“Banda di fratelli, 147 ragazzi che diventarono eroi. La storia della compagnia Easy” di Stephen E. Ambrose.

Essendo una fan sfegata della miniserie Band of Brothers, prima o poi dovevo leggere il libro da cui è tratta.

Eccomi quindi a regalarlo a mio marito per Natale, certa che poi il romanzo sarebbe passato sul mio comodino. Non succede spesso, lo ammetto. Accade coi saggi, raramente coi romanzi. Mai con Turtledove, tanto per dirne uno. Però ricordo cene al ristorante spese a parlare della realtà distopica e delle saghe del sior Turtledove. Io ascoltavo, i camerieri anche, mi sarei aspettata almeno uno sconto per aver degnamente intrattenuto i commensali agli altri tavoli. Niente da fare, e pensare che mio marito le fole le racconta così bene!

Insomma, questo regalo natalizio aveva un secondo fine. Mio marito già lo immaginava, ora potete darlo tutti per certo: volevo papparmi ‘sto librozzo fin da quando l’ho scovato in libreria.

Banda di fratelli è un saggio storico davvero ben fatto, mai noioso. Tradotto da Sergio Mancini, con la consulenza di Andrea Molinari, racconta quanto racconta la serie televisiva. Ma dice anche molto altro, soprattutto quello che la serie televisiva lascia soltanto intendere.
Se mio marito non si è lamentato, allora posso affermare che il saggio non è cazzaro. Non siamo una famiglia, siamo uno staff, e ognuno di noi è specializzato in qualcosa. La mia specialità, per intenderci, è la carbonara. Potrei mangiarne un chilo.

Dicevamo del libro, i nostri 147 eroi, tutti giovanissimi e tutti volontari, scelgono d’arruolarsi tra i paracadutisti. Nel 1942 non era roba da tutti. Lo fanno perché, se proprio tocca andare in guerra, conviene avere vicino gente addestrata a dovere. I migliori, ecco. Perché coi migliori magari si riporta a casa la pelle.

Avevano vent’anni, venivano da posti differenti, avevano vite diverse: li ha fatti incontrare la guerra. Tre anni fianco a fianco, non si sono più persi di vista, i reduci sono rimasti in contatto tra loro. Erano davvero fratelli, il titolo del libro non esagera.
L’addestramento sfiancante di Camp Toccoa ne fa dei cyborg, partecipano al D-Day e in seguito fanno roba persino più tosta. Sono gli eroi di Bastogne, quelli che hanno visto e fatto cose che noi umani… E le hanno fatte davvero, miga bae!, dalle imprese eroiche alle scazzottate, dagli atti d’eroismo alle ubriacature moleste.

La compagnia aveva visto la luce nel luglio 1942 a Toccoa. La sua esistenza giunse al termine quasi esattamente tre anni dopo a Zell am See, in Austria. In quei tre anni gli uomini avevano partecipato a più avvenimenti, sopportato più avversità e contribuito alla vittoria più di quanto la maggior parte degli uomini possa partecipare, sopportare o contribuire nell’arco di una vita.
Pensavano che l’esercito fosse noioso, insensibile e parecchio stronzo, e lo detestavano. Pensavamo che il combattimento fosse mostruoso, distruttivo e micidiale, e lo detestavano. Qualsiasi cosa era meglio del sangue e del massacro, della sporcizia e del sudicume, degli sforzi fisici intollerabili: cioè tutto, tranne lasciare nei guai un compagno.
Inoltre avevano scoperto nel combattimento la fratellanza più stretta che avessero mai conosciuto. Avevano scoperto l’altruismo. Avevano scoperto di poter amare il compagno di buca più di se stessi. Avevano scoperto che in guerra uominini che amavano la vita l’avrebbero data per loro (pagina 357).

Nel saggio ci sono pennellate di varia umanità – e mancanza di –, la scrupolosa ricostruzione delle manovre potrebbe forse annoiare ma bastano un paio di capitoli per capirne l’utilità e destreggiarsi tra le sigle.

Un buon libro, si legge come un romanzo e ha persino il finale strappalacrime. Inutile dire che adesso mi rimetto a guardare i dvd di Band of Brothers.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

8 responses to ““Banda di fratelli, 147 ragazzi che diventarono eroi. La storia della compagnia Easy” di Stephen E. Ambrose.”

  1. Alessandro C. says :

    Ciao Gaia,

    da appassionato di tutto ciò che riguarda la seconda guerra mondiale, e grande estimatore di “Band of Brohers”, anch’io non mi son fatto sfuggire questo libro. Sono molto combattuto sul giudizio da dare a questo testo: sicuramente è una testimonianza importantissima e curata (Ambrose, da quanto ho capito, fu spesso bacchettato dai colleghi in quanto ritenuto non obiettivo in altre opere) però le pagine sono pregne di un interventismo ed espressioni da filmetto western di serie C che mi han fatto storcere il naso (penso, per esempio, al “cervo desideroso di beccarsi una pallottola nel cranio”, ma forse non sono imparziale in quanto detesto la caccia). E’ la prima volta che ritengo indispensabile che il (tele)film venga visto PRIMA della lettura del libro. Se non avessi associato in qualche modo i volti degli attori ai nomi dei soldati, di certo mi sarei perso dopo una ventina di pagine.
    PS: le foto presenti nel libro danno l’idea di quanta perizia abbiano avuto gli autori del telefilm nella scelta del cast. E’ impressionte quanto il vero Nixon somigliasse all’attore che lo ha impersonato :)))

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    • Gaia Conventi says :

      Già, credo proprio che il telefilm vada visto prima. Il libro in questo caso diventa una degna integrazione.
      Degna ma ammeregana – molto ammeregana, anche il telefilm è molto ammeregano -, gli americani i film li sanno fare così. I libri anche.
      Loro so’ ammeregani, punto.

      (Rispondo tardi ma rispondo, torno ora da Milano).

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  2. Alessandro C. says :

    PS: ah, ecco un’altra cosa che mi infastidisce parecchio nei libri/film che affrontano questa tematica. Sembra che gli americani abbiano vinto da soli il conflitto, quando son stati gli ultimi a intervenire e non sono arrivati a Berlino, peraltro. I toni non cambiano nei film sovietici. Gli unici stralci di obiettività, sotto questo punto di vista, li ho trovati nei romanzi della Resistenza. Fenoglio ha sempre descritto nello stesso modo le atrocità nazifasciste e quelle commesse dai partigiani. Non nego che la guerra possa avere un fascino, per chi non l’ha vissuta in prima persona. Ma l’esaltazione non fa mai bene e contribuisce ad alimentare falsi miti.

    Scusami per i commenti da logorroico 🙂

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  3. thedam99 says :

    Grazie Gaia, sei intelligente, era solo una comunicazione, volevo solo testare quanto tagli. Ovviamente toglierai anche questo in quanto non c’entra nulla. Ora so che sei una dittatrice ma ti voglio bene lo stesso, pur quando finirò il romanzo non scriverò una recensione sul tuo libro per un paio di ragioni. 1- Meriteresti la classifica in quanto sei divertente, quel cane lo accopperei. 2- Hai ragione a censurarmi per sviste da poco.
    Ti comunicherò altri sfondoni, se ce ne fossero, privatamente e in questo modo. La supervisora sei tu. Che fai? Commenti? Notte. Ti aspetto a Forlì.

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