Newton Compton: a 9.90 si può, a 0.99 si può, se vi chiedono dieci euro per un libro… mandateli a dar via la quarta!

Affaritaliani.it ne dà l’annuncio e uno ci resta di stucco: «Newton Compton, dai libri 9,90 a quelli (cartacei) a 0,99…», quindi quando uscì, per dirne uno, Il Mangiarozzo 2009 a venti euro – ora in scontissimo a nove euro su ibs, e mi pare il minimo – mi stavate tendendo una trappola… Bene, bene, bisognerà tenerne conto.

Dopo aver lanciato la discussa tendenza dei romanzi a 9,90 euro che ha in parte segnato il 2012 – romanzi che, prima d’arrivarci in fondo, si spampanano come crisantemi morenti –, l’editore di Newton Compton […] Raffaello Avanzini annuncia […] il lancio, a fine febbraio, della nuova collana ultra-low cost ‘LIVE’. Io avrei proposto il più immediato “Un euro meno sbrisga”.

Si parte con 12 titoli (tra cui due romanzi inediti, di circa 130 pagine, di Andrea Frediani e Marcello Simoni): “Ci saranno autori come Seneca, Poe, Freud, Fitzgerald, Dostoevskij, Jane Austen, Shakespeare, Némirovsky… – accanto a Frediani e Simoni, ché tutto fa brodo (vedi Wuz) – questa collana sarà per i librai uno strumento per sfidare proprio gli e-book. Il prezzo, siori, il prezzo! Non la qualità, mai la qualità, sennò poi la gente si abitua. E non sto mettendo in discussione nomi e titoli, per carità!, solo la cineseria della manovalanza, la maestria di chi sta dietro le quinte svilita quanto i bambini pakistani che cuciono i palloni di una marca, una a caso, sennò finisce che la Nike mi fa causa.

Nelle librerie sarà presente un apposito espositore, vicino alle casse – e ricordate che i posti migliori si pagano –, e i librai e i clienti potranno anche sostituire l’eventuale resto con uno di questi titoli”. Come le caramelline zuccherose dei supermarket, stiamo facendo notevoli passi avanti!

Ma come hanno accolto i librai questa novità, e come si regge economicamente un’operazione del genere? “L’obiettivo è riportare i lettori in libreria – puntando sul prezzo, ché i lettori, si sa, sono caproni –, e i librai stanno reagendo positivamente” – potevano forse mandarvi a dare via la quarta? –, assicura Avanzini. “Certo,servono grandi tirature, di almeno 100mila copie a titolo. Ma le assicuro che non è impossibile pubblicare libri a meno di un euro. La Newton non fa mai niente in perdita. E nessuno mette mai in conto la perdita di lettori, quei cretinetti che si pappano due libri a settimana – io sono un cretinetti così – e s’incazzano a ogni refuso, a ogni pagina che si stacca dal dorso. Questi poveracci non li si calcola mai, eppure sono quelli che fanno girare la ruota del criceto. Mica il tizio che compra Gramellini e Vespa a Natale, siori miei!, o il lettore della domenica che si pappa un Camilleri in spiaggia e si sente in pace con la coscienza. I lettori forti vogliono roba buona, ma sono talmente pochi che, anche urlando, non fanno rumore. Chiediamoci perché.

E Avanzini ribadisce: «La Newton non fa mai niente in perdita, questo è sicuro, anche se so che sui nostri libri a prezzi più bassi del mercato circolano assurde leggende». Quali? L’editing scadente e i volumi che durano solo da chiusi? O stiamo parlando di cucire palloni in uno scantinato?

Avanzini cita poi la precedente esperienza con i millelire, li ricordate? In dieci anni hanno venduto «60milioni di copie» e qualcuna ne circola anche in casa mia, ma non riesco a chiamarli libri. Ho tentato, a distanza di tempo, di riaprirli: mi si sono sfaldati sotto le dita, roba che manco i rotoli del Mar Morto. Sì, è vero, costavano mille lire, erano da leggere e rivendere su ebay, per passare la disgrazia al lettore successivo. A conti fatti, e per gli stessi soldi, datemi un ebook dignitoso. Mi sentirò un tantino meno cretinetti.

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Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

96 risposte a “Newton Compton: a 9.90 si può, a 0.99 si può, se vi chiedono dieci euro per un libro… mandateli a dar via la quarta!”

  1. Laura Tasso dice :

    Gaia, concordo in pieno con te. In genere, se posso, i Newtono poi li evito. Ma vogliamo parlare dei Rossi e Blu Garzanti di antica memoria o di alcuni Einaudi di annata che si sfogliano come una margherita?

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  2. denisocka dice :

    Reblogged this on operaidelleditoriaunitevi and commented:
    Ennesima dimostrazione che la qualità sta andando a farsi benedire…

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  3. julka75 dice :

    Ma vaffanculo. Non smetto di comprare i libri Newton & Compton solo perché hanno una collana di libri dedicati alle città che mi serve per studiare Roma, ma col cazzo che mi comprerò un loro cartaceo in una libreria. Se compro un cartaceo in libreria oppure on line è di qualcuno che mi vende un libro bello, curato e soprattutto che non fa giochetti. Che gente di merda.

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  4. alessandromadeddu dice :

    Se è per questo, anche con gli ebook stanno facendo certe robe questi qui… va bene che li ho presi in offerta proprio a 99 centesimi, ma un refuso ogni cinque pagine è intollerabile. O meglio: è tollerabile solo perché sono senza lavoro e senza soldi.

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  5. Fabio RB Assumma dice :

    Sul formato ebook posso tollerare un tot di refusi ma senza esagerare, ma sul cartaceo no. Deve essere perfetto. Altrimenti va a finire in bagno al posto del rotolo.

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  6. GabriG dice :

    No, non ve lo dirò che i refusi* (almeno in un caso che conosco di prima mano) sono entrati nel testo _in sede di revisione_ perché nella traduzione non c’erano, non insistete perché non ve lo dirò… ops, l’ho detto.

    * cose tipo “aveva insisito” che una passata di correttore ortografico avrebbe trovato subito

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  7. lepaginestrappate dice :

    Perché a vederli dalla foto sembra abbiano la copertina rigida e invece probabilmente avranno semplicemente tutte le pagine “sgarbugliate”, messe male che manco l’avessi rilegato io in casa seguendo un tutorial su you tube?

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    • Gaia Conventi dice :

      Sì, l’immagine – presa da Wuz – li fa sembrare libri seri. Vorrà dire che, al primo incontro con l’espositore, farò una foto e la metterò accanto a quella dell’articolo. E poi faremo le debite considerazioni. 😉

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  8. lepaginestrappate dice :

    Domanda 2: Il mio occhietto è stato subito attirato dalla presenza della Nemirovsky. “Il ballo”, da che mi ricordo io – e spero di non perdere colpi già a 25 anni – è un libricino. Ino. Ino.
    Racconto lungo barra romanzo breve, insomma. Piccino piccino. Com’è che appare una sorta di Conte di Montecristo?

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  9. minty dice :

    Io ho così tanta fiducia nei processi editoriali contemporanei che ormai compro solo nell’usato (salvo qualche rara eccezione), e più il libro è vecchio, più sono rassicurata che ci abbiano messa un po’ di cura. In settimana ho scovato un Wilkie Collins del 1979 da cui mi aspetto grandi cose, edito da un editore i cui libri di questi ultimi anni di solito, se posso, evito…

    I 100pagine1000lire, che Dende li abbia in gloria, valevano quello che li pagavi, ma almeno ce l’avevano scritto in fronte cos’erano. Questi mi pare vogliano spacciarli per volumi rilegati e pregevoli, e invece saranno… come i 100 pagine, anzi peggio. Ché gli standard editoriali con cui confrontarsi ora per ‘farci la cresta’ sono infinitamente peggiori di quelli degli anni ’90.

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    • Gaia Conventi dice :

      Mi trovi ampiamente d’accordo. Compro usato per diversi motivi, il prezzo, certamente, ma anche la carenza di nuovi titoli adatti a una rompicoglioni del mio stampo. A volte faccio una capatina nell’autoprodotto – roba gratis, per tastare il terreno – e torno, volentieri, all’acquisto dell’usato.

      Ho comprato qualche millelire ai tempi del liceo, quando i soldi erano contati e il libercolo viaggiava in pullman con me, tutti i giorni, due ore al giorno. Insomma, a quei tempi il millelire poteva starci, tanto finiva dove finiva, a volte finiva spampanato prima d’arrivarci in fondo. Facessi il liceo adesso, avrei certamente l’ebook reader, ché all’epoca lavoravo d’estate per avere certi piccoli lussi e adesso farei altrettanto. E certamente, col mio reader, non mi farei tentare dai “nuovi millelire”.
      Non posso mettermi nei panni dei giovanotti d’oggi, sono passati troppi anni, ma ne sento parecchi che cercano ebook gratuiti, li leggono sul pc, sul telefonino… Nonostante la mia frequentazione di Yahoo Answers, ho grande fiducia nei giovani lettori, e credo preferiscano l’ebook. Tu che ne dici?

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      • minty dice :

        Io pure compravo i 1000lire tra liceo e pendolarismo universitario, da sbatterli tra zaini e treni. Son serviti allo scopo (da brava lettrice di fumetti, tendo a non ‘sbrancare’ troppo i libri 😉 ), li conservo ancora, sono loro grata, non penso di rileggerli! XD

        Sugli e-book non mi esprimo. Più la tecnologia incalza, più io mi sforzo di farne quanto più a meno possibile (pc a parte). Una sorta di ‘controcorrentismo’ che mi è innato, e non riguarda solo l’hi-tech.
        Non ho la macchina fotografica digitale, snobbo i social network, ho lo stesso modello di cellulare di mia nonna (giuro! Comprato appositamente perché basic. Già comprato il suo successore, per future evenienze, ed è basic pure quello XD)… E, ovviamente, non posseggo un e-book reader. Semplicemente ho un rifiuto mentale all’idea di dipendere da una batteria per leggere, non so… °_°
        Quindi forse, da amante del cartaceo, potrei pure comprarmi i neo-100×1000. Se solo l’editoria italiana non fosse agli infimi livelli in cui è già senza di essi…

        Quanto ai giovani… Beh, se riesci a trovarne qualcuno innamorato della lettura (scusa, sono un po’ poco ottimista al riguardo, sono circondata da pessimi esempi in tal senso), può pure darsi che apprezzi di più il suo e-reader che un libro cartaceo. Io però vedo in giro un sacco di ‘giovanotti’ ingolfati di smartphone, app, auricolari, quant’altro, ma di e-reader dal vivo, finora, o tablet usati per leggere, in interi anni, ne avrò visti de-visu giusto 4-5 (vetrine e negozi a parte). Non è il problema di cartaceo o digitale. E’ che leggere è roba da dinosauri. Per molti :-\

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        • Gaia Conventi dice :

          E se leggere non è “da giovani”, e i nuovi millelire inseguono lo stesso target dei millelire precedenti, forse non andranno lontano. Negli anni ’90 si leggeva, o almeno io leggevo, e ricordo che sul pullman leggevamo in parecchi. Online vedo baldi giovani che cercano ebook, non faccio più il pendolare e quindi non ho la situazione “live”. Leggeranno ancora? Ai miei tempi il tragitto casa-scuola era talmente lungo che leggere era indispensabile, il viaggio non regalava grandi panorami.

          Ora ho un ebook reader ma, al caldo del piumone, vado di cartaceo, usato. Poco il nuovo. Se mi devo spostare, l’e-reader mi è comodo, molto più del cartaceo.
          Ho preso il primo telefono figo nel 2012, soprattutto per seguire Giramenti anche a distanza, lo ammetto. Comprerò i nuovi millelire? Direi di no, credo di poterne fare a meno. Se l’editore ritiene di poter vendere libri a quel prezzo, avrà valutato dove e come risparmiare sulla filiera. Qualche idea l’avrei.

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          • minty dice :

            Neanche io pendolo più, e magari non ho molto il polso della situazione. Sì, sul web ci sono un sacco di giovani lettori. Ma quelli che non vedo (molto) sono gli adolescenti. Quando invece un tempo era proprio il periodo delle scuole superiori quello più ‘prolifico’, in fatto di letture.
            Negli anni ’90 si leggeva molto, sui mezzi, perché le alternative non erano tante. Ora si ciancia al telefono, si naviga il web, si gioca col tablet, ecc. Ancora molti leggono, ma quelli che vedo io sono quasi tutti over 20-25. L’impressione è che manchino le nuove leve. Ma spero di sbagliarmi (anche se sono circondata da adolescenti per cui leggere è una rottura e basta :-\)

            Non voglio criminalizzare chi ha il cellulare figo e l’e-reader. Sono scelte. Io, per adesso, ho ancora un rapporto diverso con gli accrocchi tecnologici, ma non sono contro la tecnologia tout court 🙂
            Solo, mi piace la semplicità. E per ora mi è ancora più semplice infilare un cartaceo nella mia mega borsa, che pensare di metterci un gioiellino tecnologico a cui prestare attenzione nel mio quotidiano batti-sbatti della borsa dovunque tra sedie, pavimenti, tavoli, ecc.. E magari dovermi pure ricordare di ricaricarlo! XD

            Come dicevo, i nuovi 100×1000 non sono a priori un’idea balenga, come non mi parevano 20 anni fa. Il vero problema è che 20 anni fa loro erano quelli poco curati, e il resto dell’editoria era più o meno seria (tant’è che si sconsigliava di mettere a curriculum la collaborazione coi Centopagine, perché faceva cattiva impressione agli editori stardard!). Adesso che l’editoria standard naviga lei in una corsa al risparmio che rende i libri ‘normali’ bombe a orologeria di refusi e cattivo italiano (per non parlare dei contenuti), viene da chiedersi su che diavolo riesca ancora a risparmiare la Newton! °_°
            In tale frangente però apprezzo la sincerità: da un libro a 1 euro posso aspettarmi un po’ di incuria. Il problema nasce quando trovo minc*ate sui cartonati a 20 euro (come quello che ho regalato a mia sorella per le feste: mi sono accorta solo mentre lo incartavo che sono riusciti a sca**are la disposizione dei testi nelle bandelle della sovraccoperta!). O quando devo buttare il libro di un editore ‘serio’ e correre a comprare l’equivalente Newton perché, refusi a parte (neanche tanti), almeno è scritto in italiano e non è stato tradotto con Google (mi è successo con un romanzo della Austen)…

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            • Gaia Conventi dice :

              Trovo preoccupante il costo, davvero. Un libro a 0.99 deve avere dinamiche che nemmeno riesco a immaginare. E la stessa cosa la si potrebbe dire dei colleghi venduti a 20 euro. Dove sta il trucco? Chi sta fregando chi? Chi ci sta rimettendo? Certamente non l’editore – come specificato nell’articolo di Affaritaliani -, quindi a prenderla in saccoccia è la manovalanza, o il lettore.

              La cosa risulta comunque poco simpatica.

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            • Paola dice :

              ciao Gaia,
              prima volta che ti leggo, e mi piace molto. Su cosa risparmia la Newton? Sui traduttori, per prima cosa (anche se non è neppure tra i peggiori pagatori, per dire). Io sono una di essi però non potrei dire che manca l’editing: nell’ultimo romanzo, dopo la traduzione mia c’è stata la revisione integrale e puntuale di una stimatissima collega (nell’ambiente intendo), dello studio editoriale e di una editor in casa editrice. Mi hanno fatto le pulci e contropulci, era pieno di citazioni colte tutte reperite e citate con la fonte, e così è stato anche per le altre mie (ancora poche) esperienze.
              Il prezzo finale di vendita, però, immagino derivi da tutt’altre scelte: che sia come vendere il dixan al super sottocosto per attirare comunque il cliente a comprare? In ogni modo, dai titoli visti a 0,99 sembrano tutti autori i cui diritti sono scaduti.
              I miei 2 cent!
              saluti,
              Paola

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              • Gaia Conventi dice :

                Ehilà, ciao Paola!

                Appena vedo l’espositore dei millelire (ora “un euro meno sbrisga”) faccio la tara ai libercoli: li peso, li annuso, li fotografo (a quel punto mi toccherà comprane uno, sennò il libraio mi mena…).
                Sì, insomma, può scapparci un altro post. 😀

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    • lepaginestrappate dice :

      Ho scoperto l’usato solo ultimamente, grazie a un mercatino vintage che ha preso piede nella mia città (evviva!XD) e sono d’accordissimo. Peraltro da quando faccio incetta di libri usati, posso permettermi di prendere bei libri e a prezzi maggiori in libreria, invece di preferire due edizioni economiche a un, ad esempio, Adeplhi su cui sgoloso 🙂 E poi è decisamente divertente scovare bei libri nell’usato 🙂

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  10. sand dice :

    appunto, i millelire. è stato molto bello comprarli e leggerli da ragazzo, e se e adesso, dopo 10anni e passa, non sono più leggibili che fa? hanno comunque acceso una scintilla dentro, sta poi a ognuno decidere se coltivarla (comprare altri libri più curati, etc) o meno. lo stesso discorso mi sembra possa farsi per gli 1euro… se un ragazzo squattrinato con 10euro ha la possibilità di comprare 10 grandi autori, ben venga.

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    • Gaia Conventi dice :

      Per carità, non leverei mai la cultura di bocca ai ragazzini! 😀
      Mi chiedo solo una cosa: noi ex ragazzini, dobbiamo o non dobbiamo domandarci perché questi libricini costano così poco?

      Tu cosa ne pensi?

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      • sand dice :

        è semplice: costano poco perché oggi il lavoro viene pagato tristemente poco, e mica solo quello editoriale; questo penso lo sappiamo tutti. io per “campare” faccio il traduttore…

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        • Gaia Conventi dice :

          Ecco, appunto, il lavoro viene pagato poco e lo sappiamo.
          Quindi, nel mio piccolo, vedrò di scansare questi libri a 0.99, e magari anche quelli a 9.90.
          Non sto consigliando di fare altrettanto, sia chiaro, non mi permetterei mai.

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  11. Sonsierey dice :

    Da quasi-non-più-aspirante traduttrice, il mio primo pensiero è: “Li pagheranno i traduttori di questa collana? Quanto offriranno a cartella?”. Da lettrice cosiddetta “forte”, che non ama e-book e e-reader (per me i libri devono profumare di carta), vorrei sapere che qualità possiamo aspettarci da una collana del genere. Vorrei sapere che c’è dietro. E vorrei sapere dove cavolo sta andando l’editoria italiana, a prescindere da questa nuova trovata (a tal proposito, vi consiglio il blog di Marino Buzzi “Cronachedallalibreria.blogspot.it”. A lui, invece, ho appena consigliato di leggere questo articolo. 😉 )

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    • Gaia Conventi dice :

      (Conosco il blog di Marino e lo leggo abitualmente. Ha un bel blog e vale la pena seguirlo). 😀

      In effetti questa collana deve avere qualcosa che mi sfugge, dove sta il risparmio dell’editore? E se conviene vendere un libro a 0.99, non converrà venderlo anche a 0.50? E via via al ribasso, tagliando, non si sa su cosa ma viene da intuirlo. Non mi pare una gran mossa e temo vedremo altri editori seguire la stessa politica.

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  12. Marino Buzzi dice :

    Cara Gaia sono completamente d’accordo con te. Del resto questi trattano i libri come cellulari e i lettori come poveri idioti. Però c’è qualcuno che continua a comprare i loro scarsissimi libri e qusto la dice lunga sulla situazione culturale in questo triste paese. La dice lunga anche su come si sono ridotte le librerie di catena, da libraio posso dirti che ormai siamo al paradossale e al ridicolo. Ancora qualche anno e, se va avanti così, il mercato del libro crollerà definitivamente.

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  13. Patrizia dice :

    Completamente e fino in fondo d’accordo con te Gaia. Spazi e silenzi inclusi.
    Talmente d’accordo che, domeniva scorsa (per la prima volta), mi sono trovata faccia a faccia con un libro della Némirovsky formato Newton Compton.
    Ho rigirato il libro fra le mani (non mi si è sbriciolato fra le dita solo perchè era incelofanato) e guardato il prezzo ho avuto la conferma che ‘sta scena l’avevo già vissuta… il giorno prima leggendo questo post.
    Ho riposto il libro sullo scaffale come avessi visto il diavolo, ti ho ringraziata a bassa voce e ho investito il miei soldi su altre pubblicazioni. 🙂

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    • Gaia Conventi dice :

      Ti ringrazio per la fiducia, e attendo che la NC mi faccia causa. 😀

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      • minty dice :

        Comunque, aldilà di questi libercoli a 99 cents, che costano così probabilmente solo perché sono super-classici senza copyright e in cui si possono riciclare le traduzioni (le novità sono italiane – no traduzione necessaria – o cosine brevissime, infatti. E sono lo specchietto per allodole della collana, imho), e se va di cu*o sono traduzioni di 20 anni fa, di livello mediamente superiore a quelle che trovo oggi su certi libroni da 10-20 euro… ecco, dicevo, aldilà di questa collana ‘sospetta’ per i meccanismi sottesi, non criminalizzerei la NC tout court. I suoi libri di prezzo ‘normale’ non mi sembrano tanto diversi da quelli proposti anche da altri editori.
        Più che altro c’è da interrogarsi sull’editoria tutta degli ultimi anni :-\

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        • Gaia Conventi dice :

          Certamente sì, col daje der chiavica alla NC si è solo a metà del lavoro. Le brutture non stanno tutte lì, certo nei 9.90 ce ne sono parecchie, ma anche i libroni Rizzoli – con quei visini da bimbe smorte in copertina – hanno il loro perché. Gli Einaudi Stile Libero sono cari rabbiosi e la roba di qualità in forte calo, per i miei gusti, almeno. Mondadori pubblica di tutto – se lo può permettere, ha più collane d’un mercatino di bigiotteria -, le pubblicazioni Vallardi avrebbero dovuto chiamarle “a sorpresa”, c’è di tutto, compreso il libercolo per costruirsi il pollaio. Uno potrebbe mettere su un blog solo per segnalare i Vallardi, a ben pensarci, mi toccherà aprire un altro blog. Gli Adelphi vanno sempre, fanno moda e fanno arredamento, sono pure cari. Al prossimo trasloco vedrò d’intonare le tende agli Adelphi, i tendaggi vengono via a meno.

          Continuo o mi fermo? 😀

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  14. Alessandro dice :

    Premessa: la persona intelligente sa benissimo che la qualità del libro non è nel prezzo, proprio pochi giorni fa una libreria di Taranto molto nota buttava nell’immondizia alcune giacenze invendute. Inutile dire che si trattava di opere di alta qualità.
    Sinceramente, non voglio mancare di rispetto a nessuno, ma quanto letto in questo blog è un insieme di assurdità, banalità, chauvinismo pseudo-letterario e qualche preziosismo di troppo che fa a pugni con la vera “cultura”. E ciò che è peggio è che trova pure adito presso molti.

    La qualità della carta? Tutta carta riciclata, un po’ più sottile rispetto la carta utilizzata in altri formati solo per ridurre lo spessore del volume. Ad ogni modo le fibre resistono quando vengono sfogliate e dei numeri “live” che ho acquistato non se n’è strappata manco mezza.

    La qualità della stampa? E’ leggibilissima per chi non ha problemi di acuità visiva, male che va si usa una lenta d’ingrandimento, non vedo come possa essere un dramma. Fra l’altro nelle Mondadori/Feltrinelli si vendono a pochi spiccioli (alle volte le regalano pure) delle mini lenti d’ingrandimento a forma di cartoncino. Pratiche, comode e fungono anche da segnalibro, eventualmente.

    La qualità della traduzione? In ogni caso, dal passaggio alla lingua italiana, qualcosina del messaggio inizialmente espresso viene perduto, quindi non esiste la traduzione “perfetta”, anche perchè nel 99% dei casi i traduttori non si limitano a tradurre, ma alle volte riadattano i testi, la punteggiatura, libertà creative e così via. Questo è un problema che non riguarda solo la Newton Compton. Anche questa mi sa tanto di un’arrampicata sugli specchi.

    Il prezzo uccide l’editoria? In Italia gli editori davvero seri sono pochi e sparano prezzi assurdi (oltre i 20€, anche la Divina Commedia o I promessi Sposi sarebbero un furto bello e buono) anche per opere la cui qualità è tutta da dimostrare. Se la Newton Compton riduce sensibilmente la qualità della carta, non mi da copertine solide, sceglie brutte immagini di copertina, ecc, ma al contempo offre un prezzo ridotto, stracciato, allora mi spiace per gli altri ma scelgo di spendere 10€ per 10 libri! Giusto un paragone, quello che viene considerato n capolavoro della letteratura occidentale contemporanea, “Il grande Gatsby”, opera sconosciuta ai più fino a pochi giorni fa, viene venduta a 17€ solo perchè in copertina ha il bel faccione di Leonardo Di Caprio. Mi chiedo cosa giustifichi la differenza di ben 16€, considerando che a me interessa leggere l’opera, non farmela spiegare da qualcuno che si limita ad annotare, spacciando opinioni personalissime per verità assolute.
    Visto che in Italia c’è sete di cultura e lo scenario generale è a dir poco arido, forse far avvicinare intere famiglie e soprattutto i giovani richiedendo un esborso di soli 99 cents, non è solo una mera operazione commerciale come viene sbandierato in questo blog, che pure reputo utile, in quanto portatore di punti di vista alternativi.

    Infine, l’unico punto su cui non transigo, quelli che in precedenza ho definito “chauvinismo pseudo-letterario” e “preziosismi”: non si può e non si deve giudicare la qualità di un libro dalla copertina, dalla rilegatura, da una traduzione che non per forza si attiene all’originale (purchè ne lasci inalterato almeno il senso, ovviamente) o perchè una casa editrice ha già provato in passato a commercializzare “la cultura a basso prezzo” con fortune alterne. Altrimenti si viene a creare un circolo vizioso per cui “se il libro non costa cifra X, allora non è un libro serio”. E poi vi rifilano il faccione di Di Caprio a 16e in più. Meditate gente, meditate.

    PS: la Newton ha già detto che “La Maschera della Morte Rossa” di Poe è stato pubblicato in modo “tagliato” per un errore di stampa. Tutte le altre opere della collana non presentano tagli simili, considerando il prezzo, e il fatto che il racconto in questione è presente in centinaia di migliaia di raccolte dedicate a Poe, alcune delle quali più costose e meno esaustive, e che questa “svista” è capitata SOLO UNA VOLTA, una tantum potremmo pensare a fin di bene e non esagerare con uscite del tipo “prendono in giro i lettori” o altre esagerazioni tipicamente italiane, quando poi basta inviare una email all’indirizzo di posta elettronica della Newton-Compton editori e chiarire in modo civile e costruttivo l’arcano.

    -Alessandro C.

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    • Gaia Conventi dice :

      Prendo atto delle sue rimostranze. Posso solo farle notare che leggere un libro grazie a una lente d’ingrandimento è poco pratico?
      Se questo non la urta, sia chiaro.

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      • Alessandro dice :

        Cara Gaia, spero possiamo darci del Tu e che il mio tono franco, e anche un po’ frustrato, non sia stato frainteso. Non mi ergo a essere superiore, nè a difensore della cultura. Anche perchè quello che Tu e altri fate dei vostri soldi rientra pienamente nel vostro libero arbitrio.
        Se leggere libri con una lenticina d’ingrandimento è poco pratico, credo che in un clima di sconforto e recessione, sia meglio sacrificare un po’ di praticità in favore di qualche euro in più da spendere per dar da mangiare a mogli, mariti, figli e quant’altro, senza rifiutare al piacere id una buona lettura.

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        • Gaia Conventi dice :

          Il tu andrà benissimo, ti ringrazio.

          Per quanto riguarda il tono, per carità!, noi non stiamo a fare le pulci ai commenti. Ovviamente esclamare che questo blog è un insieme di assurdità, banalità, chauvinismo pseudo-letterario e qualche preziosismo di troppo che fa a pugni con la vera “cultura” non fa di te il commentatore dell’anno e quindi spero ti basterà ricevere una tiepida accoglienza. Noi, sia chiaro, non siamo qui per ricevere complimenti, ma è pur vero che ritrovarsi affossati dal primo che passa, nel primo post che legge e commenta… Ma, ti ripeto, siamo talmente pseudo-letterari che accettiamo di buon grado le tue lamentele.

          Veniamo alla lente d’ingrandimento, che mi par di capire sia pratica e pronta a risolvere, in qualche modo, i drammi di un tascabile piuttosto tascabile.
          In caso decidessi di risparmiare, preferirei leggere in ebook, avendo modo d’ingrandire il testo. L’ebook costa anche meno del cartaceo, ma certo ci sono casi in cui la versione digitale risulta decisamente cara. Vorrà dire che il lettore stabilirà di leggere altro, in fondo il nostro libero arbitrio, come tu hai ben espresso, ci consente di spendere soldi come meglio crediamo.

          Affermi, e direi che hai tutte le ragioni per farlo, che bisogna risparmiare qualcosina sul leggere – leggendo molto e leggendo a poco – per poter far fronte alle spese di una famiglia. Be’, grazie, ottima idea. In questo blog trovi grandi lettori – siamo pseudo-letterari, ma magari ci scambiano per caproni – che amano i libri di seconda mano. Io sono tra questi: amo i libri usati e non amo le lenti d’ingrandimento.

          Ora che sei arrivato qui a dirci la tua, e a noi piace la gente che ci racconta come vive e cosa pensa, possiamo ribadire che – dopo aver acquistato un piccolo tomo di questa collana – reputiamo che il costo sia adatto al risultato?
          Ho letto una nuova uscita, libro italiano con editing pietoso. Per poter giungere all’agognato numero di pagine si è usato un font adatto a noi orbi. E di questo ringrazio: ribadisco che leggere con la lente d’ingrandimento è una fatica che noi caproni da un libro a settimana non siamo disposti ad affrontare. Ma noi siamo strani, e poi gestiamo un sito di satira. Da bravi caproni, insomma.

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          • Alessandro dice :

            Pseudo-letterati=caproni. Questa è una conclusione a cui sei arrivata tu, non io. Le assurdità e banalità, si riferivano più al pensiero comune accettato quasi per dogma che ho trovato in questo e altri blog, non a una minore “importanza” dell’opinione altrui.
            Succo del mio discorso non era: “frequenza di acquisto”, “qualità dell’acquisto”, “acquisto che non pregiudichi eccessivamente il bilancio familiare”, il mio discorso era differente. Visto che Ci lamentiamo molto (uso un plurale volutamente vago e generico, con la “C” maiuscola, visto che non mi riferisco a Te o a nessun altro in particolare) del caro-vita e reputo la lettura un bene di prima necessità (si, sarò stupido, ma la lettura è l’acqua e il cibo e i medicinali e il vestiario del cervello, non a caso gli anglofoni usano l’espressione “food for thought” riferendosi ad argomentazioni, letture ed approfondimenti interessanti e che stimolano curiosità), non sarebbe tanto bello fare la spesa e leggere un buon libro, sia pure sacrificando un po’ di comodità?
            Spero che la questione “lente d’ingrandimento SI” / “NO” non sia l’unica scelta possibile e discriminante in fatto di acquisto o meno di un’opera.

            Ancor più provocatorie (sotto il punto di vista, spero, costruttivo), ma stranamente passate inosservate, sono state le mie espressioni “chauvisnimo pseudo-letterario” e “preziosismo” di troppo: sicuri che la qualità di un film/libro/graphic novel/album musicale e così via dipenda dal budget, dalla produzione/editoria, dalla copertina, dal confezionamento e non dal talento dell’artista/scrittore/regista, a contenuti dell’opera e così via?
            Non è che forse si tende a giudicare la caramella meno buona solo perchè non è prodotta da un marchio famoso oppure possiede un incartamento meno attraente rispetto a prodotti più appariscenti, ma anche vacui, peggiori o di pari qualità?

            Ecco, ragionamenti che partono inserendo la quarta marcia, specie se largamente diffusi e condivisi, quasi ciecamente, vengono da me etichettati come “banalità”, ma anche come “chauvinismo pseudo-letterario”. Poi ripeto, il libero arbitrio non lo giudico, perchè non ne possiedo di mezzi e non lo reputo etico. E non era mia intenzione sin dal principio.

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            • Gaia Conventi dice :

              Allora, giusto per chiarire, tutta quella sciroppata su assurdità e banalità l’avevi riferita al blog.
              Se la sciroppata sta giusto in questo post, allora ci sentiamo già meglio.

              L’idea che tu ci stia dando dei caproni resta tale, il tono e gli insegnamenti che ci porti sono così triti e ritriti che, perdonami, suonano come una barzelletta. Ti faccio notare che sì, questo è un blog satirico, facciamo satira editoriale. Ciò comporta, mi pare logico, che chi ci passa a trovare abbia una vaga idea di cosa sono i libri. C’è anche parecchia gente che passa di qui per svagarsi, mentre è intenta a scriverne uno, o a tradurlo.

              Insomma, siamo ciarlieri e magari sopra le righe, ma non stai parlando con cultori di reality e con personcine che risparmiano sui libri. Anzi!, credimi, noi facciamo la nostra parte. Compriamo e leggiamo libri. E li cerchiamo pure usati, tanto per dirti che la copertina rigida, le nuove uscite, i glitter e compagnia bella, magari non sono quello che ci attrae. Faccenda che, mi sembra di intuire, tu stai dando per scontata.

              Abbiamo detto, chi più chi meno, non tutti, che l’iniziativa del libro a “un euro meno sbrisga” non ci alletta. A te sì? Benissimo, ma ti chiedo – con cortesia, estrema cortesia, tutta quella che riesco a reperire al momento – di non trattare, non tanto noi, quanto i nostri gentili commentatori, da “lettori della domenica”. Facendolo, credimi, li offenderesti.

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              • Alessandro dice :

                Tutta la “sciroppata” era riferito a questo e altri blog, non mi pare di averlo mai negato. E ovviamente non al blog incorporeo in sè, quanto all’opinione diffusa e abbastanza acritica per cui se è Newton-Compton ed è venduta ad una certa fascia di prezzo, allora è un’opera di Serie B. Un ragionamento non troppo differente dall’affermare “tutti i siciliani sono mafiosi”, non tanto a livello semantico (ovviamente so che non c’entra nulla), quanto a livello concettuale.

                Sulla seconda affermazione, non posso che darti ragione: sto stando per scontato che la qualità dell’incartamento della caramella abbia la meglio sulla qualità della caramella stessa, ed è ciò che ho letto qui, ed altrove. Scusami se non sono riuscito a digerire questo fatto, pur avendo specificato che non giudico come il denaro viene speso, piuttosto il semplice reputare un’opera “figlia di un Dio minore” in base a parametri assai discutibili, non a caso ho esordito dicendo: “La qualità di un libro non la si vede dal prezzo”.

                Ammetto, inoltre, di non comprendere in che particolare accezione venga utilizzata in questa sede l’espressione “lettore della domenica”; è un insulto?
                Perchè se così fosse, avrei insultato anche me stesso. Attività a cui non sono dedito, tengo a chiarire.

                PS: non comprendo nemmeno perchè tu abbia utilizzato il termine “satira” riferendoti a questo blog o quantomeno a questa particolare “entry” del blog.

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                • Alessandro dice :

                  Quell’orrido “stando” è stato un typo, volevo dire “dando”.

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                • Gaia Conventi dice :

                  Vado a spiegare in breve, chi ci legge potrebbe annoiarsi.

                  Il “lettore della domenica”, così come il calciatore che si diletta col pallone nel medesimo giorno, sta a indicare i lettori occasionali. Non è un termine che ci siamo inventati noi, risulta piuttosto comune. Avrei potuto dire “lettore da spiaggia”, e anche questo indicato il medesimo tipo di lettore. Non abbiamo nulla contro chi legge di domenica, né contro chi legge in spiaggia. So di dichiarare l’ovvio, ma forse serve ribadirlo.

                  Perché questo blog è un blog di satira? Nasce come tale. Non è un lit-blog, non fa cultura: parla di libri e spesso li stronca, parla di autori e non fa bidè letterari, fa cose così, niente di più. Per intuirlo basta leggersi un paio di post. Noi ci andiamo giù schietti, come al bar.

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                  • Alessandro dice :

                    Bhè, occorre ribadire anche che proprio tu hai detto che definire i presenti su questo blog come “lettori della domenica” sarebbe offensivo nei loro riguardi.

                    Inoltre, e con questo concludo, che il termine “Satira” in questa sede è stato frainteso, temo. Ovviamente non mi dilungherò oltre su questo argomento, anche se forse l’espressione “blog parodistico” si sposa meglio con la natura del blog stesso. Ma lascio la sentenza al tuo buon senso, convinto che la risposta corretta è quella che già possiedi.

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                    • Gaia Conventi dice :

                      Ribadisco, nulla da dire contro chi legge la domenica, volevo farti presente che i nostri commentatori leggono più spesso.

                      Per quanto riguarda il blog, vedremo d’unirci in seduta plenaria per valutare quel “parodistico” che ci consigli.
                      Ti ringrazio, siamo lieti del tuo aiuto.

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    • GabriG dice :

      «La qualità della traduzione? In ogni caso, dal passaggio alla lingua italiana, qualcosina del messaggio inizialmente espresso viene perduto, quindi non esiste la traduzione “perfetta”, anche perchè nel 99% dei casi i traduttori non si limitano a tradurre, ma alle volte riadattano i testi, la punteggiatura, libertà creative e così via. Questo è un problema che non riguarda solo la Newton Compton. Anche questa mi sa tanto di un’arrampicata sugli specchi.»

      Una domanda: cosa intende per “non si limitano a tradurre”? O meglio, cosa deve fare secondo lei un traduttore per essere (solo) tale? (Giusto per dirne una, l’uso della punteggiatura è _diverso_ in inglese e in italiano e lasciare sempre la stessa punteggiatura dell’originale porterebbe a volte a frasi italiane sgrammaticate)

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      • Alessandro dice :

        Caro/a GabriG, abbiamo espresso esattamente lo stesso concetto, usando termini differenti. E’ normale che durante quel processo nient’affatto banale e scontato, come viene spesso ed erroneamente descritto, quale è la “traduzione” ci debbano essere degli adattamenti, altrimenti il tutto risulterebbe una Babele illeggibile. Essendo madrelingua inglese (o per meglio dire anglofono) garantisco che “orrori” di traduzioni, tali da far impallidire Poe, Lovecraft, King, Matheson, Barker e altri, sono frequentissimi anche presso case editrici più “rinomate”; cito senza timore di smentite la BUR, la Rizzoli, la Mondadori, Bompiani, Sonzogno e altre. Quindi non capisco perchè le edizioni Newton-Compton, che pure sono ben lungi dalla perfezione, debbano fare “più schifo” di altre?!?

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        • GabriG dice :

          Appunto, sono cose intrinseche alla traduzione perché senza di esse la traduzione vera non esisterebbe. Il fatto è che, dal primo messaggio, quel “non si limitano a tradurre” sembrava presagire il giudizio che le azioni seguenti non venissero viste come parte integrante del processo di traduzione, ma come scelte soggettive e spesso arbitrarie del traduttore.
          Orrori di traduzione, purtroppo, possono accadere in ogni testo, anche se la revisione dovrebbe servire proprio a intercettarli e correggerli. Non ho mai detto che le edizioni NC facciano sempre più schifo di altre (guarda caso sto traducendo un testo di narrativa commerciale proprio per NC, di quelli che quasi certamente verranno venduti a 9,90€), ma nei casi in cui la qualità lascia a desiderare la critica ci sta per chiunque, anche per NC 😉

          PS: A proposito di revisione, quanto ho detto nel mio commento di gennaio non è invenzione, purtroppo capita anche questo.

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    • julka75 dice :

      Infatti non si deve giudicare un libro dalla qualità o dalla copertina. Qulacuno ha già scandagliato la traduzione del Grande Gatsby da 99 centesimi e l’ha trovata così oscena da perdere la voglia di lasciare l’obolo, pure micragnoso, all’editore.
      Per il resto, se davvero il commentatore crede che il prezzo basso invogli chicchessia alla lettura (dell’acquisto me ne infischio) dei romanzi, chiederei un resoconto di romanzi Newton Compton da duemila lire letti quando ormai 15 anni fa la casa editrice mise in atto la stessa operazione.
      A me si sfaldavano in mano.

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      • Alessandro dice :

        A me no, non si sfaldavano in mano e tutt’ora non si sfaldano. Ancora oggi sopravvivono in uno stato più che dignitoso i “1000lire”, ma forse sono io che ho le manine troppo delicate, o forse sono stato fortunato ad avere sempre copie ultra resistenti. Prodigi della natura.
        Sulla traduzione de “Il grande Gatsby” no comment, perchè non ho letto l’originale in inglese, ma una traduzione con qualche libertà di troppo è davvero un buon motivo per non comprare una particolare edizione, specie se nemmeno altri editori fanno traduzioni esenti da critiche legittime? Magari mi sbaglio io, eh

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    • minty dice :

      A me francamente dà molto fastidio questo atteggiamento: siccome alcuni hanno criticato queste edizioni, si entra in blog a gamba tesa accusando tutti di essere degli pseudo-lettori che credono che il valore di un libro stia nel prezzo e che si fanno influenzare da marche, brand e quant’altro.

      Personalmente il mio atteggiamento verso il mercato è tutto il contrario: ho sospetto di tutti quei prodotti dal costo esorbitante in cui la qualità intrinseca è media (se va bene), ma che ti costringono a pagare lo status symbol di un marchio o le campagne pubblicitarie martellanti che servono a tenerlo sulla cresta dell’onda. Anzi, io mi diverto proprio a confrontare prodotti simili (es. gli alimentari) ma diversamente ‘brandizzati’ (prodotti del discount, private label delle catene di supermarket e prodotti di marca) per scoprire identità di stabilimenti/ingredienti che denunciano come la stessa cosa venga marchiata in modo diverso e prezzata conseguentemente a seconda del ‘vestito’ che ha. Lo trovo istruttivo e positivo per le tasche e la mentalità.

      So benissimo che non è un prezzo di 15-20€ a fare un buon libro. Anzi, molto spesso ho trovato carte dubbie e traduzioni/adattamenti imbarazzanti su libri costosissimi. Libri che tendo a evitare come la peste, peraltro.
      Pur tuttavia c’è una cosa che io chiamo ‘prezzo ragionevole’, quello sotto il quale è praticamente ovvio che il produttore possa andare in perdita, invece che guadagnarci; e quando trovo prodotti venduti al di sotto di esso, io tendo a farmi delle domande.
      Del tipo: come si è arrivati a questo prezzo? se quest’oggetto provoca una perdita, dov’è nascosto il guadagno di chi lo produce? se invece non porta a una perdita, come può accadere ciò? dove si è risparmiato? dov’è il trucco?
      Cioè, per capirci: se ti proponessero di comprare un’auto nuova a 2000€, tu ti congratuleresti con te stesso per la gran botta di c*lo e pagheresti sull’unghia, o ti fermeresti a farti qualche domanda? E se è il secondo caso, perché lo stesso ragionamento non può applicarsi ai libri?

      Venendo a questi libri Newton Compton venduti a 1€, credo che molti di noi si siano semplicemente posti qualche domanda e si siano immaginati le risposte. Costano 1€ perché fatti in economia (materiali poco pregiati, cioè carta scadente e rilegature non certo fatte a regola), perché nel 99% dei casi non ci sono diritti da pagare, perché si riciclano traduzioni vecchie, magari già pagate una fesseria ai tempi e scarsamente editate (vent’anni fa, nel periodo in cui uscivano i 100pagine1000lire, il metodo di lavoro di NC era considerato ‘poraccio’ e declassante per i traduttori ‘seri’, a quanto mi si diceva. Oggi, purtroppo, è la norma anche per altri editori). Fenomeno spiegabile, quindi. E siamo tutti liberi di approfittare o meno dell’ “occasione” proposta dall’editore. Cosa che ho fatto anche io ai miei tempi (non voglio essere ipocrita: sugli scaffali ho anche io la mia quota di 100pagine, classici GTE, TEN o SuperTEN).

      Però magari è un po’… ingeneroso tacciare subito chi sceglie di non aderire all’iniziativa e, invece, si pone qualche dubbio su di essa, di snobismo, sciovinismo, superficialità o schiavitù verso i marchi. Magari invece la sua è una scelta anche ‘politica’, nei confronti di un certo modo di vedere la letteratura, il prodotto libro e il lavoro editoriale. Un modo di opporsi a una visione del libro come merce in stock, del valore di un pacchetto di patatine, per produrre il quale è lecito qualsiasi risparmio selvaggio che ne degradi i materiali e ne mortifichi le professionalità (risparmio a tutti i costi vuol anche dire lesinare sul controllo editoriale, preferire dilettanti ai professionisti che pretendono compensi più alti e quant’altro).
      Si dirà: ma queste pratiche di risparmio spinto sono messe in campo anche per produrre i libri che poi vengono venduti a prezzi ben più alti e ingiustificati! Giustissimo. Ma chi dice che noi non si snobbi (o ‘satireggi’) anch’essi? Perché la nostra critica ai libri da 0,99cents si deve leggere per forza come espressione di una cialtronaggine letteraria, dando per scontato che noi si sia tutti dei poveri lettori dilettanti abbagliati dai lustrini e prevenuti verso il costa-poco? Ci trovo dell’arroganza in questa valutazione a priori degli intervenuti in questa discussione.

      Non è che a noi faccia schifo spendere poco nei libri, o non abbiamo un budget da rispettare. Però magari non pensiamo che un nostro tornaconto economico giustifichi certe politiche editoriali un po’ dubbie. E non ci tappiamo occhi e orecchie per far finta di non sapere COME si arrivi a certi prezzi.
      Del resto i modi di leggere a poco ci sono anche senza che debba venire la NC a ‘regalarti’ i libri a 99 cents. Se ti fai un giro per il blog, vedrai che qui siamo tutti tifosissimi dei libri di seconda mano e delle bancarelle dell’usato. Altro che lustrini e DiCapre in copertina! 😛 Ché siamo tutti benissimo consapevoli che all’editoria, com’è praticata oggi, in molti pochi casi vale la pena di regalare soldini sonanti, per ciò che ti viene restituito in cambio…

      Dopodiché, venendo alle traduzioni NC, che si difendono a spada tratta (Alessandro, sarà mica parte in causa?), mi permetto di dire che rispondere a un’accusa di “traduzione oscena” (by julka) appellandosi alla resa più o meno libera dell’originale, che è facoltà del traduttore, mi pare manchi completamente il centro della questione. Non sono julka, ma forse non sbaglio se deduco che per ‘traduzione oscena’ qui non si volesse questionare della libertà o meno della stessa, quanto piuttosto della presenza di errori di interpretazione o di un dubbio adattamento. Cose che, secondo me, in nessun caso sono scusabili ricorrendo a una lecita libertà di resa, quanto piuttosto da stigmatizzarsi come lavoro fatto male ed errato.
      Del resto qui non si è detto che tutte le traduzioni NC siano di scarsa qualità sempre e comunque, mi pare (io ne ho trovate anche di buonine, anche se non posso parlare per questa collana, che non acquisto).

      Dire poi che “cosa vuoi che sia il carattere piccolo, si può sempre usare la lente!” lascia un po’ il tempo che trova. Con questo ragionamento ogni tipo di difetto/scomodità può essere scusato in nome del risparmio, perché risolvibile con mezzi esterni. Bella forza! Un po’ come comprarsi una camicia senza una manica perché “tanto puoi mettere la giacca sopra, no?”. Ah beh… 😛

      chiedevo numi

      L’avessi detto prima: mi era avanzato qualche Odino dalla lettura di “American Gods”… (edizione Urania comprata usata al mercatino. Tiè 😛 )

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      • Gaia Conventi dice :

        Come sempre il tuo ragionare non fa una grinza: di una precisione che spaventa.

        Avevo evitato d’infierire sui “numi”, ma sapevo che saresti arrivata tu. E non mi deludi mai. 😀

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  15. lelemastroleo dice :

    …non ho letto nessun commento e neanche mi interessa leggerli perché sono maleducato, però noto con piacere che sono tanti. le case editrici, che conosco bene, sono delle aziende imprenditoriali e come tutte le aziende devono rimanere sul mercato, un po’ per far guadagnare la pagnotta (ed oltre) all’editore, un po’ per mantenere decine di posti di lavoro. la conseguenza è creare dei presupposti di “vendita” della “merce-libro”. se poi creare un’edizione al prezzo di un euro serve pure ad avvicinare qualche neofita alla lettura e a poter guadagnare ben venga…

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  16. Sara Crimi dice :

    Posso aggiungere una modestissima riflessione, sperando non sia già stata espressa nei commenti precedenti? (Perdonate, vado un filino di fretta e non riesco a spulciarli tutti per bene) Quello che vorrei far notare è che la traduzione forse per – quanto? – il 5% del costo finale di un libro. Vendere dei libri a 99 centesimi serve solo a smerciarne di più e l’editore se lo può permettere perché probabilmente ha già pagato la traduzione vent’anni fa, perché il titolo è fuori diritti o, più banalmente, perché guadagna con altro e questi prodotti servono “solo” a far girare il suo nome e a solleticare i lettori a scegliere altri titoli. Se il costo di lavorazione di un libro incidesse sul prezzo finale in proporzione adeguata al reale lavoro che c’è dietro, costerebbero tutti una media di 30 euro. Se il volume di vendite prospettato incidesse sul prezzo, non si spiegherebbe perché un libro che vende milioni di copie costi 1 o 2 euro in più (o in meno) di uno che vende pochissimo. Le politiche di prezzo degli editori hanno ben poco a che fare con i reali costi (sui quali, peraltro, pesa moltissimo la distribuzione). Il che, naturalmente, non depone granché a favore delle tariffe che impongono a traduttori, redattori e revisori, ma questa è un’altra storia.

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    • Alessandro dice :

      Complimenti, un post molto intelligente, senza voler sminuire gli altri.
      Ma l’arcano rimane: le traduzioni NC fanno così schifo da risultare schifose fra le schifose, peggiori di traduzioni già orride?

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      • LauraP dice :

        Non è che quando uno va a comprare un libro lo faccia per riuscire ad aggiudicarsi il peggio del peggio, eh?
        Diciamo che mettendo insieme livello medio di traduzioni, cura redazionale e rispetto per l’intelligenza del lettore, NC se la gioca bene con altre due o tre editori di fondo classifica. Era questo che volevi sapere? Cos’era, un’indagine di mercato?

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        • Alessandro dice :

          No, solo che tutte le persone che ho sentito parlare della NC, dicono che faccia schifo perchè:
          1)ha prezzi bassi
          2)impaginazione/copertina/produzione fisica del libro orrida
          3)traduzione ad minchiam.

          Siccome di traduzioni ad minchiam ne ho lette di diverse case editrici, i prezzi bassi per me sono un vantaggio, rimarrebbe da contestare solo il punto due. Però in molti insistono con la storia delle traduzioni e chiedevo numi.

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      • Sara Crimi dice :

        Non saprei se le traduzioni di NC fanno, di media, più schifo di altre, non direi, c’è di tutto un po’. So però che tante traduzioni avrebbero bisogno di essere svecchiate e corrette, e gli editori non lo fanno (penso ai classici pubblicati da Mondadori, Garzanti, NC…).

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    • lelemastroleo dice :

      …Sara, il costo di una stampa di un libro, usando una carta normale, diciamo una 70grammi tipo “usomano”, non cambia se ne produci 200 copie ( minimo tipografico) o trentamilioni, e posso garantirti, notizie certe, che non supera i due euro/copia. Figuriamoci se a questo ci aggiungi che alcune edizioni non hanno costi di distribuzione né di diffusione e che la vendita è programmata come un semplice settimanale in edicola o come un quarto di bue in macelleria ed il gioco è fatto… (per curiosità, il costo di un’edizione economica formato tascabile, con copertina morbida e con carta comune può anche avere un costo copia, fissando una tiratura a centomila copie, di non più di 60 centesimi)…

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      • Sara Crimi dice :

        Appunto, Lele, forse non mi sono spiegata io. Quello che volevo dire era, in estrema sintesi, che il prezzo di copertina dipende da politiche che esulano completamente dai costi reali di produzione di un libro, e su questo mi pare siamo d’accordo.

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  17. diait dice :

    Tempo fa sono stata contattata dalla NC che mi ha proposto di tradurre 60 pagine in una settimana (neanche lavorando giorno e notte facendomi piste di coca e guaranà riuscirei a tradurre 60 pagine – forse un centinaio di cartelle… – in una settimana, denuncio i miei limiti). Ho declinato, chiedendomi cosa sarebbe venuto fuori. Lo scoprirò comprando il libro a 1 euro, forse.
    Ma non ho niente contro chi lo propone al traduttore, chi lo traduce e chi lo pubblica a 1 euro, facendo contenti Alessandro e tanti altri. Prosit.

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    • diait dice :

      scusate, volevo scrivere:
      60 pagine in una settimana, a 9 euro a cartella.
      9 euro.
      nove
      euro
      NOVE
      EURO
      N O V E E U R O
      ….
      =.o o.=

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      • Paola dice :

        Ciao collega,
        certo saprai che NC non è neppure tra quelli che pagano di meno. Comunque, io lavoro per loro tramite studio editoriale, non me ne vergogno (anche se pare che dovrei…) e ripeto, dopo averlo scritto qui a gennaio, che ho trovato invece molta attenzione e cura per le traduzioni. Tra parentesi, io lavoro allo stesso identico modo a tariffe alte e meno alte. Semmai, se devo fare una critica, non sono stata contenta che abbiano cassato tutte le citazioni faticosamente reperite e me le abbiano fatte tradurre ex novo (ordine dello studio legale interno!).
        Non vorrei che adesso passasse l’idea “pagano poco dunque il livello è per forza basso”, perché non è così. Prova ne sia che su qualche blog di lettori come questo lessi commenti ammirati sui prodotti di un piccolo editore, che ho contattato. Ebbene, non ho mai sentito una tariffa più bassa: un forfait risicatissimo e esigenze assai elevate.
        E poi, nessuno tiene conto di una cosa: i romanzi commerciali spesso non è che abbiano una qualità letteraria intrinseca eccelsa. Vogliamo cavare il sangue dalle rape..?
        saluti,
        Paola

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        • Gaia Conventi dice :

          Ciao Paola, vorrei precisare che Giramenti ci tiene parecchio ai traduttori. Ne abbiamo fatto un nostro piccolo punto d’onore: citarli nelle recensioni. Abbiamo poi la fortuna d’avere parecchi tuoi colleghi che ci leggono, qualcosa abbiamo imparato pure noi: il mestiere è mestiere, se è pagato il giusto non c’è lavoro di cui ci si debba vergognare. Nel caso, la vergogna è di chi non paga o non paga abbastanza.

          Ho avuto modo di dire più volte che Giramenti – nella persona di me medesima, il comitato sa pure l’inglese… beato lui! – parla solo l’italiano e il ferrarese. Senza traduzioni in idioma italico, da queste parti si sarebbe costretti a buttarsi su Ammaniti, Faletti e compagnia. Brava gente, sia detto, ma Giramenti ha altri gusti, e li ha perché può leggere libri tradotti. Mi fa sempre piacere ricordarlo: i libri non si traducono da soli.

          Detto ciò, sono certa – e anche qui mi è stato insegnato dai tuoi colleghi, brava gente con un sacco di pazienza – che un brutto libro difficilmente potrà avere ottima resa. Se è brutto in quella lingua, sarà brutto in tutte le altre. E direi che su questo non dovrebbero esserci dubbi.

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        • diait dice :

          ciao collega!
          non mi sogno di pensare che chi lavora dovrebbe vergognarsi di farlo. Soprattutto se come te e tanti altri giovani traduttori che conosco è gente che fatica, che ce la mette tutta, che sputa sangue per andare avanti, anziché stare lì a frignare.

          Conosco personalmente due traduttori professionisti, due autentici geni (uno giovane l’altra più navigata e affermata), che lavorano per NC. D’altra parte, proprio perché faccio la traduttrice da circa 50 anni, so quanto è difficile mantenere alto lo standard e in tempi così stretti. Non tutti ci riescono, e io sono fra quelli. Forse sono stanca, e deconcentrata da tanti problemi (miei) e dal fatto che perdo un sacco di tempo su internet a scrivere cazzate e a leggerne (non qui, neh). Forse semplicemente non sono abbastanza brava.

          On a personal note:
          credo che
          ogni traduttore abbia il sacrosanto diritto di lavorare alle tariffe che crede
          che l’editore abbia il diritto di pagare le tariffe che crede (nessuno obbliga nessun altro ad accettare)
          che per un lettore sia un grosso vantaggio poter scegliere tra un libro a 10 euro e uno a 90 centesimi, come meglio gli aggrada. Sarà lui poi a giudicare se il prezzo che ha pagato era giusto o no, e a trarne le debite conclusioni per la volta dopo. Se poi è un lettore incallito perennemente in bolletta (termine antiquato che userei solo in certi contesti) sarà grato a NC e alle bancarelle dell’usato in uguale misura, credo. Solo che i libri NC li leggerà munito di presidi per ipovedenti, come dovrei fare io, per esempio.

          ps. sto leggendo il bellissimo “Uomini e topi” nella traduzione di Cesare Pavese. Posso dire una cosa? No, meglio di no.
          La moglie di uno dei protagonisti è una che “fa l’occhio”.
          Lo sapevi?
          abbracci, sinceri
          Diana Corsini
          pps conosci Alice De Carlo e Diario di una traduttrice? Io ne sono fan

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          • diait dice :

            Per concludere il parziale mea culpa.

            Sono andata a cercare la mail che avevo ricevuto, e si parlava di “Instant translation”. Tra l’altro ho risposto piuttosto sgarbatamente alla persona che me lo proponeva, e poi me ne sono pentita, perché era una persona che faceva un lavoro e mi proponeva comunque un lavoro. In tempi così grami, buttalo via.

            Comunque la sostanza della proposta era:
            “… traduttori disposti a tradurre in pochi giorni alcuni capitoli di questo libro (…) da consegnare entro il (…). Sarebbero all’incirca 60 pagine a testa (…) a 10 euro a cartella”

            Quindi erano 10 euro e non 9 (ricordavo male) a cartella. Mi scuso. Forse, allora, a infastidirmi è stata la richiesta di superprestazione (in pochi giorni, 60 cartelle) a un prezzo ancora più basso del già basso (io lavoro a 11, 12 quando va bene).

            E quindi si trattava di un gruppo di persone che traducono un intero libro, in pochi giorni. Persone con stili, formazioni, competenze diverse. Può darsi che ne sia uscito comunque qualcosa di buono. Certo. (del resto proprio Gaia ha scritto dei bunker dei traduttori di Mondadori) E comunque è all’utente finale che spetta il giudizio, non a me. Spesso all’utente finale medio la qualità non interessa più di tanto. Interessa di più il prezzo (giustamente!), o la recensione che ha letto su Repubblica e che ha reso imperdibile il libro, ecc. Legge distrattamente (assolutamente legittimo) o corregge in automatico eventuali errori.

            Vale anche per il cinema. L’ho constatato traducendo film per trent’anni. Lo spettatore seduto al cinema che sente parlare di scalpello in sala operatoria (magari le fratture si ricompongono così…) o di olio di castoro per stappare la nonna stitica (magari in America usano quello…), non sta lì a ragionarci più di tanto, prosegue la visione del film senza quasi accorgersene, e sono altre cose a determinare il suo grado di soddisfazione.

            Per esempio, quando ho sentito parlare in milanese il giovane protagonista di “Gran Torino” (il film di Clint Eastwood), mi ci sono fatta una risata ed è morta lì. Il film mi è piaciuto lo stesso, e sono stati soldi ben spesi. Diverso il caso di “Lincoln”, che non mi è piaciuto (che noia), ma non perché i signori riuniti ad ascoltare il Presidente commentavano con un “Udite, udite!” (Hear, hear!).

            La domanda resta:
            si può vivere di traduzioni editoriali?
            Io no. Forse perché vengo dal cinema, dai dialoghi, e quando quel mercato è morto (ormai si trova tutto sottotitolato gratis in italiano in rete) ho dovuto riconvertirmi all’editoria, con esiti incerti. Nel senso che oltre ad essere una maniaca della precisione, sono talmente piena di insicurezze e lacune (culturali) che a volte per tradurre 6 cartelle ci metto tre giorni. Sul serio. Infatti guadagno di più tenendo il bambino di amici, il lunedì, che traducendo. E integro subaffittando una stanza. I miei colleghi più bravi hanno tutti un’altra entrata fissa (insegnano o sono insegnanti in pensione), o vivono coi genitori (i più giovani), o con coniugi che garantiscono una seconda entrata fissa. Non so se esistano altre realtà.

            Fino alla fine degli anni novanta non era così. Di sole traduzioni (cinema, editoria, generiche) ancora si vivacchiava. Poi il vento ha fatto il suo giro, il mercato è cambiato e non ho saputo/potuto/voluto riconvertirmi e rilanciarmi nel modo giusto.
            Brava scema.

            p.s. altro discorso, a parte, andrebbe fatto per i traduttori tecnici e simili. I cosiddetti “localizer”. Quello sarebbe stato un mercato da coltivare…

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            • diait dice :

              errata corrige
              Alice De Carli (non De Carlo)

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              • Paola dice :

                ciao collega Diana,
                felice di conoscerti, e grazie a Gaia che ci ospita… sarei felice anche di avere il tuo indirizzo! si può?
                Vado a vedere il blog che mi citi, son curiosa.
                Poni questioni vexate, direi, di cui nelle liste dedicate si parla periodicamente senza venire a capo di nulla. Però mi ha fatto riflettere ciò che mi ha detto la titolare dello studio edit.con cui collaboro (persona cara e stimata) che ha constatato come _giustamente_ tanti giovani colleghi non accettano più tariffe al di sotto dello standard ritenuto almeno medio; e poi mi ha fatto il nome di un mostro sacro, il quale non solo accetta di buon grado, ma le ha anche detto di produrre 30 cartelle al giorno (penso che usi Dragon)!
                Io comunque non sono giovane traduttrice, ho 53 anni e lavoro da oltre 20.

                E, anyway, non sono io il pilastro economico della famiglia.
                saluti,
                Paola

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          • Paola dice :

            Cesare Pavese, povero, e anche la Pivano tanto criticata oggi, non avevano i mezzi che abbiamo oggi, se non qualche dizionario. Inoltre non era esattamente la sua prima attività. Qualche svarione mi pare onestamente perdonabile…
            p.

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            • diait dice :

              senz’altro.
              sottoscrivo.
              Ricordo ancora quando lavoravo con la olivetti elettrica, e avevo un’agenda telefonica in cui figuravano dalla NASA al tecnico di laboratorio al polizotto americano di Seattle (per lo slang dei telefilm).
              Ci si attaccava al telefono e si rompevano le palle all’universo intero.
              Bei tempi.
              d

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  18. Francesco dice :

    Possiedo molti libri della Newton Compton acquistati dal 1993,alcuni dei quali in condizioni ancora eccellenti.I libri devono essere custoditi con rispetto ed affetto per durare nel tempo.E onestamente tra le dita non mi si sono mai rotti

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