“La testa degli italiani” di Beppe Severgnini.

Libro leggero – ma dice cose serie – che racconta seriamente – ma senza esagerare – la testa degli italiani. Striglia i turisti stranieri che sono soliti seppellirci con stereotipi affettuosi (pagina 125), spiega loro l’imprevedibile rassicurante atmosfera delle nostre cittadine (pagina 205) ma, soprattutto, sbatte il nostro naso italico contro una serie di fatti comprovati: ci buttiamo in guerra con la stessa noncuranza con cui gli altri giocano una partita di pallone, ne usciamo perdenti senza drammi e i drammi li lasciamo agli incontri di calcio. E lì, cari miei, facciamo atti di pentimento che manco a guerra persa!

Forse è proprio il calcio a rappresentarci meglio, o così ho sempre amato credere. Se ci danno per favoriti, perdiamo; se ci danno per perdenti, abbiamo l’arbitro contro, i segnalinee che ci vogliono menare, gli avversari che ci menano davvero – e ci azzoppano mezza squadra -, un rigore contro ogni quarto d’ora e il pubblico che ci urla «Italiani fetenti», noi vinciamo.

L’italiano tira fuori i coglioni solo in caso d’emergenza: fateci giocare una partita col lutto al braccio – terremoti, maremoti e disastri ci rendono superman – contro il resto del mondo, fateci credere che i buoni siamo noi e che, in caso perdessimo, gli avversari sputerebbero sulla nostra bandiera… e vedrete che corse in campo! Poi, sia chiaro, a cose fatte ce ne sbattiamo della bandiera e il resto del mondo è sempre da imitare, è sempre migliore, ha tutto da insegnarci: ma non se siamo convinti d’essere i buoni, i vessati dal destino, quelli messi sotto dal fato. Esterofili quando ci pare, europeisti solo finché l’Europa non si presenta sul nostro zerbino.

Italiani sempre, ma più italiani in caso di sfighe nazionali. Il quotidiano non fa per noi, ché lì, bene o male, tutti galleggiano. A noi servono le sfide impossibili, i gattini sotto la pioggia, l’Emilia che crolla, il badile da portare in groppa per andare a salvare le cittadine dal fango. Poi torniamo a casa, ci sediamo a tavola e lasciamo che il telegiornale ci racconti quanto i politici rubano nelle nostre tasche. Non siamo gente da rivoluzione, siamo tipi da salvataggi lampo.

In Italia la vita è movimentata, racconta Severgnini, tanto che tendiamo a spostare persino i monumenti, a voler cancellare le feste nazionali e a dividerci in scapoli contro ammogliati, o in rossi e neri. Ancora adesso, mentre «I tedeschi hanno metabolizzato il nazismo, i francesi hanno accantonato Vichy, gli inglesi hanno cancellato certe pagine coloniali, gli americani hanno digerito il Vietnam» (pagina 210). Noi no, noi stiamo ancora lì a sbraitarci contro, perché l’italiano, se vive tranquillo, vive male. Vive solo a metà. Ci incolonniamo in autostrada a Ferragosto per potercene lamentare il giorno dopo, passiamo le Feste in famiglia per poi dire il peggio del parentado, pretendiamo ferie rilassanti e ci cacciamo in spiaggia a Rimini. L’italiano di qualcosa deve pur morire, salvo poi godere d’una concentrazione d’anziani da fare invidia alle giovani nazioni di giovani volenterosi che crepano ben prima di noi. Noi siamo quelli dal naso triste come una salita e gli occhi allegri da italiano in gita, così cantava Paolo Conte. L’Italia è comunque inimitabile, e se così non fosse, gli stranieri non passerebbero così tanto tempo nei nostri confini: scordando le regole ferree di casa loro per imitarci in quelle – molto personali – che ogni italiano si dà in patria.

Sconcertanti nelle bellezze quanto nei difetti, noi italiani siamo capaci di insospettabili profondità, dice Severgnini a pagina 214. A cui va aggiunto il ritratto che fa di noi a pagina 227: «Gli italiani sono un popolo morale. Ma anche la morale, come la legge, dev’essere su misura. È un approccio à la carte: ognuno sceglie ciò che vuole, usando coscienza e convenienza». E ancora, a pagina 234, «Le regole […] ci sono ma ognuno le interpreta a modo suo. La norma generale è considerata, prima ancora che oppressiva, noiosa: sfidarla o contestarla è un modo per renderla interessante». L’Italia dei furbi, dove il furbo crede di farla in barba al potente, dove siamo pronti – ma oggi molto meno – a tollerare le furbate altrui perché, rossi contro neri finché si vuole, ma nella partita “Italiani VS Autorità”, noi sappiamo bene da che parte stare.

Che salviamo di noi? Certamente una bontà d’animo che ci è propria, un culto del socializzare che ci rende cittadini del mondo, ma che all’estero ci porta a cercare la compagnia dei nostri connazionali. Non siamo peggiori degli altri, ma ci piace pensarlo. Eppure, se gli altri ce lo fanno notare, li mandiamo a fanculo col petto gonfio d’amor patrio. Siamo italiani, cazzo!, e solo noi possiamo dire male di noi stessi.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

6 responses to ““La testa degli italiani” di Beppe Severgnini.”

  1. Felice Muolo says :

    Niente da commentare.

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  2. Camilla P. says :

    Che dire, secondo me ci hai inquadrato appieno, in positivo e in negativo.

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  3. Daniela says :

    clap clap clap 😉

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