“Come scrivere un best seller in 57 giorni” di Luca Ricci.

Un libro strano – ma ben ideato e ben scritto – che si porta in dote un paio di furbate; genialate che, a mio avviso, non hanno contribuito a dargli il lustro che merita. Vado a spiegare il concetto: la copertina non c’entra una mazza col titolo, il titolo non c’entra una mazza col libro, la copertina – di nuovo – ha ben poco da spartire col testo. Guardate che non era facile, eh?

Ma partiamo dal titolo. Tu leggi quella roba lì e ti aspetti un manuale facile facile per trovare fama e soldi, scrivendo. Chi comprerebbe un simile vademecum? Uno che crede nei miracoli. Un tizio che poi, leggendo il libercolo, direbbe d’essersi imbattuto in una puttanata. Però lo comprerebbe, questo è sicuro, ma io no, non l’avrei mai acquistato se la siora Beretta Mazzotta non mi avesse svelato l’inghippo: Come scrivere un best seller in 57 giorni non è l’On Writing de noantri. E badate che On Writing sta da tempo sul mio comodino; libro rincorso a lungo, scovato e mai aperto. Perché? Semplice, perché scrivere non è far di conto e ognuno imbratta carta come gli pare. Stephen King è certamente uno che ha i numeri per dare ottimi consigli, ma preferisco leggerlo a lavoro finito. Nei suoi romanzi.

Quindi, sia chiaro, se cercate il manualetto della felicità, passate oltre. E se credete in quelle robe lì, fatevi un esame di coscienza e andate alle giostre. Nessuno potrà insegnarvi a scrivere, qualcuno potrà darvi una dritta, ma questo non potrà mai sopperire alla mancanza di talento. Se non avete quello, andate pure alle giostre e ditevi che state spendendo meglio il vostro tempo. State bene voi e stiamo meglio pure noi, ché di leggere mediocrità ci siamo rotti i coglioni.

Dicevamo poi della copertina, che poco ci azzecca con un saggio sulla scrittura o col romanzo breve – ma assai divertente – di Luca Ricci. La copertina vi illustra i personaggi principali – gli scarafaggi scriventi – ma se vi ricorda King Kong, allora siete fuori strada. O meglio, vi ci hanno mandati. La Laterza avrà fatto indagini di mercato prima di scegliere titolo e copertina? Probabilmente sì, ma era il mercato della frutta.

Tolti questi due piccoli – piccolissimi, non si notano nemmeno – particolari, e dando retta a chi ne sa – la siora Beretta Mazzotta –, in un paio d’ore, alla luce della mia mortifera lampadina da notte, mi sono letta il libercolo. Centodieci pagine, una bella carta spessa che quasi non ti permette di farci le orecchie – no, io non faccio le orecchie alle pagine, io metto solo commenti cattivissimi sui bordi –, un editing curato e senza sbavature.

La storia è accattivante e l’autore fa battute caustiche, ma con estrema eleganza. La storia, a dirla tutta, piglia per il culo l’editoria. Un tritacarne che, «trovata una formula vincente» cerca di «replicarla all’infinito […]. E il mercato ormai suggerisce tre ambiti narrativi: il poliziesco (con i suoi derivati: noir, thriller), la saga famigliare basata su relazioni e sentimenti (per degenerazione: il diario erotico femminile), il fantasy (anche con venature horror e reminiscenze gotiche)». Ecco quindi che «molti scrittori non si mettono al lavoro con l’idea di scrivere un semplice libro, ma direttamente un best seller. Questo ha comportato una piccola rivoluzione copernicana: da categoria di mercato il best seller è divenuto un vero e proprio genere letterario» (pagina 30).

Ma un neo c’è, in questo volumetto ben scritto: i quattro beatles di Ricci – e si chiamano proprio come i Beatles – mi hanno ricordato subito e troppo il Firmino di Savage.
Ora, è pur vero che più leggi e più quel che leggi ti ricorda qualcosa che hai letto, ma l’ambientazione sconquassata, la stamberga dove vive lo scrittore mancato – a cui i quattro scarafaggi scriveranno il best seller – e le molte citazioni libresche ricordano proprio tanto il maledetto Firmino.
Ho odiato il topastro come odio tutti i topi, nemmeno Topolino mi sta poi così simpatico. Non sono la zdora che salta sulla sedia alla vista di un codino che spunta, sono piuttosto l’indiano cheyenne che si mette in caccia armato di ciabatta. Meglio la 42 di mio marito della mia 37. E quando stano la vittima, per lei è la fine. Succede con topi, mosche e, ovviamente, blatte.
Dunque, a ben guardare, gli scarafaggi di Ricci avrebbero dovuto starmi sulle balle quanto il topo di Savage. In realtà il libro di Ricci non è un piangere come quello di Savage – mai visto un topo tirarsela così tanto, a lui riserverei volentieri uno scarpone chiodato – e gli scarafaggi risultano più divertenti. Pur continuando a fare schifo, come i loro simili.

I quattro improvvisati scrittori hanno opinioni libresche – «Sapevano che la letteratura americana era piena zeppa di ebrei lascivi. Nella letteratura sudamericana non si distinguevano i personaggi vivi da quelli morti. La vecchia Europa era ammalata di citazionismo e non amava i colpi di scena […]. Del misterioso Oriente sapevano il minimo indispensabile: haiku, studentesse perverse e apologhi zen» (pagina 55) –, fanno battute esilaranti – «Datemi la vostra definizione di best seller», «Un libro idiota che risulta intelligente», «Un libro scritto così male da sembrare già un film», «Un libro che è stato scritto per vendere molto che vende molto e poi lo ristampano e vende ancora di più e tutti ne parlano perché ha venduto e dopo vende ancora un po» –, ma restano le bestie orrende che tutti noi gasiamo volentieri con la polverina magica.

Nonostante loro – o forze grazie a loro, devo ancora deciderlo – questo è un testo che farebbe bene pure a chi si lascia incantare dal titolo e davvero vorrebbe imparare le regole per scrivere un best seller. Il problema è che gente così non riuscirà a stanare queste regole – ci sono, eh? – nella narrazione. Semplicemente, dirà che il titolo è fuorviante e userà il libro per rincorrere scarafaggi e affini.
Un peccato, un vero peccato! S’impara più tra le righe di questo manuale mancato che tra quelle – in grassetto – delle guide all’editoria liofilizzata. Ma voi non leggetelo per questo, leggetelo perché fa ridere.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

12 responses to ““Come scrivere un best seller in 57 giorni” di Luca Ricci.”

  1. Daniele says :

    Credo che l’aspirazione a fare qualcosa di bello sia cosa buona e giusta, ma va accompagnata da una percezione reale di ciò che si è fatto: ti accorgi che fai schifo, ti impegni a capire il perché e cerchi di evitare quelle cose in futuro. E pian piano, se non avevi talento all’inizio, lo ottieni, perché secondo me “sono nato senza talento” è una scusa per non fare – vuol dire che tra ciò che uno dice di voler fare e quello che vuol fare davvero c’è un abisso. ^ ^
    I manuali per scrivere sono un modo per ridurre i tempi necessari a diventare bravi ed evitare qualche errore, ma usarli come una lista della spesa, se va bene porterà a scrivere cose carine ma tutte uguali, se va male ti fa fare roba degna dei pensierini di scuola, compitini scolastici noiosi. Dei manuali che mi è capitato di leggere, tutti dicevano “questi sono suggerimenti utili, ma nonusate questo manuale come una formula:non funziona così, farete cose tutte uguali e noiose. E studiare non basta:esercitatevi tanto e leggete tanto, con attenzione”. Credo che chi scrive manuali offra soprattutto degli spunti utili ad analizzare il lavoro degli altri…
    Alla fine, con o senza “scorciatoie” manualistiche, serve che uno si impegni ad avere talento, cioè sensibilità, sia per scrivere che per vivisezionare un testo che funzioni e da cui si vuole imparare qualcosa: è la differenza tra uno scrittore e un tramista!
    Tornando in tema reccy, l’idea degli scarrafoni ghost writer mi fa pensare a quelle vecchie fiabe coi folletti che finiscono il lavoro del ciabattino la notte…
    La copertina mi ricorda quei vecchi cartoni giappo coi robot alieni che si accaniscono sulla torre di Tokyo a ogni puntata – quella sembra più la torre Eiffel, ok ma mi chiedo se il best seller delle blatte parli di qualcosa di simile…
    E dopo questo papiro, auguro a tutti buona giornata 😀

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    • Gaia Conventi says :

      Ehilà, ciao Daniele! Io, essendo cattiva – ma il personaggio me lo impone, sia chiaro -, valuto la manualistica al corretto fare libresco una pizza. Quando va bene.
      Quando invece va male, soltanto una vaccata che fa perdere tempo.
      Credo si impari leggendo – questo mi piace, funziona: perché mi piace, perché funziona? – proprio come si impara l’italiano corretto – ah, ma pensa, si scrive così e io avevo sempre scritto colà… – o l’uso delle caporali, del punto e virgola e di altre amenità. Magari sbaglio, eh? Magari chi legge per semplice passatempo – se scrivi, leggere per semplice passatempo non è il massimo – non fa caso all’impaginazione, alle vedove e compagnia bella. Però dovrebbe, ché il bello di un libro sta pure nella sua resa finale.
      Detto questo, ho trovato il libercolo di oggi una valida idea: ti dico dove sbagli e te lo racconto, ti fai pure una risata. Un po’ come ideare medicinali semplici da assumere. Se sono pure buoni, è anche meglio!

      Buona giornata, carissimo! 🙂

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      • Daniele says :

        Si dicono tante cose cattive sulla cattiveria, ma sono sicuro che questa qualità salverà il mondo. O lo farà esplodere in modo divertente 😀
        Purtroppo io non sono così acuto da imparare solo leggendo, anni di scuola mi hanno reso ottuso 😛 Dare una sbirciata a qualche manuale mi ha migliorato un po’ come scrittore e sono diventato un lettore più attento. Ma a volte anche io mi annoio dietro a un manuale: è più vicino a studiare che leggere, un manuale riporta possibili procedure e non genera storie 🙂
        Credo che anche nella manualistica si dovrebbe cercare un modo più brioso di riportare teorie e tecniche… forse gli autori dei manuali temono di sembrare dei cazzoni XD

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        • Gaia Conventi says :

          In Italia vige la regola della medicina cattiva: se una cosa è divertente, quella cosa non insegna un accidente.
          Anni e anni di noia scolastica, li ricordo con immutato terrore.

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  2. Milly says :

    Se ti può consolare, On Writing sta sul mio comodino da almeno un paio d’anni, e Firmino pure. A quanto pare siamo in due a odiare i topi ma io sono quella che salta sopra la sedia XD
    Però, dai… la copertina è carina.
    Milly

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    • Gaia Conventi says :

      La copertina è carina, di sicuro.
      Le blatte continuano però a farmi schifo, e i topi qui non fanno una bella fine. I miei quattro gatti ci restano sempre un po’ male… 😉

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  3. Alessandro C. says :

    on writing non è poi così male, se non lo si prende per la bibbia della scrittura. L’importante è saltare a pie’ pari la prima metà del libro, la stucchevole autobiografia volta a rendere l’idea di quanto S. King ce l’abbia più lungo dei suoi colleghi.

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  4. impossiball says :

    La Laterza avrà fatto indagini di mercato prima di scegliere titolo e copertina? Probabilmente sì, ma era il mercato della frutta.

    lol, io l’ho pensata molto più cattiva ma il concetto è lo stesso

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  5. minty77 says :

    se vi ricorda King Kong, allora siete fuori strada

    Infatti, che c’entra King Kong? A me ricorda “Assalto alla terra”, piuttosto! 😀

    Comunque, io non ho niente contro i topi, e mi dispiace pure un po’ quando i miei mici fanno strage di roditori. Avrei sempre voluto avere un criceto, o un orsetto russo (è sempre un simil-topo, non badare al nome :D), o un topino domestico. Ma il veto selvaggio di mia madre e i costumi assassini dei miei gatti mi hanno sempre dissuaso dal realizzare il mio intento (purtroppo ^^).
    E pur tuttavia, pure a me Firmino sta sulle castagne in maniera strabiliante. E la parte incredibile è che io quel libro neanche l’ho letto! Però me lo sono sentito raccontare (dai cuginetti che dovevano farci una relazione sopra, poveri loro) e tanto è bastato perché mi salisse l’odio per quel topo saccente e insopportabile. L’autore deve proprio essere un simpaticone, eh…

    Tornando al libro di Ricci, si diceva, la copertina non c’entrerà forse una mazza, ma imho è un capolavoro. Anche se l’avrei vista meglio su un saggio dedicato al cinema anni ’50 e ’60 XD
    Vabbè, anche gli editori son simpaticoni…

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    • Gaia Conventi says :

      La copertina fa b-movie, ma immagino sia cosa voluta. Non ci vedo niente in comune col testo (blatte escluse, ovviamente) ma resta pur sempre un gradevole colpo d’occhio.

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