“La mappa del destino” di Glenn Cooper (con autopsia).

Attenzione allo spoiler! Se intendete leggere La mappa del destino, evitate questa recensione. Se, nonostante la recensione, intendete comunque leggere La mappa del destino… siete dei pazzi pericolosi!

Un libro talmente brutto e pretenzioso da far sembrare i thriller di casa nostra dei capolavori. Già il titolo che Editrice Nord ha scelto per la versione italiana – tradotta da Velia Februari e Amalia Rincori – è al limite del lecito. Dopo la Biblioteca dei morti e il Libro delle anime, ci mancava giusta giusta La mappa del destino, così abbiamo dato fondo alle principali parole chiav(ich)e dell’editoria moderna, ci manca solo “da Tiffany”, ma proprio non ci azzeccava col resto.

Tre cose dovrebbero mettervi subito in allarme: la copertina da Viaggio al centro della terra, la foto dell’autore in quarta – camicia sbottonata alla “mi manda Briatore”, faccia inespressiva e capello da barbiere incapace – e le anticipazioni da spot televisivo (a caratteri nani, così il dispetto è massimo):

È NASCOSTO IN UNA GROTTA

È CUSTODITO IN UN MANOSCRITTO

È UN SEGRETO MILLENARIO

PUÒ UN MIRACOLO

DIVENTARE UNA MALEDIZIONE?

La cialtronata è fatta, e il maiuscolo aiuta. Il mistero s’infittisce e s’inizia a rimpiangere il “da Tiffany” mancante.

Ma vediamo di raccontare la vicenda iniziando dal protagonista, Dirk Pitt può andare a nascondersi, Luc Simard è parecchio più figo di lui. Se la gioca ai punti col vice-figo, il suo amico esperto d’arte che – scusate lo spoiler – muore e ci fa pure contenti: sopportarlo è stato un calvario. Il vice-figo – figo ma mai quanto il protagonista, ci mancherebbe! – è Hugo Pineau, dagli «occhiali scuri e griffati» (pagina 19), «sui quarant’anni, non molto alto e senza un filo di grasso» (pagina 20). Quando Cooper ce lo presenta – il vice-figo sta andando all’abbazia per vedere il manoscritto di cui si ciancia in copertina –, Hugo è un tale «dal naso largo, ma per il resto i suoi tratti erano ben cesellati e, nel complesso, era di bell’aspetto. Pettinato con cura, era sobriamente elegante nella sua giacca sportiva marrone, cucita su misura, accostata a una camicia bianca col colletto aperto – del miglior cotone egiziano, così da far risaltare la carnagione – e a pantaloni beige. Emanava un profumo muschiato, di acqua di colonia» (pagina 20 e 21). A questo punto poteva darci una dritta pure sulle scarpe! Ebbene, il nostro Hugo si avvicina all’abbazia «sbuffando a ogni passo sulla ghiaia, irritato perché le nuove suole di cuoio si stavano già consumando» (pagina 19), preoccupazione degna di un damerino tirchio, simpatico come la cacca pestata. E mentre Hugo va dal priore per dare un’occhiata al manoscritto misterioso – ovviamente scritto in codice – che è saltato fuori da una breccia nel muro della biblioteca, noi vediamo di capire chi è il figo per eccellenza, l’amico suo carissimo, Luc Simard.

Ovviamente Luc «era muscoloso e abbronzato per via dell’intenso lavoro all’aria aperta. Al confronto, Hugo sembrava pallido ed effeminato» (pagina 36), ecco, Hugo, beccati questa! Ma Hugo pare esserne consapevole e non se la piglia più di tanto, difatti, presentando Luc alla segretaria, ci regala questo esilarante siparietto: «Ecco, finalmente hai conosciuto Margot. Te l’avevo detto che era bellissima!» Poi, rivolgendosi alla segretaria, aggiunse, ridendo: «E finalmente tu hai incontrato Luc. Te l’avevo detto che era bellissimo!» (pagina 36). Certo, certo… tra uomini, sempre così, tutto un complimento.

Ma mica è colpa di Hugo, eh? I convenevoli ci stanno tutti, Simard è davvero un tizio che fa girare la testa: «In effetti aveva proprio un’aria da «bel tenebroso»: folti capelli neri, barba di due giorni che incorniciava le labbra […], jeans aderenti e stivali da cowboy […]. Di primo acchito, sembrava un giovanotto ma, a un esame meno superficiale, emergevano alcuni dettagli – per esempio gli occhiali da vista – che rivelavano la sua vera identità: quella di un professore quarantaquattrenne». Gli occhiali fanno subito esperto d’arte rupestre, avesse avuto le lenti a contatto, sarebbe sembrato un burino qualsiasi.

Nel corso del libro la figherrima presenza di Luc Simard è sempre sapientemente omaggiata: Luc si fa «largo tra la folla con l’agilità di un assassino» – ma è uno dei buoni – e ha «qualcosa di selvaggio, d’indomabile» (pagina 82). Un figone della madonna con «legioni di ex fidanzate» (pagina 96), del resto «Suo padre era l’amministratore delegato di un’azienda petrolchimica: un uomo narcisista e arrogante, che frequentava solo circoli esclusivi e beveva unicamente liquori pregiati. In più, aveva avuto uno stuolo di amanti giovanissime, invece di apprezzare la moglie amorevole che aveva accanto. Se non fosse stato per quella fatale crisi coronarica, sarebbe stato ancora lì, a bere e flirtare, un patetico dongiovanni settuagenario» (pagina 166). Insomma, Luc da qualcuno doveva pur prendere! E resta bello e invincibile fino a pagina 183, quando perde l’amico Hugo: «La morte di Hugo aveva spazzato via il suo fascino arguto come le onde cancellano le lettere tracciate sul bagnasciuga». Ah, quanta poesia…

Ma sarà così plastificata anche la vicenda? No, per carità, la trama è anche peggio della resa su carta.

Il libro gode di tre piani temporali, che Glenn Coper fa andare di pari passo e che, secondo le più rosee speranze dell’autore, dovrebbero riallacciarsi nel finale, in un grande fiocco rosso con effetto sorpresa. L’idea non sarebbe male, ma Cooper ci ha cacciato dentro tanta di quella roba da farne un minestrone per psicopatici. «Il tempo assunse una dimensione singolare» (pagina 65), già, difatti abbiamo il paesino di Ruen e la sua grotta – quella della copertina – coi Cro-Magnon, poi nel medioevo – scatta pure il momento dei Templari, immancabili –, nel corso della prima e della seconda guerra mondiale e, finalmente, ai giorni nostri.

Tutto ruota attorno al manoscritto rinvenuto nell’abbazia, è in codice e ha la mappa del tesoro, la mappa porta alla grotta, la grotta ha pitture rupestri che parlano di una pozione misteriosa, la pozione è miracolosa, ma dà qualche problemino sulla lunga distanza. E ovviamente ci sono i personaggi storici realmente esistiti – e scomodati all’occorrenza – che Cooper fa interagire col resto. Abbiamo Bernardo da Chiaravalle«Qualche relazione con la razza canina?» «A quanto pare sì. Ma di recente ho scoperto che il santo è famoso anche per altri motivi» (pagina 41) –, tanto caro ai Templari a lui tanto cari, e Pietro Abelardo, con la sua Eloisa. Non sapete la storia di Abelardo ed Eloisa? Ah, ma non fa niente, tanto, anche conoscendola, non c’imbrocca un accidente col resto.

Abelardo ed Eloisa sono una delle tante coppie sfigate dell’immaginario collettivo. Eloisa è una ragazzina, lo zio Fulberto la vuole istruita e colta, e la mette nelle mani di Abelardo, maestro di logica, teologo e filosofo. Abelardo ci mette le mani volentieri, lei resta incinta e Abelardo si offre di riparare al danno, sposandola. Ma tutto deve restare segreto, per carità!, sennò ad Abelardo gli si sciupa la carriera. Si sposano, quindi, ma la famiglia di Eloisa manda in giro i confetti e presto la marachella è di dominio pubblico. Abelardo decide di chiudere la mogliettina in convento, zio Fulberto non apprezza e invia tre sicari da Abelardo. E lo castrano.

Perché ve lo racconto? Perché la pozione misteriosa è un toccasana: fa restare giovani – ne La mappa del destino o sono centenari o sono morti, ammazzati dai centenari che non ci stanno a invecchiare – e fa meglio del Viagra. Ecco, adesso avete capito perché Abelardo ci tiene a buttarlo giù come niente fosse, e pare gli faccia un gran bene. Eloisa ringrazia.

E Bernardo da Chiaravalle? Storicamente lui e Abelardo se ne sono dette di ogni, pare che la disputa teologica che li vedeva contrapposti, a detta di questo romanzo, fosse cominciata proprio a causa di quella robaccia da bere: ci farà bene, ci farà male, sarà contro i precetti della chiesa? Il problema si risolve presto: Bernardo pensa ai Templari e Abelardo pensa a scaldare la moglie. Non c’è gara.

Insomma, ogni epoca ha i suoi bei casini. Trentamila anni prima – il salto temporale, al diciassettesimo capitolo, è come un pugno con la rincorsa – c’è Tal, il tizio che dipinge la grotta e beve la pozione magica – rinvigorente membra e membro –, che ha problemi col Popolo Ombra (i neandertaliani). Nel medioevo abbiamo i monaci, quelli che danno retta a Bernardo – quella roba misteriosa non si beve! – e quelli che stanno con Abelardo – bevetene che vi fa bene, lo dice anche Eloisa. Da lì in poi spuntano fuori i cattivi del paesino di Ruen – amena località a due passi dalla grotta –, quelli che scolano la pozione come Asterix e nascondono l’età come le belle donne su Facebook, e poi ci sono i super cattivi, i siori del gruppo super segreto dei servizi segreti francesi. Tipetti talmente arguti che «Finché ci muoviamo con la massima discrezione, non ci sono problemi» (pagina 395), nel frattempo hanno fatto saltare per aria un centro di ricerca – così da non rivelare cosa contiene la pozione magica – e, nel gran finale, fanno implodere il paesino di Ruen. E scusate se le cose le facciamo in silenzio!

Vi starete chiedendo se, in questo marasma d’incredibili cretinate tenute assieme con l’elastico, ci sia un culmine di bruttezza. Dove può spingersi Glenn Cooper nell’insana ambizione di farci restare di stucco con barbatrucchi da b-movie? È presto detto: a pagina 365, ed è sempre colpa di quella pozione da uomini delle caverne, quella del celodurismo in saecula saeculorum. Questo decotto provoca tre diversi stati: allunga la vita, allunga… ehm… abbiamo capito, e rende cattivi come orsi affamati. Poi ti fai una bella dormita e passa tutto, tranne la gioventù. I tre inconvenienti – ché, alla fin fine, il voler restare giovani per forza è una vera maledizione, come anticipava lo spot in copertina – portano gli arzilli abitanti di Ruen, quelli cattivi ma mai cattivi quanto i super cattivi dei servizi segreti, ad approntare una bella stanza dei divertimenti. Eccoci allora «in un locale senza finestre e delle dimensioni di una palestra scolastica o di un cinema di paese», siamo nel seminterrato, una grande cantina «accessibile da diverse abitazioni». Sul pavimento sono sparsi tappeti d’ogni foggia, al soffitto ci sono luci al neon, e da «un grammofono, giungeva una musica in stile bal-musette, dal ritmo veloce, suonata con la fisarmonica». A cosa servirà questo posto? Al centro della stanza c’è la pentola d’alluminio in cui bolle la pozione, gli amorevoli abitanti scendono tutti assieme a fare merenda, con un bel bicchierone di quella robaccia. E poi? Vecchi e giovani iniziano a ballare, «strusciandosi l’uno contro l’altra. In breve tempo, tutti erano nudi. Le coppie anziane si dirigevano verso i corridoi, lontano dalla stanza principale. Quelle più giovani giacevano sui tappeti, avvinghiate, gemendo e mugolando, abbandonandosi alla passione sotto gli occhi di tutti» (pagina 375). Uellà, l’orgia è servita!

Potrei parlarvi ancora a lungo delle innumerevoli chiaviche di questo libro, ma andremmo avanti per giorni. Permettetemi soltanto un’annotazione circa lo stile di Glenn Cooper: la sua scrittura è di una piattezza inaudita – tanto da indurre personaggi e lettori a dormire saporitamente (pagina 92) o ad abbandonarsi all’abbraccio di Morfeo (pagina 149) –, condita da improvvise impennate di ricercatezza: a Bordeaux non pioveva, no, da quelle parti «la perturbazione atlantica […] si riversava nel grande cortile quadrangolare» (pagina 81).

Se tutto ciò non bastasse a rendere odioso questo romanzo, verso la fine l’autore si lascia persino andare a battute da terza media, e fa parlare i personaggi come coglionazzi da baretto di periferia. Così Luc Simard, fino a quel punto sempre elegante e abbottonato, si lascia scappare col cattivone di Ruen – uno di quelli che campano a pozione magica – l’arguto «Spara a salve come il tuo pistolino?» (pagina 374) e, alla figlia del tizio – che si mantiene sana e soda con lo stesso trucco –, fa presente che non ha «alcuna intenzione di scopare con una bisnonna» (pagina 379). Un tocco di squisitezza non guasta mai, così la buttiamo in vacca e non ci pensiamo più.

Ma non è finita qui!

Non potendo sopportare da sola cotanta bruttezza – ragazzi, sappiatelo, i brutti libri ammazzano: ammazzateli prima voi! -, ho chiesto al mio amico Paolo Ferrucci di metterci mano e bisturi. E, come al solito, è saltato fuori il peggio del peggio… ché per certe indagini serve un professionista.

E quindi cuccatevi l’autopsia di La mappa del destino: cliccate qui, ma solo se avete stomaco.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

19 responses to ““La mappa del destino” di Glenn Cooper (con autopsia).”

  1. sarapintonello says :

    devo dire che ho letto la biblioteca dei morti e il libro delle anime con qualche difficoltà, i diversi livelli temporali creavano effettivamente un minestrone rendendo difficile e pesante la lettura. Sto cercando di leggere la mappa del destino, e ormai arriverò fino in fondo…ma è pure peggio dei suoi precursori 😀

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  2. Daniela says :

    Insomma hai fatto un po’ come Dexter con le sue vittime 😉

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  3. Felice Muolo says :

    Hai uno stomaco di ferro nel riuscire a leggere tali libri fino in fondo.

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  4. lepaginestrappate says :

    L’hai letto TUTTO?
    No, perché “La biblioteca dei morti” rimane il libro che non sono riuscita a finire nel 2012. Qualcosa dentro di me si è ribellato.

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    • Gaia Conventi says :

      Già, l’ho proprio letto tutto.
      Mi è stato consigliato per la sua bruttezza – “Fidati! È roba da Giramenti” – e non mi ha delusa.
      Brutto dall’inizio alla fine, non capita spesso. 😀

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  5. rosalba says :

    Bellissima rece, ma per favore ,risparmiami.Questo libro sul mio comodino non lo voglio! 😀

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  6. moloch981 says :

    Senza parole. Questo almeno, se non ricordo male, l’ha sempre detto che scrive porcate per i soldi.

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  7. Sonsierey says :

    I primi due di Cooper li avevo letti e mi erano anche piaciuti. Questo qui lo avevo rimosso dalla memoria: mi sono accorta che lo avevo già letto solo a metà recensione!

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  8. Martin Rua (@MartinRua) says :

    Commento tardivo… moolto tardivo.

    Uhmmm, da dove comincio? Dal confessare che invece a me è piaciuto – al contrario di quelli della serie “biblioteca dei morti” – o dal cercare di comunicare il fastidio provato nel leggere la tua recensione?
    Devo riconoscere che ti sei messa proprio con impegno a spaccare il capello in quattro, ‘na marea di notevoli parole e frasi a effetto – “Uellà, l’orgia è servita!” è la mia preferita – per un romanzo che, mamma mia, è un passatempo, mica il secondo (inesistente) libro della poetica di Aristotele!
    C’è di peggio, davvero. Come i miei libri.
    Ah, fammi una cortesia: non leggerli, per carità!
    Cordialità,
    M.R.

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