“Ubik” di Philip K. Dick.

Eh, cari miei!, qui si va sul difficile. Non perché il libro sia una pizza – è un capolavoro ed è tradotto da Gianni Montanari –, bensì perché in questo bel libercolo c’è tanta di quella roba da sfamare un esercito. Fosse pure di lavori in pelle, che qui però non troviamo. In Ubik ci sono invece i semi-vivi. O semi-morti, come vi riesce più semplice. Ma in Ubik niente è semplice, nemmeno il titolo.

Non avete capito una ramazza? Tutto normale, a me sono servite trenta pagine per entrare nel tunnel psichedelico. Più difficile è stato uscirne.

Allora, vediamo di rendere le cose più semplici: in un lontano futuro immaginario – per Dick è il 1992, in quell’anno Barbarossa vinse a Sanremo… dalle nostre parti eravamo ancora al melodico spinto –, immaginifico e tremendamente a pagamento – la porta di casa si apre solo se la paghi, il frigo idem, insomma un “tempo da EAP” – il mondo è una partita a biliardino.
Da una parte giocano quelli coi poteri psi – calciatori dotati di poteri paranormali – e dall’altra stanno gli anti-talenti. Anti cosa? Anti qualunque talento abbiano i cattivi.
A sacramentare alle manopole ecco il bene e il male; gli esseri umani in semi-vita – al fresco dei moratorium – stanno in panchina e possono suggerire ai giocatori in campo.

Tutto chiaro? Bene, perfetto, perché le partite a biliardino sono due, in due epoche differenti e con gli stessi giocatori. Così a metà partita l’allenatore dei buoni non sa più se i suoi giocatori sono vivi o morti e i giocatori non sanno se l’allenatore gode di buona salute. Non bastasse, i giocatori della squadra del bene non hanno nemmeno ben chiaro se giocano da titolari o sono in panchina. Ci siete? Non credo proprio, ma è il bello del libro.

Regressioni temporali, buoni e cattivi, un ritorno al passato che mi ha ricordato 22/11/’63 di Stephen King arrivato molto tempo dopo e pure la faccenda dei Langoliers, sempre di King e pure questa saltata fuori in drammatico ritardo. Mica è colpa sua, eh? Semplicemente arrivare prima di Dick era impossibile, e non solo per questioni d’anagrafe.

Ma il libro è carino? No, di più, il libro è così fuori scala che a pagina 154 dell’edizione tascabile della Fanucci ci trovi Platone, il Libro Tibetano dei Morti e Winnie The Pooh. Epperò… però l’editing zoppica come un millepiedi con le scarpe strette. Non posso elencarvi tutte le sviste, gli svarioni e le (s)battiture coi gomiti. Però posso dirvi che un «nessun’altro» a pagina 75 mi ha fatto male. Sì, lo so, sto sempre qui a fare storie.

Ah, dimenticavo! Che accidenti sarà mai Ubik? Non ve lo dico, sennò non vi godete il libro. E bisogna, eh? Bisogna proprio leggerlo.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

28 responses to ““Ubik” di Philip K. Dick.”

  1. nony1975 says :

    mi sento semi-morta dopo aver letto la recensione! Oo
    Urkbezzoli!

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  2. arj74 says :

    Azz… stavo scrivendo proprio un articolo su Ubik e la distopia. Interessante, seppure breve, disamina di uno dei libri fuori dalla scala preferiti, nel senso che non sono mai riuscito a dire se è bello o fotomodello.
    Viaggia su un proprio binario, è fuori di cucuzza, va fino a Marte, fa il giro e si ferma a mangiare un panino su Alpha Centauri, ma a casa no, non torna. Troppe cose da fare.

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  3. J. Tevis says :

    Un libro simile pubblicato da Fanucci è un po’ come il motore di una vecchia cinquecento che vuol trainare un apparato tecnologico avanzato: le difficoltà si vedono.
    Dick è un mostro sacro, al pari di King, ma viene prima, ed è il padre nobile di molte cose. Grande lettura che mi manca! Devo anche capire se i semi-vivi di cui narra hanno a che fare con quelli che si stanno intorno.

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  4. minty says :

    Che Fanucci sia la fiera dell’editing farlocco l’ho imparato sulla mia pelle anni fa, su “Anno dracula” (sorta di ucronia vampirica, interessante ma imho non perfettamente riuscita), forse il mio primo scontro con un’editoria che s’era scordata cosa fossero i correttori di bozze (non mi spiegavo diversamente le coppie articolo-nome scritte tutte attaccate…). Ai tempi speravo fosse un’eccezione, è poi diventata la triste regola. Ma Fanucci può salire in cattedra, in materia, eh! 😛

    E bisogna, eh? Bisogna proprio leggerlo.
    Dici? Sicura sicura?
    Che a me è venuto mal di testa solo a leggere il riassunto. Per certe cose non son molto portata @_@
    Ho un paio di libri di Dick in casa (non Ubik), da anni, ma non ho ancora deciso di affrontarli. Detta in confidenza, a me P.K. Dick fa un sacco paura. C’ho proprio soggezione °_°

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  5. Barney says :

    Bello, bello davvero.
    Non ci ho capito molto ma bello.
    E’ stato come sentir parlare qualcuno in una lingua semisconosciuta, comprendi la metà delle cose che dice ma ti rapisce la musica delle parole.
    Devo rileggerlo ma non ho speranze di capirne di più.

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  6. moloch981 says :

    L’unico libro di Dick che ho letto, “La svastica sul sole”, fu una delusione tremenda: inseguito per anni (prima che lo ripubblicasse la Fanucci, non si trovava da nessuna parte), mi aspettavo un qualcosa stile “Fatherland” e invece sono arrivata all’ultima pagina senza capirci nulla. Però “Ubik”, se non sbaglio, è fra i libri di mio fratello, quindi, in futuro, posso pure dargli un’altra chance. Ho apprezzato il riferimento ai “Langolieri”: ho letto solo quel racconto in “Quattro dopo la mezzanotte”, ma lo ricordo ancora, dopo anni e anni. 🙂

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  7. Mohawk says :

    Ne ho letti altri di Dick, Ubik però mi manca. Ma a questo punto non per molto. Grazie.

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  8. laperfezionestanca says :

    Neuromante è bellissimo. E non c’è discussione. Due volte più di Ubik. Consiglierei anche Esperimento Dosadi, di Frank Herbert

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    • Gaia Conventi says :

      Prendo nota.

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    • minty says :

      Neuromante è bellissimo. E non c’è discussione.

      Altroché se c’è! Che a me le cose indiscutibili stan sul cu*o, e su Neuromante ne avrei parecchie da dire…
      Anzi, in realtà no. Solo un paio. La prima: l’impressione che mi diede leggendolo fu che, a parte le bellissime descrizioni delle periferie futuristiche post-tantaroba, tutto il resto, per dirla con Califano, è noia. Noia peraltro declinata come se si fosse in un trip d’acido, cosa che da sempre ritengo un inutile manierismo (e, se svolta in pieni anni ’80, pure un bel po’ fuori tempo massimo :P). Che il romanzo sia il capostipite di qualcosa non lo discuto (anche perché non mi intendo granché di storia della fantascienza), ma non sempre imho chi apre una strada è pure il più bravo a percorrerla. Spero, quando e se riprenderò a leggere fantascienza, di trovare qualche autore cyberpunk che, nel leggerlo, non dia a me l’acido. Di stomaco 😛
      Pietra miliare? Probabile. Piacevole da leggere? Bah!

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  9. 21 says :

    Ho appena finito di leggere la trilogia di Valis, sempre edita da Fanucci. Prima di tutto, ODIO e sottolineo ODIO le prefazioni di Carlo Pagetti perché sono inutilmente accademiche e contengono degli spoiler atroci. Secondo, l’editing di Fanucci ha grosse lacune. Terzo, i migliori di Philip Dick sono Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch, la Svastica sul Sole e VALIS. Ubik è simpatico, ma leggero. Quarto, Neuromante è un libro pesantissimo ed esagerato. Non posso accettare trecento pagine di similitudini come: “era affamato come uno squalo in un oceano di acido borico ingabbiato in una rete di rame connessa a un server centrale”. Scrivi “era affamato” e basta! 😀

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