“Il professore va al congresso” di David Lodge.

La copertina dell’edizione Bompiani – con traduzione di Mary Buckwell e Rosetta Palazzi – ci regala due anticipazioni sul testo, una corrisponde al vero, l’altra è una minchiata. Troviamo lo spottone di Umberto Eco – «Uno dei libri più divertenti, più veri, più dannatamente ilari che siano usciti negli ultimi cento anni» – e la facciotta fintamente contenta di un simil Einstein che monta sulla bicicletta di Fantozzi, alla bersagliera. Che poi la bicicletta ricordi un martello pneumatico e il cestino un sospensorio è cosa che vi lascerò chiarire col vostro analista. Detto questo, ribadisco che solo uno di questi spunti corrisponde a verità, e non è lo spottone di Umberto Eco. Dunque ricordatevi della bicicletta à la Fantozzi e fidatevi di me. Non di Eco.

Vi starete quindi chiedendo se il professorone abbia mentito per amor di Bompiani o per stima nei confronti di Lodge. Certo Eco potrebbe aver calcato la mano per accontentare l’editore che ha persino rimesso sul mercato la versione facilitata de Il nome della rosa. L’Umbertone nazionale si sarà portato una manina al cuoricino e si sarà detto che una balla in copertina non ha mai ammazzato nessuno. Magari è una balla che ha fatto ammazzare di noia parecchi lettori tratti in inganno ma, ehi, chissenefrega dei lettori!, ed è cosa che deve aver pensato anche la Bompiani. Del resto, si sa, i libri bisogna venderli e il nome di Eco è come il bollino blu sulle banane.
Quindi sì, potrebbe essere andata così, ma – e dopo averci pensato a lungo – temo che Eco abbia detto un gran bene di questo libro – più che bene, benissimo! – perché si è rivisto nei professori che riempiono ‘sto libro fino all’orlo. Se così è, sarebbe Eco a dover andare in analisi.

«Come il pellegrino cristiano del Medioevo, così il congressista del nostro tempo indulge a tutti i piaceri e ai diversivi del viaggio, mentre in apparenza sembrerebbe austeramente intento al proprio perfezionamento […]. I congressi di oggi hanno un ulteriore vantaggio sui pellegrinaggi di una volta, nel fatto che le spese sono pagate totalmente o in parte, dall’istituzione a cui il moderno pellegrino appartiene, sia essa un dicastero governativo, una ditta commerciale o come forse più spesso accade, un’università» (pagina 11).

Veniamo dunque al libro. Trattasi dell’ideale continuazione di Scambi – così avverte Lodge a pagina 7 –, libro che sta su qualche mensola di casa mia e che prima o poi vedrò di recuperare. Mi dicono che quello è meglio di questo, e aggiungo un “per fortuna!”, ché questo è davvero una pacca sui maroni. Altro che «uno dei libri più divertenti» e via a blaterare a vuoto… Ma quando mai! Questo libro è un casino. E con casino intendo anche i salti della cavallina a ogni giro di congressi, non bastasse il casino di ficcarci dentro comprimari col cannone da neve senza dare a nessuno di loro una minima parvenza di carne e sangue. Tutti cartonati, talmente tanti che – e qui Eco mi torna buono – avrei dovuto prendere appunti in un notes come ai tempi de Il nome della rosa.

Tutti questi personaggi – simpatici come un ascesso – scroccano viaggi e pernotti e sempre in alberghi di tutto rispetto – a fine anni Settanta il mondo della cultura doveva avere dindi da spendere e spendere male –, si ritrovano a ogni angolo di mondo, loro e sempre loro, trombano, mangiano a sbafo, fanno nottata ridendo e ballando e qualche volta gli riesce pure di tenere la conferenza per cui sono stati invitati al tal congresso.
Avete presente la critica che sollevo sempre quando si tratta di Jonathan Coe? Gli rinfaccio di far muovere i suoi esserini, i suoi personaggi, sopra una minuscola scacchiera. L’universo è piccolo e loro si ribeccano “a orologeria”, sempre per caso e spesso a distanza di anni. Ecco, in questo libro Lodge fa lo stesso giochino, portandolo all’esasperazione. Sul finale riesce persino a risultare meno credibile di un reality, dando l’idea d’aver deciso di votarsi alla telenovela.

La prima parte del libro – da pagina 15 a pagina 102 – si legge benino, non che si rida a crepapelle, sia chiaro. Lì troviamo il personaggio – innamorato, sfigato, al suo primo congresso – di Persse McGarrigle che fa da collante al resto della panzanata. Lui nella prima parte si innamora della bella Angelica e la inseguirà – beccandola dopo quattrocento pagine – da un congresso all’altro, da una parte all’altra del globo, deciso a farla sua, ché lui per lei ha perso la testa mentre lei, «la classica rizzacazzo» – come la descrive la sorellina Bianca, ovviamente gemella di Angelica, che qui non ci facciamo mancare niente, a pagina 386 –, scappa e si lascia rincorrere. Insomma, lui è un coglione e lei è una figa di tolla.
Tutto questo salire e scendere d’aerei – da pagina 277 Lodge scopre la simpatia dell’onomatopea e si lancia in una serie di ululati – ci permette di seguire i movimenti di questi congressisti di cui, non ve lo nascondo, già dopo trenta pagine mi fregava ‘na cippa.

Concludo segnalando una perla di editing a pagina 390:

“[…] Parlando in senso stretto, io sono la tradizione. Stavamo parlando di quello straordinario momento di bel tempo di oggi pomeriggio.”
“Purtroppo me lo sono perso,” rispose Persee, “sono stato qui dentro per tutto il tempo.”

E una perla per pirla:

Grazie, il disegnino serviva. Assolutamente.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

16 responses to ““Il professore va al congresso” di David Lodge.”

  1. Daniele says :

    Finisco sul rogo, se dico che non ho una buona opinione di Eco come scrittore? E dunque che i suoi spot non mi ammaliano?
    A ogni modo, l’onomatopea è uno strumento potente, per macinare caratteri e riempire una pagina. Ci avessi pensato i giorni di tema, a scuola…

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  2. ilcomizietto says :

    Scusa l’OT, ma la versione semplificata del nome della rosa me l’ero persa! Semplificare il nome della rosa è come usare la carne in scatola per condire la pasta fatta in casa.

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  3. Daniele says :

    Ho letto ora della versione semplificata: non vorrei dire – ma lo farò 😛 -la versione standard non è incomprensibile, è solo pesante da leggere (letto a 16 anni per scuola). Se lo ha reso più scorrevole, son contento per chi dovrà subirlo oggi, ma non so quanto si possa cambiarlo senza invalidare la storia del “ho trovato questo manoscritto antico”…

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    • Gaia Conventi says :

      L’abbiamo letto più o meno alla stessa età, io avevo appena cominciato la prima liceo e il librozzo ha allietato la mia appendicectomia.
      A quei tempi restavi confinato in ospedale per una settimana, quindi occorreva un libro corposo.
      Le prime cento pagine – lo sanno anche i morti, persino quelli che non hanno letto Il nome della rosa – sono una pizza, trattasi di un libro diesel che ingrana a suo comodo ma poi parte e parte sul serio. Ne conservo un buon ricordo e mi sembra strana l’idea di facilitarlo. Intervenire a cose fatte mi lascia perplessa, se il libro l’ho letto io a 15 anni – mai stata un genio, nemmeno ai bei tempi -, direi che l’impresa resta possibile anche per le nuove generazioni. Se poi vogliamo semplificare la vita al prossimo, allora comincerei da I promessi sposi. Facciamolo rap, facciamolo cantare a Jovanotti, facciamo qualcosa o facciamolo spiegare da un insegnante che l’ha apprezzato.
      Io mi sono sempre imbattuta in tromboni annoiati che subivano i programmi ministeriali. E te li proponevano con la verve del due novembre.

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      • Daniele says :

        A 17 anni ho visto Romeo e Giulietta con intermezzo rap. Volevo spararmi (ma devo dire che non amo il rap).
        Credo non ci sia la giusta prospettiva, nello svecchiare le cose: non basta dare pistole laser ai bravi e poteri psichici all’Innominato per rendere i promessi sposi cool, trendy e smart (a certa gente piacciono gli aggettivi albionici :P) e di sicuro non aiuta imporre un’opera a chicchessia, per farla amare.
        Nel caso di Eco, non so come possa infilare i “nuovi linguaggi” e un approccio alle tecnologie moderne per rendere cooltrendysmart il nome della rosa: copisti col tablet? O si limiterà a ridurre le descrizioni-elenco dei portoni con le bestie scolpite?

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        • Gaia Conventi says :

          Sì, vabbe’, se leviamo il bestiario allora il tomo mi si accorcia parecchio. 😀
          Guarda, a ‘sto punto sarei curiosa di leggere la nuova versione, magari è andato di sinonimi e contrari, tutti facilitati e facilmente solubili.
          O magari ha tolto il latino. Che mica mi sta simpatico, eh? Però a levarcelo cambia l’atmosfera. Che ne dici?

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          • Daniele says :

            Niente più latino, da oggi solo greco antico 😛 cambio di atmosfera solo per chi ha fatto il classico
            Mi è venuta un’idea peggiore: il nome della rosa aveva citazioni da Sherlock Holmes, ma qualche anno fa andava il thriller nordico… e se avesse messo citazioni da uomini che odiano le donne? XD

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  4. sandra says :

    Esiste un gioco da tavola straordinario, io ce l’ho, “Il cognome della rosa” di solito sono abbastanza imbattibile. Curiosi?
    Esiste pure una bellissima storia di Topolino, di un volume “tutte storie che si svolgono negli atenei universitari” l’ho regalato a mio cugino per la laurea, a ricordo dei tempi in cui da bimbi si leggeva il fumetto, dal titolo “il nome della mimosa”,
    Insomma ovunque Eco. Baci

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