Che tocca fa’ pe’ campa’: l’inferno dei traduttori nel bunker Mondadori.

Il mestiere del traduttore non è affatto semplice, non fatevi ingannare da quanto raccontano certe signore annoiate e ingioiellate che riempiono il tempo libero – tra una pochette di Gucci e un Dom Pérignon – con qualche traduzione artistica. Gente così ha sempre amici nei posti giusti, e certi amici tendono a voler spendere poco – salvando capre e cavoli – grazie alle signore ingioiellate – dai mariti ben introdotti e portatori sani di Rolex – che si dilettano in traduzioni all’acqua di rose, bevendo rosè.

Non conoscevate questa allegra cricca delle traduzioni salottiere? Be’, è uno dei motivi per cui vi ritrovate a leggere libri tradotti alla razzo di rane. Ma non è il solo.

Le siore ingioiellate devono spartirsi la colpa con certi universitari squattrinati, giovani costretti ad accettare una paghetta striminzita pur di sfuggire alla miseria più miserrima. Colpa degli universitari? Colpa delle siore? Be’, a voler proprio essere precisi, la colpa – anzi LA COLPA, che fa più occhio – è di certi editori che se ne sbattono di darvi un buon prodotto – tradotto da professionisti pagati il giusto, gente che si è fatta il mazzo per potersi dire traduttore –, tanto un libro è un libro. Alla traduzione pessima spesso si rimedia con una bella copertina.

Ma non ci sono solo editori così, ci sono anche quelli su cui sai di poter contare: editori con ottime traduzioni, affidate a persone competenti. E poi ci sono gli editori esagerati, quelli che con le traduzioni di un libro – che esce in tutto il globo quel giorno lì, tradotto in tutte quelle lingue lì – contano di fare il botto. Botto di vendite, soldi e immagine. Faranno bene, faranno male? L’importante, a mio avviso, è che paghino i traduttori, che li paghino per il lavoro svolto e per il disturbo. Già, c’è anche il disturbo, soprattutto quando ti chiudono in un bunker per tradurre Dan Brown. E, diciamolo, a me già disturberebbe tradurre lui, con le ciofeche che scrive, ma io non faccio testo. Io non so nemmeno ordinare un caffè a San Marino.

Vediamo un po’ cosa è capitato in quell’Inferno, e tentiamo di metterci nei panni di questi poveracci: imbottigliati per due mesi nel bunker sotterraneo della Mondadori, a Segrate. Ora, già qui qualcosa non torna: perché la Mondadori ha un bunker? È nato prima il bunker o prima la sede della Mondadori? Insomma, prima l’uovo o la gallina editoriale? E se è nata prima la gallina, si sarà fatta l’uovo antiatomico perché pensa che, prima o poi – e viste certe uscite in libreria – qualcuno deciderà di lanciare un missile su Segrate?

Datemi retta, se state da quelle parti… spostatevi. La Mondadori è lungimirante, se ha il bunker, sa anche perché.

Ma accantoniamo per un attimo l’incubo postatomico di un mondo ridotto a brandelli – ma coi libri Mondadori sugli scaffali – e torniamo alla segregazione dei traduttori: due mesi nel bunker di Segrate. Giornate intere, giornate d’inferno, gomito a gomito con altri traduttori. Tutti a leggere – sorbirsi – e tradurre Inferno di Dan Brown.

Voi come lo immaginate l’inferno? Un posto al chiuso in cui subire angherie di ogni genere? Be’, se tra le pene inflitte ai dannati – quelli veri – c’è la traduzione di Dan Brown, la Mondadori è riuscita a dare un senso al titolo di questo romanzo. E a darci un buon motivo per fare i bravi ragazzi: ve la sentireste di passare l’eternità a leggere certa roba? Io no, e da oggi giuro d’essere buona.

Vediamo allora di farci raccontare come sono andate le cose, Sorrisi e Canzoni sembra saperla lunga.
«Al momento dell’ingresso nel bunker agli 11 [traduttori] viene sequestrato il cellulare e ogni dispositivo per comunicare con l’esterno». Inutile chiedere aiuto, il bunker è a prova di tutto, ma per esserne certi si evita di farci entrare traduttori nati da parti gemellari… che, si sa, tra gemelli la telepatia… «Resta loro solo un pass di riconoscimento e qualche sigaretta, se fumano». E dopo due mesi di reclusione, non mi sorprenderebbe sapere che si sono messi a fumare tutti. Fosse solo per fare uno sgarbo ai carcerieri. «Fuori c’è il sole. Presto nevicherà, ma il tempo ti interessa poco, se sei costretto a rimanere in un bunker per due mesi, domeniche comprese. Non conta in quante settimane i «reclusi» porteranno a termine la missione. Nessuno di loro può abbandonare definitivamente il bunker prima del 5 aprile. E nessuno di loro il giorno del «rilascio» sarà più la persona di prima». In compenso la popolazione dei fumatori è cresciuta di undici unità, ma si sa che l’Italia la salviamo noi che il vizio l’abbiamo caro (e costoso).

Ma chi sono questi poveretti, questi undici forzati? Arrivano da Francia, Spagna, Germania, Brasile e Italia, carne scelta e selezionata per impastare e darci in pasto l’ultimo capolavoro di Dan Brown. Tutte le mattine sono stati prelevati dai rispettivi alberghi e portati nel bunker, dove sono stati ingabbiati dalle nove di mattina alle nove di sera, festivi inclusi. I computer su cui lavoravano erano imbullonati ai tavoli, un registro teneva conto dei loro spostamenti – bagno, caffè, sigaretta, panino… –, all’entrata gli venivano tolti i cellulari. Infine, tanto per non lasciare niente al caso, i poveretti venivano perquisiti. All’entrata e all’uscita. Ecco, non voglio sapere perquisiti come, immagino scene da telefilm poliziesco. Insomma, il peggio. Perché si sa, c’è gente che nasconde pen drive in strani orifizi…

Insomma, nessun contatto con l’esterno e tutti con un alibi pronto, così credibile da mandare nei matti amici e parenti: mamma e papà non sapevano dove accidenti fossero i figli, mogli che hanno temuto d’essere state abbandonate, mariti usciti per comprare le sigarette, zie già pronte a contattare Chi l’ha visto. E poi la security armata.

Gente, ma voi come ve la immaginate la security armata nel bunker della Mondadori? Quei tizi lì, faccia scura e divisa ton sur ton, li avranno assunti perché sono associati al Club degli Editori? Avranno dato un esame sull’esegesi delle opere di Fabio Volo? Io non lo so, ma so che la security della Mondadori mi fa l’effetto della Banda Bassotti: mica facile restare seri. Eppur si deve! Si deve perché ti pagano e il lavoro è lavoro. Anche quando finisci in un reality, l’unico reality senza pubblico: dall’altra parte dello schermo c’è la siora Marina Berlusconi, che con la sola imposizione del telecomando può decidere di cancellarti le virgole. Un incubo. No, di più: l’Inferno.

E ti verrebbe da dire che alla Mondadori fanno le cose in grande, fin troppo. Ma sarà troppo? Vediamo cosa ne dice Sorrisi e Canzoni: «Vi sembrano misure eccessive? Non proprio, se si guardano i numeri: «Il codice Da Vinci» ha venduto nel mondo 80 milioni di copie (4 in Italia). In tutto Dan Brown ha venduto 150 milioni di libri (10 in Italia). I due film com Tom Hanks tratti dalle sue opere («Il Codice Da Vinci» e «Angeli e demoni») hanno incassato 1,25 miliardi di dollari». Quindi non c’è niente di male a rinchiudere undici onesti lavoratori in un bunker editoriale, ma – e soprattutto – non c’è niente di male a pavoneggiarsene.

Qui potete leggere le impressioni dall’inferno: i traduttori raccontano come ne sono usciti vivi, e pare che la vita nel bunker non sia stata poi così male. Ma pare anche che, se ti pagano e speri di lavorare di nuovo a Segrate, le cose più succulente sia il caso di raccontarle ad amici e parenti. E basta.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

17 responses to “Che tocca fa’ pe’ campa’: l’inferno dei traduttori nel bunker Mondadori.”

  1. KINGO says :

    Ma quand’e’ che Mondadori si decide a dichiarare bancarotta?
    Stiamo tutti aspettando quel meraviglioso momento…

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  2. GabriG says :

    Sai se poi stavolta di copie ne vendono la metà, nonostante la trovata pubblicitaria del bunker?

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  3. Roberta Scarabelli says :

    Ahi ahi ahi, anche la Gaia Conventi c’è cascata! Perdendo la sua solita vena ironica… si è persino dimenticata di citare il nome degli undici traduttori-carne da macello. Firmato: la traduttrice svizzera (non nel senso di nazionalità, ma di hamburger)

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  4. Lyla™ (@chiara_lyla) says :

    Immagino scene da galeone spagnolo con i poveri traduttori a remare e i supervisori a frustare… A cosa siamo arrivati…

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  5. MartyKite says :

    Io sono avidissima di testimonianze dirette, entro fine settimana dovrei vedere un ragazzo che conosco e che fa il traduttore per mondadori (no, non ha fatto Inferno) e penso proprio che lo tampinerò per sapere se conosce qualcuno di quelli.. Oltretutto, dubito che questo stia stato il primo caso simile, è una bella botta di pubblicità farlo trapelare così!
    (ti ho premio-taggata sul mio blog!)

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  6. nadia says :

    Vergognoso! Avevo saputo di questa storia dalla mailing list di Biblit e sono rimasta basita: in effetti l’inferno me lo immagino più o meno così! -.- Comunque non so cos’è peggio: il fatto che abbiano costretto i traduttori a lavorare in quelle condizioni indecenti, il fatto che se ne vantino con tanto di video promozionale o il fatto che i traduttori abbiano accettato di farlo? Mah… (Tra l’altro, tra i commenti sul TuTubo, non ce n’è uno che esprima non dico indignazione, ma almeno un minimo dubbio sulla legittimità dell’operazione…)

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  7. Stranoforte says :

    Va be’ magari li hanno pagati miGLIardi.

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  8. Francesca says :

    Dubito, per esperienza, che Mondadori paghi miliardi…..

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