra le mie preferite la «smorfia da bambina malinconica» a pagina 125, «Sorrise con una smorfia» a pagina 148, «Il sole in faccia che gli disegnava una strana smorfia sul viso» (pagina 250). Tra le voci, invece, quella «tagliente e sottile come i baffi di un gatto» di pagina 285, o quella del Grigio, di cui dirò poi.

I protagonisti sono tutti tristi con una triste vita alle spalle. I cattivi sono cattivissimi, i più cattivi: il cattivo grosso frega il cattivo più piccino, come il pesce grande mangia quello piccolo e il vassallo rompe i coglioni al valvassore e al valvassino. Tra loro c’è pure Varo Borja – «Un nome strano, ma non ne conosce un altro. Solo quello, che viene da un romanzo» (pagina 110) – omaggio a Il club Dumas di Arturo Pérez-Reverte e «il Grigio», che immagino voglia rendere lode a Gandalf e non alle 50 sfumature. E come sarà la voce del Grigio? «La voce del Grigio è una lastra di marmo battuta dalla pioggia. Scivola fra i pensieri come un cattivo odore» (pagina 246), c’è da augurarsi che parli poco e tenga le finestre aperte.

I cattivi hanno spesso gli occhiali scuri – «I maledetti occhiali scuri calati sugli occhi» (pagina 149) rendono l’idea – e le dita vengono buone in due diverse occasioni: a pagina 67 «La chiesa è lunga è stretta come le dita di una mano» mentre, a pagina 259, «La luce che filtra dalle tapparelle è una mano con troppe dita».

Frasi brevi e brevissime – «Sorride.» salta fuori come i funghi dopo la pioggia – o frasi a effetto, spesso all’inizio del paragrafo, tanto per mettere buona lena al lettore. Del resto, «Il silenzio che arriva in fondo alla frase è feroce e appiccicoso» (pagina 292).
Tra le frasi col botto cito volentieri queste: «La mattina è azzurra come il sorriso di un bambino» (pagina 92) ma «La luce del mattino è» anche «sottile come una minaccia» (pagina 167) e «La questura di Bologna è pulita come il primo sole del mattino» (pagina 260); «La macchia taglia la penombra della stanza e si apre come un frattale di un solo colore» (pagina 122), nel frattempo ci imbattiamo in «Una strana costruzione grigia e azzurra che spunta dall’asfalto come una sentinella» (pagina 127) mentre, da qualche parte, c’è un corridoio che ha la particolarità d’essere «piccolo e spazioso» (pagina 121).

Sarà meglio non dilungarsi troppo visto che «Il tempo mi rincorre come un cane da caccia» (pagina 213), diamoci una mossa ed evitiamo d’andare a spasso, mica come a pagina 230 dove, in nove righe, scoviamo «Un paio di scarpe nere da passeggio» indossate da un tizio poco raccomandabile che «Tira fuori una pistola. Qualcosa di piccolo, da passeggio». E qui anche l’editor doveva essere in giro, in ferie.

E poi lungaggini che ti fanno perdere il tram: «Le ferite vere non sono quasi mai quelle che ti tagliano la pelle e la carne. Quelle che un sacco di dottori seri e contriti ha cercato senza trovarle sul corpo e dentro al corpo della sua bambina. Restano annegate dentro di lei come un relitto sul fondo di un abisso. Nascoste nel buio, affossate in un angolo in cui non è permesso arrivare. Ferme a marcire fino a quando non risaliranno a galla tutte quante. O finiranno per portare a fondo lei» (pagina 42). Va bene, grazie, abbiamo capito.
O dubbi amletici da talk show: «Forse tutto quello che sto vivendo è un incubo che la mia vita si inventa perché la realtà è troppo macabra e pesante da sopportare» (pagina 101/102), che ricorda il marzulliano «La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere?».

Il libro non prevede capitoli, a ogni cambio di paragrafo cambiano personaggi e situazioni – un buon metodo per tenere a bada il POV –, peccato che a volte servano diverse righe per capire chi è il tizio e cosa sta combinando.

«La mia vita è una puttana che ha dimenticato il buonsenso» (pagina 23) sostiene uno dei protagonisti, forse sconcertato da tanta tristezza, tanta cattiveria e tanto pessimo editing.

Atensiòn, siore e siori!

Non è finita qui! Oggi parte una gagliarda e goliardica collaborazione: io e Paolo Ferrucci – in caso di estremo bisogno, e ciofeche annesse – faremo a fette lo stesso romanzo. Anzi, lui farà molto di più! Seguite Paolo nelle sue autopsie – ci vuole fegato, si sappia! – e godetevi la prima vittima.

Andate qui e dite a Paolo che vi mando io, così eviterà d’accogliervi con una mannaia.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

13 responses to ““L’ultima estate di innocenza” di Patrick Fogli.”

  1. Antonello Iannoni says :

    Beh…certo…l’acqua è un rumore cieco nella notte,così come la notte
    è un rumore cieco nell’acqua. Oppure il cieco nell’acqua è un rumore
    nella notte, ma anche, un rumore cieco è come l’acqua nella notte.
    Insomma, come la metti la metti, serve sempre un consulto tra un bravo
    optometrista, un oftalmologo e un ottorinolaringoiatra. Perchè poi non
    è che l’acqua in gola a un cieco, di notte, faccia troppo rumore!
    Ma il quesito più angosciante è: come farà il cieco, nel rumore della
    notte, a trovare l’acqua?
    E’ destinato a morire di sete?
    Questi sono i veri problemi esistenziali!

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  2. Alessandro Madeddu says :

    Calvino se fosse vivo direbbe: “Ma chi ha insegnato a queste persone a scrivere così?!” Domanda retorica. D’Annunzio, quelle deteriore, dei romanzi – è stato lui.

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  3. Daniela says :

    “Tira fuori una pistola. Qualcosa di piccolo, da passeggio”…non è che la pistola è un metro sessuale per gli uomini come la macchina o la moto?
    Comunque oggi si raddoppia: ho letto anche Paolo (troppo forte e bravo, direi una lezione da non perdere!), e mi son detta altroché Dexter! 😉

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  4. paolo f says :

    Io avevo smesso di farmi domande da un pezzo, ma ogni tanto è bene tornare a far muovere le articolazioni…
    Una volta un conoscente necroforo, fra una chiacchiera e l’altra, mi chiese: “Ma tu hai idea quando un cadavere è aperto l’odore che si sente?”
    Non ne ho idea, ma posso immaginarlo, risposi. Dev’essere un lavoro duro, mi sa.

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  5. enza says :

    Grazie Gaia come al solito i tuoi articoli sono “illuminanti” LOL

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