“Sei regole per l’esordiente”, e non tutte mi stanno bene.

I buoni consigli sono merce rara, i consigli invece sono sempre troppi. Occorre dire che tutti i consigli – buoni o meno – sono sempre dati nella speranza di fare del bene al prossimo, di questo siamo assolutamente certi. Però – ottimisti per natura e scettici per hobby – di queste sei regole all’esordiente qualcosa non ci torna.

Secondo il blog Chiara’s Angels, spazio dedicato alle virtuose della biro, scrittrici si nasce e lo si capisce fin dalla tenera età.
Non so dirvi se sia così, io mi sono buttata a scrivere qualcosina nel 2003, e solo perché fuori pioveva.

Cosa deve fare una tizia che ha deciso d’arrivare alla pensione scrivendo? Deve scovare qualcuno del settore che possa finalmente dirle se sta perdendo tempo o se, daje e daje, qualcosa di buono salterà fuori. In caso di un no convinto, e di successivi e reiterati no, è il caso di lasciar perdere.
Lo trovo un ottimo consiglio. Tutti hanno il diritto di scrivere, pubblicare è faccenda differente.

Altra dritta da non sottovalutare è l’invito a leggere molto e leggere di tutto.
Un autore se ne rende conto quando sbatte il naso sulla pagina bianca: le soluzioni ti esplodono in testa per caso, e più leggi – generi e argomenti diversi – più il bacino a cui attingere si allarga.

Seguono poi degne avvertenze legate all’editing: l’editing serve. Se siete teste matte che ritengono l’editing invasivo e invadente, il problema è tutto vostro: o non avete mai incontrato un buon editor, o siete dotati di un ego smisurato. Per mia fortuna, ho conosciuto editor implacabili che mi hanno fatto abbassare la cresta. Tutta salute!

Il blog, saggiamente, invita poi gli esordienti ad avvalersi di un agente. Dite che l’agente deve essere una persona seria? Certamente, e per scovare un tizio così occorre chiedere pareri, il web ne sa sempre a pacchi.
Perché farsi rappresentare da un agente? Be’, è logico, l’agente invia il vostro manoscritto all’editore e ci mette la faccia: caro editore, non ti sto dando da leggere una merdata.
Vi sembra poco? Allora non avete idea di quante merdate riceve una casa editrice.

Fin qui direi che ci siamo, abbiamo felicemente scoperto l’acqua calda. La mia grande perplessità, però, si erge in tutta la sua immensa antipatia quando Chiara’s Angels consiglia – per avere buone possibilità di ritrovarsi sugli scaffali di una libreria – di «dare al lettore ciò che compra di solito». Suggerimento certamente sensato, se l’autore fosse un juke-box.

Quindi, per arrivare alla pubblicazione, lo scrivente dovrebbe darsi ai generi che la gente compra: libri scolastici e universitari, manuali tecnici e di self-help, guide turistiche, romanzi – soprattutto bestseller –, saggi di attualità. Interessante l’idea di scrivere un bestseller, immagino ci si alzi la mattina con quel preciso intento.

L’autrice del post avverte che non bisogna rinunciare ai propri sogni solo perché non si è ancora in grado di cimentarsi in un genere maggiormente vendibile. Certo occorrerà impegno e studio…
Mi sto grattando la testa, sto tentando di capire come sia possibile: se mi diranno che si vendono solo le cinquanta sfumature, mi metterò a fare presine.

Concludiamo con l’angolino delle pacche sulle spalle: se un testo è valido, sarà pubblicato. Ma, al momento del “cosa fare”, eccomi nuovamente perplessa: «Individua i generi letterari di maggior presa sul pubblico e, al loro interno, il sottogenere che ti ispira di più».
Sarà davvero possibile scrivere in questa maniera? E intendo dire: sarà divertente? Il mio problema sta tutto qui, scrivo perché lo trovo spassoso. Smetterò quando mi romperò le palle.

Insomma, a conti fatti, posso continuare a dirmi un blogger.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

38 responses to ““Sei regole per l’esordiente”, e non tutte mi stanno bene.”

  1. LFK says :

    Ok, segno e archivio. Anche perché è rivolto alle donne più che altro. Per gli uomini è diverso. 😀 😀

    PS: ti ho vista “nei pressi” di Enna. Chissà che non sia l’occasione buona per incontrarci… 🙂

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  2. impossiball says :

    Leggendo i primi due punti non capivo perché avessi parlato di quel post. Dal terzo in poi ho capito.
    Mah.

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  3. sandraellery says :

    La gente compra best seller = scrivi un best seller, mi pare un consiglio assurdo. Così come quello di legger di tutto, giustissimo leggere, l’abbiamo sempre affermato anche noi, ma se non reggo il fantasy , la fantascienza e la fantapolitica (e neppure la Fanta, per me solo Spritz) come la mettiamo?
    Anche la pacca sulla spalla è un po’ ridicola, sappiamo tutti quanti bei libri giaciano in cassetti pieni di calzini spiati e bottoni divorziati da cappotti sgualciti.
    Sto per smettere ti avviso, non che sia un dramma, ma davvero non mi diverto più. Bacio

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    • Gaia Conventi says :

      Noi siamo ottimisti – ci droghiamo per esserlo – e quindi siamo certissimi che un buon libro troverà sempre un editore.
      È anche vero che siamo fan di Babbo Natale e della Fatina dei denti, ma questo non fa il fatto.

      Leggere di tutto è sempre una buona soluzione, certo occorre leggere libri commestibili. E lì è una questione di gusti, e disgusti.
      Uno scritthobby di gialli – un caso a caso, mettiamola così – non dovrebbe leggere solo gialli. Gli fa male non leggere altro. E lo dico, un caso a caso, per scusare la mia mania di comprare troppi libri. 😉

      Ciao cara, un bacio grande.

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  4. Annalisa says :

    A proposito di
    Se siete teste matte che ritengono l’editing invasivo e invadente, il problema è tutto vostro: o non avete mai incontrato un buon editor, o siete dotati di un ego smisurato“,
    durante il concorso “BigJump” sono incappata in un romanzo rosa primo in classifica, pieno di errori.
    Quando una lettrice lo ha fatto notare, l’autrice ha risposto (copio-incollo tal quale):
    errori grammaticali, punteggiatura sbagliata? si si sicuramente, io non faccio l’editor provo a scrivere e di refusi sai quanti me ne scappano anche nei social? sicuramente è una cosa che va curata, assolutamente, però sai sono le storie quelle che contano.
    ah le maiscuole non mi piaccono! le odio e se potessi non le userei mai!!! quindi a volte se non le metto è voluto! votrrei scrivere un libro intero senza maiuscole e io non sono una scrittrice, io provo a scrivere che è ben diverso. l’umilità è una grande qualità.

    Poi l’autrice, a proposito dell’umiltà, si è inalberata perché ha detto che voleva essere giudicata sulla storia e non sugli accenti mancanti. Io le ho risposto che una storia scritta in quel modo (accenti che vanno e vengono, maiuscole ora sì ora no, interrogative indirette con il punto interrogativo finale, nessun “a capo” a segnalare il procedere della storia e delle sequenze), una storia scritta così si presenta già sciatta fin dall’inizio.
    Questa la risposta (sempre tal quale, non mi permetto di correggere…):
    ah ok è sciatta perchè ci sono errori grammaticali.
    bè mi dispiace rimarrò per tutta la vita convinta che una bella storia vale anche se ci sono errori. gli errori si correggono , la fantasia, il genio, la cratività quelli no. quelli o li o sei da squallidi clichè.
    mi scusi gli errori di “a capo” sarebbero?????? perchè non mi è chiaro. sa io conosco bene il viaggio dell’eroe ma quando spiegavano la punteggiatura ero al fare il pieno di creatività.

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    • Gaia Conventi says :

      Ricordo la vicenda, tempo fa abbiamo dedicato un post agli asilautori. Questo.

      Estrapolando…

      Asilautori e la grammatica

      Da sempre convinti che “tanto basta il pensiero”, riciclano bomboniere e scrivono coi piedi.
      Basta il pensiero, l’idea, il messaggio. Nei loro scritti c’è qualcosa di molto profondo, difatti le regole grammaticali sono inghiottite in un buco nero e finiscono nell’universo parallelo delle serali mattutine.

      La sintassi è gobba, il periodare è zoppo, il manoscritto ha tanti acciacchi da meritarsi una pensione di guerra. Eppure, ebbene sì, eppure basta il pensiero. E ogni asilautore, riconoscendo un suo simile, sarà prontissimo ad annuire convintamente. Bravo, bravo, bravo!, ché se tra loro si mettono a disquisire di editing finisce in un suicidio collettivo.

      E quindi sì, ricordo la vicenda e la metto nel carniere del “basta il pensiero”.

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    • LFK says :

      Da poco ho letto, in un gruppo, una tipa che condannava aspramente gli italiani che sono sempre lì a fare le pulci alla grammatica mentre in America certe cose non contano ma conta solo la genialità della storia. Tra l’altro la tizia scrive da un paio di settimane se non ho capito male. La devo rintracciare perché mi serve la sua esternazione per il mio blogghetto a rischio attacco di similautori.

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    • minty says :

      quelli o li o sei da squallidi clichè

      Con ‘sta scusa che conta la storia e affanc*lo la forma, prima o poi neppure si capirà anche solo vagamente ciò che ‘sti wannabe-autori vogliono esprimere. A forza di fare il tifo per il “nessuna regola!”, finiremo per ritrovarci direttamente la nuova Babele, altro che a farci le paranoie per la punteggiatura…

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  5. ilcomizietto says :

    La regola numero 3 mi lascia di sasso: dai al lettore ciò di cui ha bisogno. Quindi uno inizia a scrivere un libro di cucina? È il settore che va per la maggiore. (E non scrivete fantascienza. Non vi leggerà nessuno.)

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    • LFK says :

      Posso sempre convertire il mio sci-fi in chef-fi… 😦

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      • ilcomizietto says :

        La fs è molto maltrattata, in libreria, nelle case editrici e a scuola.

        Comunque c’è la risposta:

        http://it.wikipedia.org/wiki/Memorie_di_un_cuoco_d%27astronave

        🙂

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        • LFK says :

          Hanno ceduto i diritti e ora è scaricabile l’ebook gratuito. Però, che futuro mi si prospetta. Allora cambio trama: un uomo prepara un minestrone dentro il quale si apre un buco nero da cui fuoriesce un universo parallelo. Da questo universo una civiltà di fagioli super intelligenti cerca di colonizzare la terra ma gli umani si salvano con un’arma non convenzionale: il raggio a vapore della Valle degli Orti.

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        • Annalisa says :

          A scuola, no. Si legge. Nelle antologie c’è (quasi) sempre.
          E’ che quando finisci un racconto di Asimov o di Simak, i ragazzi ti guardano come a dire “Embè?”
          Ma ti guardano così anche quando citi i fumetti, per esempio.

          (e pensare che anni fa mi lamentavo che leggessero “solo” fumetti)

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          • minty says :

            E’ che quando finisci un racconto di Asimov o di Simak, i ragazzi ti guardano come a dire “Embè?” Ma ti guardano così anche quando citi i fumetti,

            Quel “Embè?” sarà la tomba della cultura occidentale, me lo sento. A volte credo che (molti de)gli adolescenti odierni siano completamente anestetizzati e incapaci di entusiasmarsi o “farsi provocare” da tutto ciò che non siano i reality (?) di corteggiamento, le telenovelas coi vampiri e i telefilm in cui si canta e si balla… °_°
            Com’è successo che li abbiamo cresciuti così, indifferenti e annoiati anche dei fumetti? :-\

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            • Annalisa says :

              Eh, bella domanda. Forse è mancata l’offerta?
              Io intanto ho cominciato a commentare l’anno scolastico portando a scuola le strisce di Mafalda e di Calvin e Hobbes. Le incollo all’armadio e le lascio lì. Qualcuno le legge, qualcuno, adesso, perfino ridacchia.
              C’è speranza?

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  6. Alessandro Madeddu says :

    Sto iniziando il mio prossimo best seller: ci saranno i vampiri fichi che piacciono alle ragazzine, esplosioni e astronavi per i nerd, il ricchissimo esperto di sadomaso per le carampane e citazioni di Derrida per gli intellettuali. Tenetevi pronti!

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