“Il lavoro culturale” di Luciano Bianciardi.

E poi un giorno, spolverando la libreria, ecco cadermi ai piedi questo libricino: Il lavoro culturale, in versione I Bianciardini. Non so dirvi come sia arrivato lì, so come è caduto a terra ma ignoro come abbia trascorso gli anni precedenti.
Certo mi è già successo con altri libri – probabilmente li ordino online dormendo – ma mi pare strano sia toccato a questo, e che poi il bianciardino dispettoso se ne sia rimasto nascosto così a lungo.

Il formato di un bianciardino è tutto testo, margini quasi azzerati e due punti metallici al centro. Insomma, qui c’è solo l’indispensabile. Devo però ammettere che il font ha reso un po’ difficoltosa la lettura. Sarà l’età, il leggere in notturna, la lampada mortifera sul comodino… sarà quel che sarà, ma Il lavoro culturale merita qualche sforzo e quindi ho portato il bianciardino al naso e mi sono goduta lo spettacolo.

L’ironia di Bianciardi c’è tutta, ma il suo scontento è già più che evidente. A me è sempre spiaciuto per Bianciardi – se non lo conoscete, ve ne parla Wiki –, una persona geniale a cui avrei ceduto volentieri metà della mia faccia da culo. Metà per uno e saremmo stati entrambi contenti. Non dico che quella metà l’avrebbe fatto campare più a lungo, ma immagino l’avrebbe fatto campare meglio.
Bianciardi le cose le pigliava a cuore – troppo – e questo non gli ha fatto un gran bene, ha però permesso a noi d’avere fedeli e sagaci testimonianze della cultura e del fare cultura nel dopoguerra. Magari con metà della mia faccia da culo l’indagine bianciardiana non sarebbe stata la stessa, ma, e lo ribadisco, quelli bravi andrebbero tutelati. A costo d’impiantargli la parte di dna che sembra mancargli.

Per sapere esattamente cosa racconta Il lavoro culturale, vi segnalo l’articolo di Alessandra Reccia.
«Nel 1957 esce nell’Universale Economica Feltrinelli Il lavoro culturale, l’ironica storia di un intellettuale di provincia che, convinto della forza emancipatrice della cultura, con l’aiuto del fratello minore e il sostegno di un manipolo di intellettuali anarcoidi, sperimenta le forme dell’organizzazione culturale tipiche del decennio immediatamente successivo al dopoguerra […]. Sdoppiato in due personaggi, opposti ma complementari, l’autore affida la voce narrante a Luciano Bianchi, calciatore mancato e antifascista. Questi, ripercorrendo la storia della formazione culturale del fratello Marcello, un intellettuale militante di provincia, mette in risalto con sferzante ironia la vanità dello sforzo e dell’entusiasmo profusi per l’emancipazione sociale della piccola Grosseto in espansione. L’occhio dissacrante di Luciano passa in rassegna tutte le organizzazioni politiche e i gruppi intellettuali della Grosseto postfascista, fornendo così un quadro vivo e articolato della composizione sociale e culturale della sua città al tempo della modernizzazione». Ok, fermiamoci qui, l’articolo vale il vostro tempo e vi invito a leggerlo per intero.

Non posso però chiuderla così, devo prima riportarvi un passaggio del libercolo – e tenete conto di quando è stato scritto – che sono certa vi farà esclamare un porco cane! assai sonoro.
«Con l’invenzione della stampa, con l’uso della carta come materia scrittoria, con il successivo enorme progresso dell’arte e dell’industria grafica, è cominciata e si è andata aggravando la crisi del libro. Infatti, se al tempo degli amanuensi la scrittura di un libro dipendeva direttamente dalla richiesta dei lettori, più tardi, crescendo enormemente la tiratura, grazie alla stampa meccanica, è diventato molto più difficile trovare un numero di lettori pari al numero crescente delle copie stampate. Nell’antichità era il lettore che cercava il libro, mentre oggi il rapporto si è invertito: il libro cerca il lettore.
In Italia la crisi è complicata dal fatto che moltissimi scrivono e pochissimi leggono. Ogni anno in Italia diecimila persone danno alle stampe le loro opere, e se si tiene presente che un solo libro viene stampato, su cento che arrivano manoscritti sul tavolo di un editore, ne risulterà che abbiamo, in Italia, un numero altissimo di scrittori, fra editi e inediti: circa un milione, o anche di più. Forse il numero degli scrittori è pari a quello degli analfabeti, e fors’anche il problema dell’analfabetismo si potrebbe risolvere imponendo a ciascun autore di insegnare a leggere a un analfabeta, servendosi del suo libro inedito come di un sillabario» (pagina 40).
Certo i tempi sono cambiati, o no? Be’, fate un salto a questa pagina e poi mi direte.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

13 responses to ““Il lavoro culturale” di Luciano Bianciardi.”

  1. LFK says :

    Porco cane!!!
    Si lamentava del numero di scrittori, oggi sono almeno sei volte tanto quelli che pubblicano…

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  2. mozart2006 says :

    E non conosceva ancora i tramisti… 😀

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  3. ilcomizietto says :

    Nel 2012 sono stati stampati 3 volumi per cittadino. Tenendo conto che, a spanne, il 75% legge meno di 3 volumi all’anno, il candidato stimi quanto dovrebbe leggere il resto della popolazione per non lasciare tutta questa montagna di carta in pasto alle lepisma saccharina. (Insetti che allevo con grandi risultati: sono grassi come maiali.)

    Mi confermo poi un disadattato culturale. Sono ai margini alti di tutte le classifiche istat (lettore, acquirente e possessore). Nonostante questo non conoscevo i bianciardini.

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  4. Alessandro Madeddu says :

    “Forse il numero degli scrittori è pari a quello degli analfabeti” – vuol dire che tutto sommato la scuola non è stata un gran fallimento. Un secolo prima il Villari avrebbe detto che gli analfabeti erano 17 milioni e a loro facevano fronte 5 milioni di arcadi (nei quali confluiscono tutti gli istruiti, perché in Italia gli istruiti sono sempre iscritti alla loro personale arcadia) 😀

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  1. “Il lavoro culturale” di Luciano Bianciardi | John Tevis - 21 agosto 2014
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