“Una città o l’altra. Viaggi in Europa” di Bill Bryson.

L’edizione originale è del 1990, ma Guanda ha pubblicato il libro nel 2002 e Tea nel 2004. La mia copia – con traduzione di Silvia Cosimini, Sonia Pendola, Giorgio Rinaldi e, per le parti italiche aggiunte alla Guanda del 2002, di Claudio Carcano – arriva dal pranzo fiorentino di Giramenti. Un librodemmerda di Minty, a essere precisi.
Ebbene, solitamente dico che il librodemmerda di qualcuno è il libro del cuore di qualcun altro. In questo caso non è così, ma non posso nemmeno dire d’essere incappata in un libro orrendo. No, solo datato.

Arrivato in Italia già vecchio, la parte dedicata alla Jugoslavia è quella a soffrirne di più. Si stava meglio quando si stava peggio, e lo si dice sempre quando il peggio tocca agli altri.

E dopo aver scoperto l’acqua calda, vediamo di cianciare del libro in questione.

Di questa guida – che non è proprio una guida, è una serie d’impressioni più o meno carine su Paesi, abitudini e costumi – ho spesso sentito dire che critica tutti, dice male di tutto, l’autore è uno scassaballe ammeregano che si crede il padrone del mondo. Può essere, nel senso che un po’ gli ammeregani sono così, e non intendo dire siano scassaballe. Il libercolo, però, riesce a strappare più di un sorriso. Ché il sior Bryson sa pungere in punta di forchetta, e più spesso ferire in punta di coltello.

Quindi i francesi non sanno mettersi in coda, gli inglesi non sanno come ci si comporta a tavola, i tedeschi non hanno il senso dell’umorismo, gli spagnoli cenano a mezzanotte senza sentirsi ridicoli e gli italiani «non avrebbero mai dovuto beneficiare dell’invenzione delle automobili» (pagine 44 e 45). Ma anche, come dice Bryson a pagina 60, «Già nel sedicesimo secolo, i viaggiatori descrivevano gli italiani come volubili, inaffidabili e irrimediabilmente corrotti, i tedeschi come ingordi, gli svizzeri così esasperatamente cerimoniosi e precisi, i francesi, be’, insopportabilmente francesi». Amen.

Ma non è tutto, visitando Parigi Bryson ha catalogato i francesi come degli ingrati: «Ho sempre pensato che, dato che siamo stati noi a liberare loro – e parliamoci chiaro, l’Esercito Francese non saprebbe battere neppure una squadra femminile di hockey – dovrebbero regalare a tutti gli Alleati in visita nel loro paese un blocchetto di coupon valido per bevute gratis a Pigalle e un giro in cima alla Tour Eiffel. E invece non c’è verso che ti dicano grazie. Ho visto belgi e olandesi gettarmisi alle ginocchia e lasciarsi trascinare per alcuni metri, esprimendomi la loro gratitudine per avergli liberato il paese, anche dopo aver cercato di spiegare che nel 1945 non ero neanche una goccia di sperma; ma in Francia, cose del genere non hanno la minima speranza di accadere» (pagina 56).

Un atteggiamento piuttosto yankee, a me non verrebbe mai in mente d’andare negli Stati Uniti e poi pretendere un grazie da girare a mio trisnonno Cristoforo Colombo. Sì, ok, io e Colombo non siamo parenti nemmeno alla lontana, ma questo non fermerebbe Bryson dal chiedere una medaglia al valore.

E Bruxelles? «L’unica probabile nota positiva di Bruxelles è di essere a soli tre ore da Parigi» (pagina 76). Colonia, invece, riceve dei complimenti. La sua cattedrale «è assolutamente immensa […]. Può contenere quarantamila persone. Capirete perché ci sono voluti sette secoli per costruirla – e stiamo parlando di operai tedeschi. In Inghilterra sarebbero ancora lì a faticare con le fondamenta» (pagina 113).

Direi che la foto rende l’idea.

«Gli olandesi sono molto simili agli inglesi. Come loro sono piuttosto sciatti (ma nel senso più simpatico possibile, voglio dire): nel modo in cui parcheggiano le automobili, nel modo in cui espongono i cestini dei rifiuti, nel modo in cui scagliano le biciclette contro l’albero o il muro o la ringhiera più vicini. Non c’è traccia di quella meticolosità ossessiva che trovi in Germania o in Svizzera, dove le automobili in alcune strade residenziali sembrano allineate da qualcuno con un metro e una livella» (pagina 121).

Copenaghen è piena di bella gente, «Mi chiedo sempre che ne facciano dei vecchi […] – forse li mettono negli scantinati oppure li mandano in Arizona – perché tutti, senza eccezione, sono giovani, spazzolati di fresco, sani, biondi e immensamente belli. Troveresti l’intero cast per uno spot pubblicitario della Pepsi in quindici secondi, a Copenaghen» (pagina 152).

Ma Bryson ha qualcosa da ridire anche sulla Svezia: «La Svezia è stata in pace per centocinquant’anni e rimane risolutamente antimilarista, quindi probabilmente non vogliono che i loro soldati sembrino troppo virili e feroci; come risultato fanno loro indossare un elmetto bianco che assomiglia in maniera disarmante a una cuffia da bagno e delle ghette bianche prese in prestito da Paperino. È difficile non avvicinarsi a uno di loro e dirgli, sottovoce, con un angolo della bocca: “Sai, Lars, sei piuttosto ridicolo”» (pagina 183). Ok, occorre fare un rapido controllo…

Vi presento il giovane Lars.
La foto, scattata da Milena, l’ho indebitamente sottratta a forumviaggiatori.com. Spero che Lars e Milena non decidano di farmi causa.

E l’Italia? Be’, in alcuni casi ne esce proprio maluccio. Napoli risulta un postaccio, Roma poco meglio ma nemmeno troppo. Pare che gli automobilisti romani abbiano l’hobby d’investire i pedoni. «Fanno eccezione le suore. Gli automobilisti romani non investirebbero mai una suora […]. Perciò, se vuoi attraversare in punti trafficati come piazza Venezia, la tua unica speranza è aspettare l’arrivo di qualche suora e appiccicarti a lei come una T-shirt sudata» (pagina 189). Ma non basta, perché pare che anche a parcheggiare non siamo degli assi. «Mi piace la maniera di parcheggiare degli italiani. Giri qualunque angolo di strada di Roma e hai l’impressione di esserti appena perso una gara di parcheggio riservata ai non vedenti» (pagina 190).

Difatti, «Gli italiani non hanno idea di cosa sia l’ordine. Vivono le loro vite in una specie di pandemonio, che personalmente trovo molto affascinante. Non fanno la fila, non pagano le tasse, non arrivano in orario agli appuntamenti, non svolgono alcun incarico faticoso se non solo allettati a farlo, non credono nelle regole. Sui treni italiani ogni finestrino reca una targhetta su cui è scritto in tre lingue di non sporgersi. Le scritte in francese e in tedesco ingiungono perentoriamente di non farlo, ma quella in italiano si limita a suggerire che sporgersi potrebbe non essere una buona idea» (pagine 191 e 192).

Ma un complimento? Uno solo? Certamente! A parere di Bryson, «Se gli italiani possedessero l’etica del lavoro dei giapponesi, potrebbero essere i padroni del pianeta. Grazie al cielo non ce l’hanno» (pagina 192).

Avanti così – inclusa Firenze e l’ammorbante presenza delle zingare questuanti (pagina 232) – fino a concludere il viaggio a Istanbul. Trecentoquarantasei pagine di battute, aneddoti, critiche e perculate.
Qualche lettore italiano – me lo dice aNobii – ha trovato l’autore un po’ spocchioso. Può essere, ma se i racconti di viaggio di Severgnini non vi fanno storcere il naso, forse riuscirete a leggere anche Una città o l’altra di Bill Bryson.

Annunci

Tag:, , ,

About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

6 responses to ““Una città o l’altra. Viaggi in Europa” di Bill Bryson.”

  1. sandraellery says :

    Però sulla Danimarca ha ragione, io ci sono stata in viaggio di nozze ed proprio così, mi sentivo orribile, non che io sia bella, ma in luna di miele siam tutti un po’ con quell’aria vagamente svampita che dà l’amore e rende belli.

    Mi piace

  2. minty says :

    uno scassaballe ammeregano che si crede il padrone del mondo. […] ha catalogato i francesi come degli ingrati: […] dovrebbero regalare a tutti gli Alleati in visita nel loro paese un blocchetto di coupon valido per bevute gratis […] a me non verrebbe mai in mente d’andare negli Stati Uniti e poi pretendere un grazie da girare a mio trisnonno Cristoforo Colombo.

    Hai perfettamente sintetizzato il motivo per cui ho odiato questo libro dalla prima all’ultima pagina (tralasciando il fatto che molti passaggi che il Bryson, evidentemente, riteneva fondamentali, a me hanno annoiato a morte, ma vabbè). L’autore ha sempre su quell’atteggiamento da snob in visita allo zoo che mi faceva venire voglia di averlo davanti per tirargli il collo immantinente.
    Che poi, diciamocelo, un americano che guarda ai popoli d’Europa con lo stesso atteggiamento di paternalistica superiorità che gli esploratori bianchi dovevano avere quando incontravano le tribù indigene dell’Asia e dell’Africa, è proprio la classica cosa super-ridicola che ti fa esclamare “Ma che, davero?! Ma va’ a dar via i chapet, per favore!!!”.
    Ho da parte il suo “Breve storia di (quasi) tutto”, ancora da leggere. Voglio vedere se anche lì farà lo sbruffone con manie di superiorità, al cospetto di gente come Newton e Einstein…

    Comunque, sono contenta che almeno a te sia piaciuto. Il libro ha trovato un suo scopo (che non fosse farmi venire i nervi, cioè 😛 ).

    se i racconti di viaggio di Severgnini non vi fanno storcere il naso, forse riuscirete a leggere anche Una città o l’altra di Bill Bryson.

    Ecco, non ho mai letto nulla di Severgnini, e un po’ avevo la curiosità. Dopo questo accostamento, però, direi che me la farò passare in fretta… XD

    Mi piace

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: