“Cronache marziane” di Ray Bradbury.

La cronistoria a puntate dello sbarco su Marte. Dai primi approcci – finiti malissimo, con tanto di Premio Pirla Spaziale agli umani volanti e violanti – al piantarci le tende in maniera stabile, al fare i soliti casini, al fare di peggio.

Una vicenda che va dal gennaio 1999 – i racconti sono stati scritti tra il ’46 e il ’50 – all’ottobre del 2026, in salsa assolutamente ammeregana. Ecco come Bradbury sistema la questione: «Gli uomini venuti con la seconda ondata sarebbero dovuti partire da altri paesi, parlare con altri accenti, pensare idee diverse. Ma i razzi erano americani e gli uomini americani e le cose continuarono così, mentre Europa e Asia, Sud America e Australia, senza contare i vari arcipelaghi, osservavano i mortaretti cosmici sparire nel cielo lasciandoseli alle spalle» (pagina 125). E ci leviamo il pensiero: gli ammeregani nello spazio e tutti gli altri a piedi.

Il primo racconto è L’estate del razzo, e visto come qui usiamo quel razzo – dal non capire un, all’essere una testa di – ho subito intuito d’essere inciampata nel libro adatto a Giramenti.
Il racconto successivo – Ylla – mi ha insospettita parecchio: anche Bradbury si è lasciato prendere dal tramismo? L’incipit, a mio avviso – ma sono aperta al dibattito, si sappia –, non ha niente da invidiare alle trame tramortite degli utenti di Yahoo Answers: «Avevano una casa a colonne di cristallo sul pianeta Marte ai margini di un mare vuoto, e ogni mattina si poteva vedere la signora K mangiare i frutti d’oro che crescevano sulle pareti di cristallo, o ripulire la casa con manate di polvere magnetica che, assorbita ogni sporcizia, si dissolveva sulle calde ali del vento» (pagina 6).
Nonostante questa piccola incomprensione iniziale – «Dai, Bradbury, piantala col tramismo!» –, i racconti successivi hanno cominciato ad avere un senso. Nella mia testa, sia chiaro. Non posso mettermi nei panni di un lettore serio: questo è Giramenti, mica un lit-blog!

La traduzione è di Giorgio Monicelli e nella nota di Giuseppe Lippi – del 2003 – mi viene spiegato che «Questa edizione riproduce la traduzione monicelliana del 1954, riveduta per la prima volta dopo mezzo secolo […]. Riletta oggi, quella storica versione ci sembra da un lato piuttosto “aulica” (perché, dovendo risolvere in italiano il “busillis” della musicalità, spesso non può fare altro che parafrasarla nella lingua letterario-romantica in uso ai tempi, molto meno alla mano dell’inglese); mentre dall’altro denuncia l’effetto di invecchiamento che tutti i calchi subiscono rispetto all’originale» (pagina XIII).
Ecco, lo ammetto, sono cose che mi affascinano. Perché il tempo fa certamente bene al buon vino – e spesso anche ai capolavori in lingua originale –, ma finisce per inacidire le traduzioni. Tocca allora ringraziare Mondadori per averci messo una pezza. Anche se, e sono la solita noiosa che fa la punta ai chiodi puntuti, avrei steso anche una manina santa di editing. Certamente una pennellata di bianco è stata data, occorreva ripassarne una seconda almeno su «È questa la ragione per cui noi abbiamo puntato su questo» (pagina 48). Che proprio non si può leggere.

E il libro si può leggere? Certamente sì, e direi che va letto con attenzione. Qualche brano è migliore di altri ma, messi assieme, rendono l’idea del casino spaziale che possiamo combinare se solo ce lo mettiamo in testa.
Bello il racconto Usher II (da pagina 171) con richiami a Fahrenheit 451 – sempre del sior Bradbury… ma che ve lo dico a fare? – uscito poco dopo Cronache marziane. Inutile precisare che la casa di Usher II è parente stretta di quella di cui racconta Poe. Perdonatemi se sto ravanando nell’ovvio.

In Cronache marziane, dove più di una volta mi sono chiesta «Ma dove razzo sta andando a parare?», si toccano temi seri. Religione inclusa, visto che «Marte ha due volte l’età della terra e perciò ha avuto il doppio di sabati sera, di eccessi alcolici, di occhi spalancati sui corpi di donne nude come foche» (pagina 130). Insomma, occorre fare qualcosa.
Ovviamente gli alieni stavano bene comunque, come già accaduto in diverse occasioni e senza dover scomodare gli alieni. Abbiamo importunato molta altra gente, noi siamo fatti così.

Una fantascienza poco tecnica e molto letteraria, nostalgica e disillusa. Un libro da gustare bevendo una Coca Cola, rigorosamente in bottiglietta di vetro.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

25 responses to ““Cronache marziane” di Ray Bradbury.”

  1. LFK says :

    Cronache marziane è un libro che ho sempre osservato nella libreria (era di mia sorellona) mentre leggevo “Dalla terra alla luna” e le altre opere di Verne, più consone alla mia giovane età. Fu dopo “Cinque settimane in pallone” che ebbi l’autorizzazione a leggere “Cronache marziane” e la “Trilogia della fondazione” di Asimov. Credo che fu il mio passaggio tra i quasi adulti.

    Rivisto così, dopo tanto tempo, mi ha incuriosito. Nel senso che io ho un bellissimo ricordo di questo libro, ma allora non credo di aver notato un italiano così “aulico”. Sarà che venivo da letture comunque su quel tenore linguistico (avevo già letto Cuore, Il racconto del Risorgimento, Pinocchio, Chon Chon Blu e altri romanzi per bambini), in ogni caso non mi sembrava così differente dal resto. Sai che ti dico? Me lo rileggo se riesco a recuperarlo dalla libreria materna.

    A parte la recensione, grazie per i bei ricordi.

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    • Gaia Conventi says :

      Da tempo mi ero ripromessa di leggerlo, e finalmente è saltato fuori. Nel senso che, avendo librerie ingombre, leggo il primo libro che mi cade addosso.
      L’effetto sorpresa non guasta! 😀

      Ricordo i tempi di Verne – no, non i suoi, i miei tempi CON Verne… non vorrei sembrare troppo anziana – e pure Cuore. Un testo che ho odiato due volte, dovendolo rileggere per un esame (assieme a Il romanzo di un maestro, che ho detestato un pochino meno ma neanche tanto). E mentre leggevo Verne leggevo Conan Doyle, avevo un’edizione dei racconti di Holmes datata 1951, era di papà. E poi Poe, certo, quello arrivò dopo Doyle. Ma forse il mio romanzo preferito dell’epoca – e siamo ai tempi delle scuole medie – fu La fattoria degli animali. Ne ho diverse edizioni, e mi è capitato di regalarlo a parecchi amici.

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      • LFK says :

        Per me Poe è arrivato dopo la fantascienza, in pratica mentre terminavo i libri della collana Urania. Poi sono passato a Freud, ma di nascosto che allora era vietato per me (sia “L’interpretazione dei sogni” che “Psicopatologia della vita quotidiana”). Poi dopo ho cominciato a leggere un po’ di tutto, senza particolari preferenze.
        A me Cuore piaceva, l’ho odiato solo la prima volta, quando sono stato costretto a leggerlo. Tra l’altro avevo anche (in libreria) i gialli di Agata Christie (di mamma) e mi ricordo di aver letto Holmes. Chissà, magari tornando a frugare nella libreria, mi tornano in mente tanti libri del passato. Appena passo da mamma vado a curiosare. 🙂

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        • Gaia Conventi says :

          Ho scordato di citare la regina del giallo!, qualcuno dovrebbe prendermi a calci. 😀

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          • LFK says :

            Quella ero sicuro che l’avessi letta. Credo che l’abbiano letta tutti, o quasi. Mamma li divorava i gialli, ora ha rallentato ma legge ancora tanto per la media italiana. Due al mese, all’incirca, perché le si stanca la vista.

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            • Gaia Conventi says :

              Mia madre si è drogata di Urania e Gialli Mondadori per anni (nel frattempo mio padre ingurgitava i Segretissimo).
              La siora mamma continua a leggere alla velocità di un treno, un vero fenomeno. Legge più di me, e già io leggo parecchio. In famiglia soffriamo di questo strano morbo. 😉
              Per fortuna ho sposato un uomo che legge, almeno non mi fa paranoie se spengo la luce a orari improbabili. Praticamente sempre.

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  2. impossiball says :

    Ma solo io leggo tre pagine e crollo? Ok, da tre anni e mezzo a questa parte, il che spiega molto.

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  3. minty says :

    Ti stai dando alla fantaSSIEnza, eh, Gaia! 😀
    Ti dirò, anche a me, ogni tanto (spesso?) certi autori di SF classica da(va)nno una certa impressione di tramismo latente. Robe che ti viene da allungargli un coppino secco e dirgli “Dai, su, concentrati, che sai fare di meglio, per Dende!” 😛

    La questione delle traduzioni che, al contrario delle opere originali, invecchiano, è un bel mistero anche per me. Perché di un romanzo italiano degli anni ’50 possiamo ancora dire che è perfetto, bellissimo, immortale così com’è, mentre una traduzione in prosa della stessa epoca ci appare irrimediabilmente datata? Chissà! Sarà qualcosa che ha a che fare col genio dell’autore, certamente, però è vero che la faccenda è affascinante!

    Anche io ho una mamma che macina letture a ritmi più che sostenuti. Però devo dire che la passione per i thriller gliel’ho attaccata io. Tra l’altro in casa la Christie e Conan Doyle sono entrati per merito esclusivo della minty bambina (rompico*lioni già all’epoca), ché prima in ambito gialli qua era il deserto (giravano giusto un paio di Poe snobbati da tutti; mio padre sulla letteratura di genere preferisce fare prevenzione, nel senso che è molto prevenuto e tuttora disapprova le mie abitudini letterarie :P), e son cose di cui vado discretamente fiera 😉

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    • Gaia Conventi says :

      Al momento sto leggendo L’uomo ombra di Dashiell Hammett… la traduzione italica sembra pensata per il Mulino Bianco e disegnata da Norman Rockwell. E me la rido. 😀

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      • minty says :

        la traduzione italica sembra pensata per il Mulino Bianco e disegnata da Norman Rockwell

        Quindi tu dici che, mentre il romanziere madrelingua poteva permettersi quel che gli pareva in nome dell’arte, i traduttori venissero costretti dall’editore ad attenersi ai canoni benpensanti, retorici, aulici e pomposi comunemente accettati nella sua epoca, e da qui il precoce ammuffire di certe traduzioni? Uhm, teoria interessante… °_°

        (A me comunque i quadri di Norman Rockwell piacciono, eh! Solo, non ce lo vedo granché a fare il ritratto a Hammett XD)

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        • Gaia Conventi says :

          Il sior Rockwell era un grande. E fin qui…
          Nel frattempo – il treno aiuta – sono andata avanti col libercolo tradotto à la Mulino Bianco. Divertente, ma dopo un po’ ti ammazza. Temo lo abbandonerò, ma prima voglio capire quando è stato tradotto, devo capirlo o morirò curiosa.

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  4. Alessandro Madeddu says :

    Ho letto le Cronache per intero almeno tre volte; altri racconti – Ylla compreso – anche di più. Ne esiste anche una riduzione televisiva, retro quanto basta e quanto era il libro: il mito della frontiera ambientato negli anni ’50 e proiettato all’infinito 🙂

    I cosmonauti scambiati per schizofrenici rimangono da antologia, insieme ai due gesuiti: Dio ha il senso dell’umorismo, c’è l’ornitorinco a dimostrarlo.

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  5. ilcomizietto says :

    Lessi Bradbury tanti anni fa e mi ricordo che non è un autore facile, forse anche a causa della traduzione.

    Del tramismo del nostro faccio presente che all’epoca non c’era yahoo answer e quindi, come minimo, avrebbe il merito dell’originalità. Fare un quadro tutto nero con un puntino bianco oggi sono bravi tutti, ma essere il primo e far credere che sia arte lo può fare solo uno.

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  6. laperfezionestanca says :

    Io l’ho sempre trovato molto poetico. Mi piace molto. Letto più volte. E anch’io ho letto tantissimissima fantascienza, Urania, Nord oro e argento. Verso i 35 anni mi sono un po’ stancata, ora ne leggo solo un po’ ogni tanto, ma i vecchi amori non si scordano mai. Me li ricordo tutti, per di più. Ho la testa ingombra tale e quale alla mia libreria.

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  7. Mario Borghi says :

    Io l’ho letto e non mi ha smosso nemmeno un pelo de naso, per dire.

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  8. arj74 says :

    Cronache Marziane è un libro curioso, farò anch’io dell’ovvio sottolineando lo sforzo di Bradbury nel mettere insieme, con un filo conduttore, tanti racconti non certo nati per una raccolta. Perché alla fine Cronache Marziane è questo, un’abbondanza di storie che lui mise in un unico volume scrivendo ex novo degli intermezzi per collegarli.
    E’ curioso, perché se lo facessimo noi oggi qualsiasi editore ci tirerebbe il documento in fronte.
    Eppure…
    Eppure funziona, si sente la discontinuità, ma si chiude un occhio per la poetica complessiva, per l’approccio favolistico alla fantascienza (una rivoluzione, per l’epoca) e per un linguaggio semplice che trasmette qualcosa di importante.
    Più delicato di un Lem, che con Solaris toccò corde simili senza usare tecnica ma filosofia, meno appassionante di un Asimov, per dirne uno, ma magico come può essere solo… Bradbury.

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