“Bill il conquistatore” di P.G. Wodehouse.

La mia copia Bietti è datata 1966 – il romanzo è del ’24 –, con traduzione di M.B. Rafanelli – nel libro il traduttore non è indicato –, ha una copertina talmente brutta da sconsigliarne l’uso per il Bookcrossing e a fine lettura ho dovuto ricorrere alla colla per rimettere insieme il volume. Ma, si sa, l’età non fa bene a nessuno.

E sono proprio le candeline spente dalla traduzione ad avermi creato qualche problema iniziale: le prime cento pagine mi pareva d’essere finita in una realtà parallela dove la virgola sta tra soggetto e verbo, la gente si saluta con un allò, il deste diventa daste e il desse si fa dasse. Insomma, cento pagine per resettare il cervello e riportarlo al 1966, con l’editing di quei tempi. Se poi mi direte che a quei tempi l’editing assomigliava a quello di oggi, allora mi tocca darmi una martellata sui denti.
Quindi, dopo aver deciso che il libro era più o meno commestibile, mi sono goduta le cento pagine successive, per poi cominciare a sbadigliare verso la trecentesima.

Su Ibs scopro che Guanda ha riedito Bill il conquistatore – con traduzione di Luigi Brioschi – ma ha furbescamente cambiato il titolo. E i fan di Wodehouse, che ci sono cascati e hanno ricomprato il romanzo, se ne sono parecchio lamentati.
Scopro anche che «Nella prefazione – scritta quarant’anni dopo… – di questo libro, Wodehouse spiega come per scriverlo si sia limitato a riciclare una sua trama per una commedia teatrale inglese… aggiungendoci altre sedici sottotrame» (il commento è di Maurizio Codogno). Bene, perfetto, qui mi si apre un mondo, perché questo libro ha talmente tanti giochetti e giostrine da far venire il mal di testa. Ecco, sì, la mia impressione è che Wodehouse abbia voluto infilarci troppa roba. Le vicende sono talmente tante da rendere il libro stomacoso.

Ovviamente – comincio a credere sia una costante in Wodehouse, come il meteodimerda in Lansdale – anche stavolta abbiamo un matrimonio da celebrare, ma impiegheremo trecento e passa pagine per mettere assieme i due piccioncini giusti.
La giovincella – di ottima famiglia – ama il nostro Bill fin da quando si sono visti da ragazzini a casa dello zio di lui. Lo zio di lei e lo zio di lui sono amici, entrambi collezionisti di libri rari. Questi piccioncini – con relative famiglie – stanno su sponde diverse dell’Atlantico, ma Bill andrà presto in Inghilterra per seguire la cartiera dello zio, pare infatti che il direttore – un vero furbetto del quartierino – si stia intascando gli introiti dell’azienda. Nel frattempo la picciona dovrebbe sposare quel cretino di suo cugino, che si porta in dote un mucchio di schei.
Rocambolesca fuga da casa della sposina, proprio mentre Bill sta nel giardino della villa. Si trova lì per aver rincorso il promesso sposo di lei, colpevole d’aver pubblicato – dirige un giornaletto paragonabile ai nostri Chi e Visto – una notizia errata. Da qui in poi saranno equivoci sparati col lanciagranate e conditi da parenti scrocconi e ladri.

Sarei curiosa di leggere la versione di Guanda, perché questa di Bietti è tradotta più o meno così: «Venti anni fa avrei trascorso queste ore solenni di riposo circondato dai miei familiari intorno al desco del tetto natio. Vi sarebbe stata allora una parca cenetta, consistente in un po’ di manzo arrosto, un po’ d’insalata, un po’ di pasticcio di mele freddo, una gelatina di latte, e un bel pezzo di formaggio giallo. Quindi si sarebbero cantati nel salotto da ricevere gl’inni sacri tradizionali o si sarebbero imbastiti giuochetti di società con matite e pezzetti di carta, se le abitudini nostre fossero state un po’ più rilassate». Siamo a pagina 302, la rilassatezza è tale da sbranare il libro.
Perciò, a conti fatti – e non solo per la traduzione databile al radiocarbonio –, questo romanzo va tra i “Libri no”. Troppa carne al fuoco, mio buon Wodehouse! L’indigestione da gag è fastidiosa quanto la fuffa.

*Notevole anche la fascetta incorporata, quel “Se sei saggio ridi!” ricorda i buoni consigli della nonna. E ti verrebbe voglia di dire due paroline alla nonna… che, a quanto pare, non è campata cent’anni.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

18 responses to ““Bill il conquistatore” di P.G. Wodehouse.”

  1. diait says :

    sposo totalmente “il salotto da ricevere”. Lo farò mio, a tutti i costi.
    Tra l’altro, ci si può anche deambulare in un cupo dinamismo, se non l’avessi notato…

    Hai capito che furbone, Wodehouse, a tutto riciclo. Avrà avuto famiglia da mantenere.

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  2. diait says :

    p.s. fai la recensione facciale, con la bandana per il malditesta e le giostrine (disegnate intorno).

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  3. ilcomizietto says :

    Segnalo che per chi sa l’inglese ha a disposizione un ebook reader, molti racconti di Wodehouse sono disponibili qui:

    http://www.gutenberg.org/ebooks/author/783

    (Il sito dice che dovremmo informarci se dalle nostre parti il copyright di Wodehouse in lingua originale è scaduto. Negli USA sembra di sì. ( http://www.gutenberg.org/wiki/Gutenberg:The_Project_Gutenberg_License ) Chi si informa? 🙂 Non spingete!)

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  4. Daniele says :

    Forse il ’66 è una buona annata solo per il vino 😛
    Pensi che un editing più moderno lo migliorerebbe a sufficienza, o il fatto che è una ribollita di vecchie idee corrette con spezie per coprire la puzza di scaduto lo condanna senza appello?

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  5. minty77 says :

    Possiedo 7-8 di questi libriccini Bietti umoristici (collana “Il picchio”, se non erro, anche se il logo ricorda più un tucano), recuperati tanti anni fa durante le vacanze estive. Grazie a loro, attorno ai 12 anni, conobbi Wodehouse, con “Lasciate fare a Psmith”, che mi piacque assai e che era – ai tempi mica lo sapevo – un crossover tra due serie diverse del P.G., quella dedicata a Psmith, appunto, e quella sul castello di Blandings. Castello di cui mi innamorai all’istante, e infatti della stessa collana, recuperato quella stessa estate, ho anche la raccolta “Il castello di Blandings”.
    Sia detto per inciso, la mia copia di “Lasciate fare a Psmith” è decorata con lo stesso agghiacciante strillo di copertina che c’è sul tuo libro libro, ma gli altri volumi della collana, “Castello” compreso, ne sono esenti. Quindi credo fosse un “privilegio” riservato solo ad alcuni libri del P.G.W.
    Ai tempi non risentii particolarmente delle traduzioni, ma del resto allora ero una librovora inferocita abituata a raccattare cose da leggere ovunque capitasse, e avevo già fatto il callo alle stranezze dei libri un po’ d’antan pescati in casa di amici e parenti o sulle bancarelle. Non so se li rileggessi oggi cosa potrei scoprire… XD
    Resto comunque molto affezionata a questi libriccini, che mi hanno garantito ampie risate e “scoperte” o ri-scoperte, grazie a Carlo Manzoni, J.K. Jerome, Boothroyd e altri spiritosoni. Quando ne trovo copie nei mercatini d’usato ci faccio sempre attenzione, perché qualche perla a volte da ‘sta collana salta fuori 🙂

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    • Gaia Conventi says :

      Per come ti conosco io, rileggere quei vecchi tomi non ti farebbe bene. O meglio, sarei lieta se poi tornassi qui a dirne di cotte e di crude, si resterebbe in stile Giramenti. Però ti voglio bene e quindi no, non rileggerli! 😀

      Ma se proprio devi… poi ci racconti.

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