“La Strölga” di Lara Lombardi e Giacomo Sangiorgi.

Parlarvi di questo libro mi crea un certo imbarazzo, non tanto per lui – lui medesimo, poverino – quanto per i dubbi sull’editore che l’ha dato alle stampe: a pagamento o free?

Il quesito answeriano è vecchiotto, magari nel frattempo…

Qui invece siamo nel pdf “Elenco_Editori” distribuito da Libera il Libro. E io ci leggo Pubblicazione a pagamento, anche voi? Sì, certo, ci leggo anche che la casa editrice è nata nel 992, ma faccio finta di niente.

Insomma, sia come sia, forse stamattina dovrò parlarvi di un libro edito a pagamento. Cosa che faccio raramente e solo per motivi che sfiorano il questione di vita e di morte, o quando l’invito alla lettura arriva da fonte degna della mia massima fiducia.

Dai, su, bisogna ammetterlo, questo è un libro che merita di finire sui vostri comodini per diversi motivi. Partiamo da qui…

Ok, perfetto, apprestiamoci dunque a prendere confidenza con l’instancabile ingegno dei due autori.

«E così andava scemando un pessimo capitolo del mio Buildingroman. Ondate di zolfo sfumavano la scenografia stellata, ingorde scintille, lingue di fuoco, colori elettrizzanti. La luna chiudeva gli scuroni per paura di una violenta aggressione da parte di razzi minacciosi scagliati contro il cielo» (pagina 7). Un incipit che richiama in automatico l’ambarabà ciccì coccò tre civette sul comò.

La prima domanda è “che cazzo sta succedendo?”; la seconda, invece, chiamerebbe in causa quel Buildingroman – che io conoscevo alla maniera crucca o con l’italico romanzo di formazione –, ma è una questione che lascio agli esperti; la terza domanda, infine, cadrebbe su quegli scuroni, scuri e imposte, sì, ma in Romagna: qualcosa mi dice che il romanzo è legato al territorio, così appiccicato alla Romagna da non prevedere un traduttore simultaneo, anche quando le battute in dialetto metterebbero in difficoltà un siculo. Mica che la colpa sia del siculo, sia chiaro. «L’à fat pröpi un bël guadagn Gigi cun la camarira nôva, la fa imbariaghê i client senza spènder gnit», a pagina 21 e vale come esempio, non fatemene scrivere altri o mi si inchioda la tastiera.

Ma torniamo all’ambarabà ciccì coccò

«Gli uomini, colti da deliri di onnipotenza, rispedivano a velocità mercuriale tutte le saette alle porte dell’Olimpo, arrivando perfino a bucare una ruota del Grande Carro» (siamo ancora all’incipit di pagina 7). Non so voi, ma io sto pensando che forse gli autori si prendono un tantino troppo sul serio – colti da deliri d’onnipotenza? –, cosa che già sospettavo trovandomi davanti a quell’instancabile ingegno. Un libro che comincia così, corre il rischio di stancare già a pagina sette. Ma sarà scritto tutto così? Ne siamo certi?

Dopo questa serie d’incomprensibili accadimenti – no, tranquilli, non sta succedendo proprio niente –, assistiamo alla resurrezione del nostro eroe – che elucubrava semidormiente – grazie a «Una giovane fantesca» che lo «ripescò fradicio di pensieri dal laghetto dove sguazzavano le» sue «sinapsi cerebrali». E siamo ancora a pagina 7.
Ma dai! Possibile che il libro sia tutto scritto in questa maniera? Così vagamente Non bevo più tequila? [Qui in versione Caputo in China]

La luna piange in cinese nel vicolo
si prende a schiaffi in francese ed è ridicolo
una dentiera gigante mi insegue giù
fin dentro i fari accesi di un’automobile a cucù

Ecco, bene, ringraziamo Sergio Caputo per aver involontariamente portato un tocco di grazia a questa recensione – chi mi tocca Caputo… muore – ed evitiamo paragoni scomodi tra la luna che chiude gli scuroni e quella cinese che si piglia a schiaffi da sola.

Torniamo a lui, al tizio con le sinapsi cerebrali che sguazzano.
L’eroe del nostro libro è un conte di nuova nomina ed ex investigatore privato. E quanti ce ne saranno in giro di aristocratici di tal fatta? Ah, datemi retta, pare che la Romagna ne sia invasa.
Il suo avo – tal conte Bellini – gli ha lasciato soldi, villa, servitù e auto. Delle auto sentiremo spesso parlare, le marche automobilistiche entrano in questo romanzo come l’acqua in un bastimento che affonda. Il tale fa pure il piacione con la cameriera del bar, «scuotendo le chiavi della Porsche» (pagina 21). Insomma, un cialtrone.

Ma soffermiamoci un attimo su quell’avo, il «deux ex machina, che aveva giocato con la vita degli umili mortali e poi aveva risolto tutti i miei guai giudiziari,» – i guai del neo conte, statemi dietro e non perdetevi – e «si era ritirato definitivamente in un monolocale di frassino,» – non perdetevi, per carità!, sta tentando di fare una battuta – «colto da uno scherzetto sincopato del muscolo involontario» (e, santo cielo!, siamo ancora a pagina 7). Tutto questo valzer di monolocali in frassino e scherzi sincopati per dirvi che il conte Bellini è morto e sepolto.

Dubbi? Domande? Io sì, un paio, almeno.

Perché l’autore – sì, solo uno dei due, poi vi dirò perché lo so – deve spacciarsi per Pinketts nei giorni peggiori? O per Dashiell Hammett tradotto male? O… mmm… aspetta che forse ho capito!

Il Rambo di Zuzzurro e Gaspare, certo, ma pensatelo in versione Alex l’ariete. Non conoscete questo film? Uff, tocca sempre spiegarvi tutto. Cliccate qui.

Questo tizio, a cui abbiamo dedicato fin troppo spazio – e siamo sempre lì, nel Riepilogo che va da pagina 7 a pagina 9 – ha deciso di fare lo «sborone» e ha dato una festicciola di San Silvestro, invitando cani e porci.

«Flatulenze effervescenti post cenonem, sinfonie di allarmi delle automobili criogenizzate sulle strade, dischi volanti in ceramica in caduta libera dalle finestre, vecchie speranze, nuove illusioni, fresche bugie, boccate di vita pronta a commutarsi in esperienza, ululati sguaiati della turba indistinta» (pagina 9). Insomma, sta succedendo un casino, ma il fattaccio accade dopo: di buon mattino, a orario scomodo, un bambino va alla villa a chiedere soldini – pare sia usanza tipica romagnola – e poi si perde. Non lo trovano più. Che gli sarà successo? Aspetta che ci scriviamo un romanzo, ed eccoci a leggere La Strölga.

Trattandosi di libro assai legato al territorio, pare non si potesse evitare d’infilarci il bar. Qui abbiamo il caffé Mora, dove il nostro aitante e zuzzuriano conte – a pagina 10 – sta «brindando con una contorsionista pugliese tenente un boccale di bionda in bilico sull’alluce del piede destro». Perché? Ma santo cielo!, perché lui è un figo. Anzi no, uno «sborone». Ed è uno sborone pure quando dorme, per fortuna non sogna pecore elettriche e si limita alla contorsionista e a un «bambino color caramello» che mangia due dita al barista (?). Sì, insomma, cose che capitano dopo la sbronza del 31 dicembre.

Viene svegliato maldestramente da «una cascata di acqua gelida che squarciò» il suo «mondo onirico». Colpa della cameriera. «Chi ti ha autorizzato a svegliarmi in tal guisa?» chiede il conte alla tizia, e non si sa come la tizia riesca a restare seria. Tutto questo gran casino succede dopo che il bimbo – quello che non si trova – ha già suonato al campanello – «Vado io, se è un altro bambino me lo mangio, a costo di sembrare un aristocratico comunista!» (pagina 13) – e poco prima dell’entrata in scena di Claudia Degli Esposti: «capitano dei Carabinieri, ex fidanzata, moglie mancata, ed ora sfiga assicurata» (pagina 13).

Riassumendo: il conte era un detective privato, a quel tempo era fidanzato con Claudia. Adesso si guardano in cagnesco. Ovviamente lei è carina, ma mai quanto l’avvocatessa di Giacomo Clementi – ecco, sì, il conte figherrimo si chiama così –, difatti l’avvocatessa sfoggia «un set di curve da brivido con tanto di capelli lunghi color rame, occhi verdi e intellighenzia volpina» (pagina 15).

In questo romanzo, datemi retta, non troverete cozze. Ed è proprio la carinissima e fighissima barista del caffè Mora a mettere in moto le cose. Lei non vorrebbe, e infatti non fa nulla perché ciò accada, ma gli autori insistono a dire che così va bene e così è logico: dopo nove mesi dalla scomparsa del piccolo sfigato in cerca di monetine, Michele Zaniboni – carabiniere e amico del conte – vuole fare un’uscita a quattro con la strölga – mamma del disperso – e Marta – amica e socia di lei. Implora il conte di fare il quarto e, in cambio del favore, metterà una buona parola con la signorina del caffè Mora: il sior conte è persona affidabile, dagliela e vedrai che la tratta bene.

Una trama tenuta su con le mollette da bucato e un testo che riserva sempre grandi sorprese, almeno un capitolo sì e uno no. E nel capitolo no? Ecco, quel capitolo lì deve averlo scritto l’autrice: la vicenda la racconta Marta e la racconta così bene, ma così bene… che viene voglia di saltare il capitolo per imbattersi di nuovo nelle scoppiettanti trovate del suo collega.

Ora, mica per insegnare niente a nessuno, ma ho scritto a quattro mani in diverse occasioni: se si nota chi scrive cosa, il testo non sta funzionando. Il manoscritto andava riletto, riscritto e mediato. Scrivere a quattro mani non è spartirsi i compiti, e i capitoli.

Quindi, tirando le somme, tra gente che mastica «gomma al tamarindo» (pagina 22), un reggere il moccolo diventato «reggere il moccio» (pagina 25) con relative battute di spirito (e naso che cola), il cuore che è sempre un «muscolo involontario» (pagina 26 e altre) e una serie di ventricoli, auto che lasciano autografi sull’asfalto (pagina 28), puntini di sospensione giustificati dall’assomigliare «ad un balbuziente ai campionati di spelling» (pagina 33), un «temporale» che «si stava impegnando a spargere granite» (pagina 43) e similari – il libro ha una serie di gag degne del Bagaglino –, tutto quello che non cito sta nei capitoli presumibilmente scritti dall’autrice. Lì tutto scorre con una composta piattezza che ti fa rimpiangere il Pinketts di seconda mano.

La mia personale opinione è che il libro sia mediamente brutto, ma le risate – più o meno volute – ripagano l’impegno a sorbirsi un testo forse edito a pagamento: l’instancabile ingegno dei due autori appare in tutta la sua grandezza. Spero d’avergli reso il giusto merito.

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Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

25 responses to ““La Strölga” di Lara Lombardi e Giacomo Sangiorgi.”

  1. LFK says :

    Sarà, non capisco che recensione sia, però mi ha incuriosito e non poco. Per quanto criticabile, il libro dovrebbe essere pieno di esilaranti confronti con la realtà onirica dell’autore. Sai quando ti stai addormentando e continui a scrivere lo stesso? L’indomani mattina leggi e cancelli tutto, dicendo “ma chi ha scritto sta roba folle?”. Oppure ci metti un titolo tipo “La strolga” (che significa? Sembrerebbe, onomatopeicamente “astrologa” ma mi documento) e lo pubblichi… o.O

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    • Gaia Conventi says :

      “Strolga” è astrologa, ma fattucchiera rende meglio l’idea.

      E tieni presente che la mia recensione non rende il giusto merito – non del tutto, almeno – a questo libercolo. Le gag e le trovate sono talmente tante, talmente improbabili, talmente “Chandler in salsa Zuzzurro e Gaspare” che avrei dovuto scrivere un libro per parlare di questo libro.

      Insomma, la strolga merita attenzione, ecco.

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      • LFK says :

        Ecco, allora ho colto il succo… lo scrivere un libro per descriverne un altro mi ricorda una barzelletta. Un carabiniere (papà era carabiniere, sono ferrato in materia) va dal collega e dice:
        – Guarda, ho scritto un dizionario e vorrei pubblicarlo!
        – Bravo! Ma come mai due volumi?
        – Beh, uno è l’indice…

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        • Gaia Conventi says :

          Lunga vita alla Benemerita! I carabinieri, per il buonumore italico, sono come gli indiani per il cinema hollywoodiano: senza carabinieri e senza indiani saremmo ancora qui ad accendere falò per proiettare ombre sul muro. E, sia chiaro, io sto con gli indiani. Ma pure coi carabinieri, a cui ho sempre invidiato la divisa di gala.

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  2. moloch981 says :

    Il “Buildingroman” è impagabile: basta questo per convincermi all’acquisto. O era una battuta, al pari del “monolocale di frassino”?

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  3. minty says :

    E quindi alla fine l’hai letto! XD
    Contenta che abbia regalato anche a te un sacco di risate. Io lo tesaurizzo come fonte definitiva del comico e del grottesco.
    Anche se, secondo me, non hai apprezzato a sufficienza le parti dedicate a Marta e scritte dall’altra autrice, parti che regalano una galleria di castronate grammaticali e incongruenze narrative degne di attenzione. Soprattutto perché vengono da quella che (copio dalla biografia in seconda bandella) “attingendo fin da piccola alle fonti della Letteratura, capì ben presto che la scrittura era diventata per lei urgenza espressiva” (corsivo originale). E vedendo cosa esce dalla sua penna, ti convinci che quelle fonti erano, probabilmente, fortemente inquinate, e pensi a qualche altro tipo di urgenza… 😛

    Comunque, questo libro è talmente sbagliato a livello di costruzione della trama (trama?!) e di tutto il resto, che neanche io saprei da che parte farmi per descriverlo al meglio. Ci ho provato su anobii dove l’ho recensito (ma se non si abilita la lingua Unknown, il commento non si vede. Perché l’autrice avrà bevuto inquinato, ma chi ha programmato anobii s’è drogato direttamente…). Ma, proprio come te, da che ho letto ‘sta perla la tentazione forte è quella di scrivere un contro-libro che analizzi l’originale riga per riga e lasci fluire liberamente le battutacce e i commenti feroci che mi nascevano in mente praticamente a ogni parola, nel corso della lettura.
    In fondo, sono solo 119 pagine (e praticamente in nessuna accade qualcosa che abbia a che fare con la soluzione del mistero del bambino. Anche questo è un record! XD ), e forse, prima o poi, lo farò.

    Quello che mi ha più sconvolto di tutta la faccenda è lo scoprire che “Il Ponte Vecchio” sia anche un editore a pagamento. Possediamo un sacco di loro libri, quasi tutti saggi di storia e tradizioni locali o guide, memoriali, ecc. (sempre dedicati alla Romagna), ma non avevamo mai incontrato un testo che ci facesse dubitare della ‘cialtroneria’ dell’origine. Pensa un po’ te! Mi cascano certezze così, come erbe sotto la falce! °_°

    Note: da forlivese, confermo che:
    – ‘strolga’ sta un po’ per tutti i tipi di maghe in genere;
    – l’italiano per “scuroni” è “persiane”;
    – «L’à fat pröpi un bël guadagn Gigi cun la camarira nôva, la fa imbariaghê i client senza spènder gnit» vuol dire “Gigi ha fatto proprio un bel guadagno, con la cameriera nuova! Fa ubriacare i clienti senza che spendano niente!” (insomma, il barista, con la cameriera gnocca, va in perdita °_°). A tal proposito, mi ricordo di una volta in cui copia-incollai una poesia di Tonino Guerra in chat, e gli amici mi chiesero se stessi scrivendo in norvegese… XD
    – i figli dei miei vicini hanno fatto la “questua” a capodanno molte volte. Ma è cosa riservata ai maschietti, perché tradizione (machista) locale vuole che se il primo che varca la porta di casa il 1 gennaio è un uomo, porti fortuna, se una donna, sfiga. Personalmente ho sempre interpretato la ‘mancia’ data ai bambini in queste occasioni come ricompensa per la fortuna portata.
    Comunque, ‘sta superstizione farà ridere, ma è ancora molto sentita: alla mezzanotte dell’ultimo dell’anno anche a casa mia sono sempre i papà, gli zii, i fratelli a telefonare agli altri per gli auguri, le donne rispondono al telefono e basta… ^_^;;;

    P.S.: Sempre sia lodato Sergio Caputo!

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    • Gaia Conventi says :

      Trattasi di libro che occorre leggere, soprattutto se si ha intenzione di scrivere un giallo. Lo leggi e ti dici che così no, così non va bene.
      L’indagine non esiste, quello che succede non porta in alcun modo alla soluzione del delitto. Il colpevole appare quasi per caso in una paginetta, passa e va, quando spunta fuori il suo nome – è stato lui, è stato lui! – ti chiedi “Ehm, lui chi?”.
      Ho evitato di incattivirmi sulle virgole, ma c’è molto lavoro da fare anche lì. Se la trama non si fosse persa – inabissandosi nel racconto dei fatti altrui e nelle gag – ci sarebbe stato motivo d’incaponirsi sulla punteggiatura. Ma già così… eh, già così bisognerebbe smettere la penna rossa e pigliare il bulldozer.

      Quello che salvo, e non è molto, è l’idea che Sangiorgi – in solitaria e scrivendo qualcosa di adatto, con una trama credibile ma niente di troppo serio – potrebbe riuscire a produrre romanzi divertenti. Il brio non gli manca, se prende l’abitudine di creare uno schema della vicenda – ma è solo un consiglio, eh? – e ci si attiene senza andarsene a zonzo – non è il personaggio che tiene al guinzaglio l’autore! -, sono convinta saprebbe creare materiale apprezzabile. Senza prendersi troppo sul serio e senza puntare a stupire ogni tre righe. La mia è solo un’opinione da lettore, vorrei rimarcarlo.

      [Non riesco a leggere la tua rece su anobii! Aiuto! Come faccio?].

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      • Gaia Conventi says :

        Trovata la recensione! Ho anche fatto una foto ricordo. La posto qui? 😉

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        • minty says :

          No problem, come preferisci tu 🙂
          Certo gli darà più visibilità che su anobii, dove tocca abilitare la lingua “Sconosciuta” (ma non è dialetto romagnolo, giuro!) per leggerla! XD
          Se poi ci vengono a cercare gli autori, ci parli tu? ;D

          (No, davvero, se vuoi postala pure ^^ )

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  4. KINGO says :

    Ma se “Ogni riferimento a persone o a fatti descritti in questa vicenda non e’ puramente casuale”, allora gli autori, col loro mirabolante ingegno, hanno volutamente preso in giro qualcuno che esiste davvero!
    Cio’ mi porta a due inquietanti conclusioni: innanzitutto tremo al pensiero che possano esistere individui anche lontanamente somiglianti a questo conte Giacomo Clementi o al suo fantomatico avo; ma soprattutto, visto quanto e’ sofisticato l’humor di questo libro, credo proprio che il riferimento a fatti o persone realmente esistenti verra’ colto si’ e no dagli autori…

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  5. alessandromadeddu says :

    119 pagine di cui la metà pretendono di essere un fuoco d’artificio. Argh!

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  6. Stranoforte says :

    La gomma al tamarindo. Mi sento emarginato, io non sapevo nemmeno che una cosa del genere si potesse quantomeno pensare.

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  7. MS says :

    Cosa devo fare per veder demolito così anche il mio libro?

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    • Gaia Conventi says :

      Niente. Qui si finisce per sbaglio e per sfortuna.

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    • Stranoforte says :

      Attenzione, c’è un’etica e un’estetica anche negli stroncamenti. Ci sono libri talmente brutti che si dovrebbe pagare per farseli stroncare. Il tuo ad esempio com’è? Chi lo ha pubblicato?

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      • Gaia Conventi says :

        Lasci una mancia a chi te lo stronca? 😀

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      • Martino S. says :

        Mi è piaciuta la recensione, anche se secondo me è più severa di quel che si merita (c’è di peggio in giro, di molto peggio!). Il mio libro si chiama “I demoni delle campagne”, è stato pubblicato da Epika Edizioni e ad oggi non ha ricevuto stroncature. Spero di continuare così, anche se – lo saprete – non è facile procacciarsi recensioni. Dovrebbe farlo l’editore, dovrebbe…

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        • Gaia Conventi says :

          Be’, il c’è di peggio non è esattamente il mio metro di giudizio. 😀
          Leggo online che Epika è una casa editrice a doppio binario e in qualche caso è richiesto l’acquisto copie.

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          • Martino S. says :

            Fa sia servizi editoriali che l’editore vero e proprio. Io non ho pagato (era l’obbiettivo minimo che mi ero posto prima di pubblicare).

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