L’articoletto markettaro di mamma orsa che dice bene del suo orsetto: il self conquisterà il mondo!

Chiedete all’ideatore dello scacciapensieri e vi dirà che tra cinquant’anni lui e i suoi accoliti avranno surclassato i suonatori d’armonica, chiedete al fan club dello scalogno e vi sentirete dire che la cipolla è in deciso declino. E poi fate scrivere un articolo a «Mark Coker, fondatore di Smashwords, piattaforma di self publishing» e lui vi dirà che «entro il 2020, gli autori di self publishing avranno il 50% del mercato ebook».
Potrebbe essere vero, ma lui assomiglia un sacco al sior scacciapensieri e io, prima di prendere per buono il suo disinteressato decalogo, mi chiedo quanto sia markettara la sua previsione.

E adesso andiamo a vedere quali sono i motivi per cui – secondo il sior Coker – i self sono destinati a papparsi, entro il 2020, la metà del mercato degli ebook.

1. Il libro cartaceo è in declino. Gli ebook costano meno, gli aggeggi per leggerli sono pratici e dentro ci sta un mucchio di roba. Giusto! Ma io continuo a preferire la carta, e le edizioni tascabili. Soprattutto in caso di mare, valigia da sbatacchiare in giro, meteo avverso e similari. Insomma, sono un lettore rustico e gran sottolineatore – a matita – dei testi di cui poi vi parlerò sul blog. I miei libri sono sempre molto vissuti, e li amo anche per questo. Diventano miei dopo averne passate tante.

2. Le librerie stanno scomparendo e sta scomparendo anche il libraio, esserino triste ormai costretto a imbastire vetrine di bestseller. Giusto! Ma io i libri li scovo da sola, e spesso vado in libreria a comprare roba usata. E mi ci diverto proprio tanto. Scanso le vetrine, quelle le fotografo per riderne sguaiatamente su Facebook.

3. «Grazie al self publishing, gli autori saranno sempre più editori di loro stessi. Magari i guadagni sono minori, ma un autore non sarà costretto a piegarsi alla forbice, a volte davvero spietata, di un editor». E qui cominciano i guai: gli editor fanno il loro mestiere. Ovviamente il sior Coker cita Raymond Carver – ci sono sempre autori da prendere a modello, che si tratti di self, di editing o di editoria a pagamento –, dimenticando che non tutti i self sono altrettanto bravini.

4. La qualità del self migliora e il sior Coker chiarisce che «Anche per le edizioni digitali la qualità conta: scelta di una copertina convincente, formattazione che faciliti la lettura e cura dell’editing sono ingredienti sempre più presenti nelle opere online». E la storia? La trama che regge? Non si sa, a decidere che regge è l’autore. Lo stesso autore che mal digerisce la manina d’editing à la Carver.

5. Gli autori self non sono più scrittori di «serie B», ormai sono scrittori come gli altri. Anzi, spiega il sior Coker, «sempre più scrittori affermati decidono di pubblicare autonomamente sulle piattaforme di self publishing la versione digitale di opere di cui i grandi editori possiedono i diritti solo per il formato cartaceo». Forse scordando che gli autori affermati erano già “autori di serie A” prima di darsi al self.

6. Il mercato del self esploderà, dice il sior Coker, difatti già il 10% della popolazione islandese ha scritto un libro – «Nel gennaio 2012 la popolazione era di 319.575 abitanti: ciò la rende (escludendo i microstati), il paese europeo meno popolato» (fonte Wikipedia) – e «in Italia, se è vero che siamo tutti ct della nazionale, è anche vero che abbiamo tutti un romanzo nel cassetto». Cosa che non mi pare incoraggiante: nel cassetto ho anche i miei disegni delle elementari, ma non ho mai pensato di farci una mostra.

7. «Gli autori stanno scoprendo le gioie del self publishing», e qui, perdonatemi, ho pensato ai ragazzini e alle pippe NON mentali.
Il sior Coker spiega così queste gioie: «niente tagli o cambiamenti di plot imposti dagli editori, tempi tra stesura e pubblicazione accorciati, contatto diretto tramite i social network con i propri lettori». Cose bellissime, se il libro è bello.

8. Ormai in vista del traguardo, il sior Coker tira fuori i muscoli: «Ai lettori non interessa la forma (casa editrice) ma il contenuto (romanzo)». Già, quel contenuto che l’autore decide essere adatto ad andare online. Lui e lui solo.

9. Ancora il sior Coker: «Un bel libro, dalla copertina elegante, ha un forte potere di attrazione, vero, ma non è un’arma abbastanza persuasiva con cui i grandi editori possano convincere il pubblico a non comprare eBook a minor prezzo». Ma anche una promozione fatta in casa – vai sui social, piazzi il link, convinci l’amico a recensirti, a metterti le stelline su Amazon… – non ti fa fare molta strada. Non sul mio diario di Facebook, almeno.

10. E si finisce in bellezza con un invito alla ribellione! «Tramite Internet e il self publishing, gli autori possono finalmente superare il complesso di Edipo che hanno sempre avuto nei confronti degli editori. Spezzate le catene della dipendenza economica, cosa potrà tenerli insieme?» Forse l’intenzione di far valutare il proprio scritto a un esperto del settore? Dopo mamma e nonna, sia detto.

Certo, lo so, ma chi saranno mai questi editori per stabilire che una roba è degna d’essere pubblicata? Chi saranno mai per decidere che un testo ha bisogno di tagli e ritagli? Ma non vedi quante merdate arrivano in libreria? Ma non vedi quanta gente pubblica solo perché è stata in televisione?
Be’, sì, queste cose le vedo, le so e le penso, ma leggere l’articolo del sior scalogno che critica la cipolla mi lascia davvero perplessa. Lo trovo un articolo un po’ scalognato, ecco.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

87 responses to “L’articoletto markettaro di mamma orsa che dice bene del suo orsetto: il self conquisterà il mondo!”

  1. arj74 says :

    Aspetta, ne ho sentita un’altra: il self-publishing è democratico, perché permette a tutti di pubblicare.
    Ma il limite della democrazia non era che votano pure gli stronzi?
    Non so voi, ma bazzico spesso su blog di amanti del fantasy, che acquistano grazie al Kindle quantità inusitate di libri (poi si dice che i lettori forti siano in declino, questi se ne sparano almeno 50 all’anno). I commenti sono sconfortanti: se si eccettua quegli autori che hanno curato per bene il testo, creandosi una fetta di ammiratori, la maggior parte è uno scuotimento di testa.
    E dico fantasy perché è il genere che invade per la maggiore.

    Il self non prenderà il 50% del mercato, invaderà solo le vetrine online e ci farà pensare che, ormai, la letteratura è alla frutta. Esattamente quello che pensavo io a forza di vedere in giro ‘bestseller’.

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    • Gaia Conventi says :

      Per fortuna la democrazia, oltre a permettere a tutti di pubblicare, ci lascia la facoltà di dire che un libro fa schifo.
      Noi criticoni astiosi invidiosi siamo lieti di poter esprimere la nostra opinione e, finché non ci levano questa libertà – solitamente tirando in ballo gli avvocati -, restiamo grandi fan della siora democrazia. La stessa che permette a tutti di pubblicare, e di pigliarsi critiche e opinioni in merito.
      Dio abbia in gloria la democrazia… riservando carestia e cavallette a chi pensa di ricorrere alla Giustizia per ogni “che schifo”.

      La letteratura è decisamente alla frutta. Mi metto comoda e mi godo lo spettacolo. 😀

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  2. LFK says :

    Premettiamo subito che il 50% del mercato è già del self quanto a quantità, Perché se ci sono 100 libri di editori più o meno grandi in giro, ce ne sono 1.000 auto prodotti. Mettiamo che i 100 libri tradizionali vendano in tutto 5.000 copie (media di 50 l’uno), i self con le loro 1.000 pubblicazioni ne vendono altrettanti (media di 5 l’uno). Dal punto di vista matematico ci siamo, ma solo per quello. Sarebbe da verificare, la mia è solo un’ipotesi basata su ciò che vedo.
    Per quanto riguarda il resto, ho da ridire fortemente sull’editor: come sarebbe a dire che il self non deve piegarsi alla forbice dell’editor? Io cerco proprio quello: un editor che mi dica finalmente dove sto sbagliando. Perché lo so in teoria, ma il problema è che è difficile per un autore capire davvero dove si può sfrondare e dove no, dove si deve tagliare di netto e dove invece serve un innesto. Ecco, l’editor è necessario per un libro, e questo si vede quando si apre un libro self.

    La promozione dei self sta fagocitando se stessa. Se prima quando arrivava uno e ti diceva che il suo è un bel libro, ci credevi al 70%, ora invece appena uno dice che il suo libro è bello, non ci credi proprio. E non credi più nemmeno alle recensioni, che sospetti sempre che siano farlocche. Il risultato è diametralmente opposto a quello che si voleva raggiungere: mi fido solo di recensioni di autori noti, o facenti parte di case editrici note. Il perché non credo sia da spiegare, mentre devo spiegare perché non recensisco i libri di amici: è un attimo trovare il collegamento tra me e l’autore, e farlo significa uno sputtanamento per tutte le mie recensioni e per il libro recensito.

    In chiusura, vorrei fare ciò che fanno tutti quando vanno in televisione: “Ciao mamma!”

    Bene. Buona giornata a tutti. 🙂

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    • Gaia Conventi says :

      Lunga vita agli editor! Poi ci sono gli editor improvvisati e quelli andrebbero mandati a letto senza cena.
      Per quanto riguarda la promozione improvvisata – spesso fastidiosa, appiccicosa e boriosa (datemi altri “osa”, mi fanno comodo) -, riesce davvero ad affossare il mercato. Forse sarà proprio la promozione fatta alla razzo di rane a determinare la morte in culla di molti self-testi. E magari farà morire pure roba buona. Sono i rischi del self, baby! 😉

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      • LFK says :

        Esatto. Io non ho mai condannato il self e non lo faccio adesso, ma prima di studiare un’azione di marketing servirebbe capire cosa sia, quali sono i suoi limiti e quale può essere il tuo target. Una buona azione di marketing non p mai una pessima valanga di spam.

        Per l’editor, sarò all’antica ma per me è indispensabile. Me ne sono reso conto sulla mia pelle. Ma adesso spero di averlo, uno (o una, spero) di quelli che ti fa lavorare sul testo fino a renderlo accettabile. 🙂

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        • Gaia Conventi says :

          Purtroppo molti autori trovano l’editing una medicina cattivissima. Non solo i selfautori, pure quelli tradizionali.
          Questo può voler dire due cose: si è convinti di scrivere bene – troppo bene per migliorare ulteriormente -, oppure si conoscono solo editor della domenica. E quegli editor lì affossano l’intera categoria (esattamente come fanno i selfautori cagnazzi nei confronti dei loro colleghi).

          E poi la promozione, santo il cielo, benedetti i santi! Basta con ‘ste menate sui social, basta coi profili da vendita di pentole, con le incursioni in gruppi e pagine postando link per l’acquisto. Basta, non si fa così.

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          • LFK says :

            Sì, troppi sono convinti di scrivere benissimo, tanto da non accettare che qualcuno gli faccia notare le virgole fuori posto.

            Il marketing, che sarebbe la pubblicità, si dice sia l’anima del commercio. Bene, a questo punto si può pensare che la crisi non sia dell’editoria ma della chiesa, che sta perdendo anime sempre più vendute al diavolo per quattro spicci sulla terra.

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            • Gaia Conventi says :

              E qui il discorso si allarga, e si fa pericoloso. Ci mettiamo dentro anche i tanti “No!” che mamma si scorda d’elargire al pupo? 😉

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              • LFK says :

                La mamma è sempre la mamma. Solo quando sarà grande il pupo si pentirà di aver negato qualche “No!”. Meglio dosarli subito con parsimonia. 😉

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                • Gaia Conventi says :

                  Anche i “No!” hanno un loro perché. Persino i “No!” delle case editrici, tanto per dire. 😀

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                  • LFK says :

                    Quelli, come i silenzi, sono molto significativi. Ci sono ancora persone convinte che se la casa editrice non ha risposto entro una settimana forse non ha ricevuto il testo. E cominciano a telefonare, a scrivere mail di sollecito… io ho imparato che è meglio un bel “no, grazie” o un silenzio insondabile, piuttosto che un “sì, stupendo te lo pubblico gratis” detto da chi non ha capacità di sistemare, stampare e vendere un libro.

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                    • Gaia Conventi says :

                      E ricordiamo ai gentili utenti – noi già lo sappiamo, ma facciamo finta serva dirlo – che l’editore deve avere una degna distribuzione.
                      Senza quella, tanto vale darsi al self.

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                    • LFK says :

                      Ovvio. Il self in quello è meglio di alcuni piccoli editori che puntano sulle librerie fiduciarie con cui litigano ogni tre per due.

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                    • Gaia Conventi says :

                      Perché il distributore di piglia il 60% della moneta, certo.
                      Devo ancora capire perché, in caso di EAP, non sia prevista la modalità “distribuzione con rincaro”. 😀

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                    • LFK says :

                      Quello sarebbe un bel deterrente. Il distributore che dice: “Fai pagare la pubblicazione ai tuoi autori? E noi facciamo pagare la distribuzione maggiorata”.

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                    • Gaia Conventi says :

                      Se il mondo fosse un bel posto, gli editori a pagamento non dovrebbero potersi avvalere della qualifica d’editore.
                      E adesso aspetto che qualche EAP mi mandi la letterina dell’avvocato del diavolo. 😀

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                    • LFK says :

                      Non possono, non hai citato nessuno. Al massimo si inventano una class action contro Giramenti.

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                    • Gaia Conventi says :

                      Cosa che potrebbe anche capitare, certo.
                      Ma vuoi mettere il bello d’intimidire un blogger? 😀

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  3. Chiara Beretta Mazzotta says :

    Io mi limito a una semplice osservazione. (Due sarebbe troppo di prima mattina.) Ma se il self fosse questa meraviglia, se fosse un bacino di storie, una fucina di talenti non pensa il signor Coker (ho un crash test di battute sceme nel cervello…) che tutti gli editor delle case editrici manderebbero a stendere agenzie letterarie ed agenti e farebbero da sé? Hai bisogno del giallo? Vai sulla piattaforma, cerchi un po’ ed eccolo lì il best-seller!
    Ma dalla regia mi dicono che no, non succede così.
    Perché di rado i self sono di qualità. Il caso (non umano) di successo è uno ogni congiuntivo azzeccato da Di Pietro.
    E i lettori? Magari non vanno a caccia di letteratura, però hanno bisogno di inciampare in qualcosa che sia perlomeno fruibile.
    Un tempo sostenevo che il self avrebbe avuto l’indubbio pregio di annientare l’Eap. Mi rimangio tutto. L’autore a pagamento duro e puro, vuole firmare un contratto, vuole che qualcuno gli dica che è braverrimo, vuole un libro di carta. A lui del self non gliene importa un tubo!

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    • arj74 says :

      THIS.
      Date una medaglia a questa donna.

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    • Gaia Conventi says :

      Già, avevamo puntato molto sul self, soprattutto come antagonista dell’EAP. A conti fatti, non è così.
      Due terreni differenti che accontentano gitanti diversi: il self è l’avventura solitaria – salite impervie, fazzo tutto da par mì, fuocherello acceso à la MacGyver… -, l’EAP è per pantofolai da crociera organizzata: la paghi cara ma sai che alla sera ti fanno giocare a tombola. Gitanti diversi, dicevo, e non intercambiabili.
      Insomma, siora Beretta, come sempre hai colto nel segno! E se per l’EAP ormai ho stabilito non esserci cura – dopo anni di “non pagare non pagare non pagare” e la gente paga comunque, occorre arrendersi all’idea che la gente VUOLE pagare e vuole la crociera col tombolone -, ho ancora qualche speranza per il self.
      Ma non così, non reputandolo miracoloso, ma per carità!

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    • LFK says :

      Le case editrici hanno la puzza sotto al naso e non si abbassano a fare il lavoro sporco di “recruiting”. E per colpa loro i grandi scrittori self non vengono notati, nonostante le millantate migliaia di copie scaricate negli ultimi trenta secondi.

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  4. Chiara Beretta Mazzotta says :

    Non dire “medaglia” che son peggio di Muttley 😉

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  5. J. Tevis says :

    Quando ho condiviso quell’articolo su FB, Chiara B. Mazzotta commentò:
    ” Uno che scrive un pezzo così non legge cosa gira sulle piattaforme di self. E lo dice una che inneggia al self perché, forse, avrà il merito di annientare l’Eap. I testi, non dico buoni, dico leggibili, sono pochini…
    Da editor mi tocca pure contraddire Grandi sul punto 3. Gli autori cercano punti di riferimento, mai trovato un autore che non abbia gradito supporto e consigli. E per amor di precisione: i tagli furono del 40 per cento e Gordon Lish si comportò da ghost, o al massimo da coautore, non certo da editor. Non a caso Carver fu felice di fare da sé e togliersi la giacca, stretta e scomoda, del minimalista. E fece bene.”
    E io risposi:
    “L’impressione è che molti pezzi scritti per le testate on line siano un po’ superficiali, cioè si basino su cose lette in giro da varie fonti, piuttosto che su un’indagine accurata e fondata – come richiederebbe un comportamento veramente professionale. L’approssimazione nel giornalismo si è diffusa, diciamo così. Cosa accadrà veramente con l’editoria non lo sappiamo ancora, mi sa.”

    Il self-publishing è un mare ancora poco conosciuto: attraversiamo ‘ste Colonne d’Ercole e vediamo che succederà.

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    • Gaia Conventi says :

      Noi amiamo post e articoli superficiali, ci fanno sentire in buona compagnia. 😉

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    • arj74 says :

      >Il self-publishing è un mare ancora poco conosciuto: attraversiamo ‘ste
      >Colonne d’Ercole e vediamo che succederà.

      E’ indubbio che spaccarsi ora la testa al muro non ha senso e che bisogna vedere come si evolverà la situazione. Le premesse non aiutano, però. Come ho detto conosco molti che pescano praticamente a caso dal mare di self su Amazon (tanto di cappello per la voglia di leggere), ma di commenti positivi pochi. Anzi, nessuno. Uno, toh. Mezzo.

      A me fa paura un incubo, ovvero che in tempi di crisi anche un editore volenteroso si rompa la fava e decida di mettere su un servizio simile. E’ estremo, ma amo esplorare i territori arcani e misteriosi della disperazione umana. La sfiga, insomma.

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    • impossiball says :

      Vabbè, alla fine è un articolo scritto da un self publisher, che pretendi… che sia anche di qualità? 😀

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  6. J. Tevis says :

    p.s.: ho scritto il commento prima di vedere quello di Chiara, che aggiorna il discorso.

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  7. Chiara Beretta Mazzotta says :

    Diciamocelo: se il self fosse una arena per gladiatori coraggiosi, sarebbe il paradiso! Se fosse una occasione per farsi leggere, per confrontarsi con dei lettori (no mamma, sorelle, fidanzate…), per mettersi in discussione altro che scuola! Uno grazie al self avrebbe occasione di migliorare.
    Poi scopri:
    1. la mafia della critica (se non dici che sono bravo io dico che tu fai schifo)
    2. Gli spammatori impenitenti (cliccate, scaricate, non leggete ma cliccate)
    3. Gli autosostenitori (ho appena comperato 10mila copie dell’ebook e sono PRIMO nella classifica di tutta la galassia universi paralleli compresi).
    E allora ridimensioni gli entusiasmi.

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  8. impossiball says :

    Cmq, stamattina ho letto questo articolo mentre… ehm, facevo un download, e devo dire che è stato molto di aiuto. Le reazioni sono state le seguenti (nell’ordine in cui me le ricordo):
    – e grazie ar cazzo che parli bene del self, sei un selfista!
    – “oste, com’è er vino? E’ bbono?”



    – Questo parla di copertine eleganti, ma le avete mai viste le copertine degli ebook? Manco con paint!

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  9. impossiball says :

    Ecco una vignetta che sintetizza bene la questione: qui

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  10. minty says :

    «Ai lettori non interessa la forma (casa editrice) ma il contenuto (romanzo)»

    Questa mi sa tanto della scusa (?) che gli autori self o EAP ti rifilano quando fai loro notare che non sanno scrivere in un italiano accettabile. Ossia che in un libro è importante la storia, non se ci sono errori di grammatica o se è scritto coi piedi. Che è una delle più sonore ca22ate che io abbia mai sentito da molto tempo a questa parte…

    «Un bel libro, dalla copertina elegante, ha un forte potere di attrazione, vero, ma non è un’arma abbastanza persuasiva con cui i grandi editori possano convincere il pubblico a non comprare eBook a minor prezzo»

    Eccerto! Perché la funzione dell’editore si limita all’appiccicare una copertina figa allo scritto, mentre per il resto non c’è differenza con l’ebook autoprodotto, vero?
    E’ un po’ come dire che un’operazione a cuore aperto fatta da un famoso cardiochirurgo si differenzia dalla stessa portata avanti da sua sorella impiegata solo per il fatto che il dottore ti ricuce meglio a lavoro fatto. Certo certo.

    Sai cos’è che davvero mi dà fastidio/mi spaventa in tutto questo? E’ che già ci pensano gli editori veri, per massimizzare i profitti, a riempire le librerie di mer*a mal tradotta, mal editata, scritta (?) dalla velina di turno o pigliata di peso dalla prima bimbominkia ficcy-scrivente che capita (‘ficcy’ è il vezzeggiativo di ‘fanfiction’, per gli amici). Se poi ci aggiungiamo tutta la mer*a che arriva dagli EAP e dal self (dove, qualcuno l’ha già scritto, la percentuale di leggibili è ormai piuttosto esigua)… un poveraccio di lettore che cerchi soltanto un libro da leggere un po’ bellino e curato il giusto, comincia ad avere serie difficoltà a individuarlo nella ressa, inghiottito com’è dalle sabbie mobili di ciofeche in cui si sta trasformando il mercato dell’offerta libraria tutto.
    Tutte queste belle forme di editoria “moderna” imho cominciano a stare alla buona letteratura come il WWW sta al giornalismo fatto per il verso (e anche qui mi riaggancio a un discorso fatto più sopra da altri): se anche la notizia riportata in modo serio e responsabile e con le dovute ricerche a monte esiste nell’internet, resta sepolta in un mare di fuffa e pu**anate che la rende praticamente irraggiungibile.

    Non è una cosa da prendersi alla leggera, ho già sentito un sacco di lettori forti, stufi marci di buttare denaro e/o tempo su testi che a volte neanche meriterebbero la definizione di “libro”, arrivare a dire che basta, loro se ne tirano fuori e d’ora in poi, solo classici! E, ti giuro, spesso ho la tentazione di dire la stessa cosa. Ché, come ragionamento, non fa una grinza: ci sono 2000-3000 anni di testi fra cui pescare, su cui ha agito il più grande editor esistente (il tempo), bastanti a riempire centinaia di vite da lettore. Perché dover subire gli obbrobri dei moderni narcisismi editoriali? Se proprio devo leggere dei self-autori, preferisco siano Edgar Allan Poe, Walt Whitman, Alberto Moravia, Italo Svevo, Dino Campana (sto copiando dallo spam di Scrivo.me della Mondadori! XP) piuttosto che non il figlio della dirimpettaia che fatica a mettere insieme soggetto e predicato in modo consono…

    Il tutto per dire che, forse forse, editoria markettara, EAP, self e compagnia cantante stanno facendo un grosso, grosso danno alla lettura, alla letteratura e ai lettori tutti. Imho qualcuno dovrebbe fermarsi a riflettere prima di autodistruggersi.

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  11. sandraellery says :

    arrivo, tardi ma arrivo, aiuto quanti commenti, però li ho letti tutti, alcuni un po’ di fretta è vero. Continuo a rimanere nelle mie posizioni rigide (anche per via del cerottone che sfoggio con garbo) riguardo gli autori selfpubblicati che spesso non si sono confrontati con altre realtà. Gli addetti ai lavori conoscono la differenza tra self, EAP, e editoria tradizionale (w la carta! Altrimenti cosa ci metto nel mega mobile?) per cui se, come capita qualcuno che non sa nulla di editoria mi propone un self (Sandra perchè non metti i tuoi romanzi su Amazon?) e crede che Amazon sia un editore, lo posso accettare, anche se rifiuto, ma quando sono i self pubblicati a sbandierare trionfi mi irrito.
    Io credo che il buon lavoro di un (una) editor sia sacrosanto, necessario e, in alcuni casi anche divertente. bacione

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  12. tibi says :

    Accidenti, e io che mi sbatto a scrivere e inviare manoscritti alle case editrici, con qualche successo e fallimenti. Sono davvero cretina, il self era la soluzione immediata! Perché non ci ho pensato? *sarcasmo mode on*

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  13. Alessandro Madeddu says :

    Gli autopubblicati costituiranno il 50% del mercato dei libri entro il 2020, scrivono su weired. Ma cosa intende esattamente? metà dell’offerta? metà della domanda? metà del venduto? metà del fatturato?

    Nell’originale dice che saranno la metà degli ebook venduti, già più preciso.

    Comunque su questa cosa degli autopubblicati magari ci lavoro un po’, vediamo.

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    • LFK says :

      Circa 80 commenti fa affermavo la stessa cosa: il 50% del venduto, ma con un numero molto superiore di titoli. Una casa editrice sforna all’anno, che so, 25 titoli e 20 autori. Ogni self publisher dopo la prima pubblicazione si fa prendere la mano e sforna dai 4 agli 8 titoli l’anno, che moltiplicato per i 20 autori di una casa editrice fa almeno 80 titoli contro i 20 di UNA casa editrice. Ma il self vende meno di una casa editrice, quindi torniamo lì.
      Sarebbe però interessante capire i numeri reali.

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  14. moloch981 says :

    Condivido anch’io le perplessità sul self-publishing, anche se poi un libro pubblicato in questo modo l’ho acquistato: trattava di un argomento che davvero mi interessava e su cui non si trovava tanto altro. Non era una porcata di quelle vergognose (pare che si trovino in giro anche cose veramente illeggibili e senza senso), ma certo non era neppure un prodotto di livello professionale, soprattutto dal punto di vista tecnico (era un ebook). C’è di buono che l’autore ha visto il mio commento (in cui sottolineavo queste pecche) e ha ringraziato, dandomi anche un link da cui scaricare gratis una versione aggiornata e un po’ più curata del file. Se non altro qualcuno che non reagisce alle critiche con una crisi isterica e si dimostra disposto ad imparare c’è.

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