“Cucinare col Fernet Branca” di James Hamilton-Paterson.

Temo – e la cosa mi spiace davvero – che in Italia questo libro non abbia avuto il successo che gli sarebbe spettato. Me lo dice la scarsa presenza di recensioni online, soprattutto su aNobii. In questi casi è utile dire che in parecchi si sono persi parecchio, perché questo è un gran bel libro: divertente, cattivello, politicamente scorretto. Ma non è tutto, e ripensandoci capisco perché la siora Sara Crimi – siora traduttrice – abbia voluto consigliarmelo: questo libro sembra pensato in italiano.

Il merito va ad Alberto Bracci Testasecca, voce italiana di questo romanzo, una vicenda scoppiettante che consente all’autore di perculare i propri connazionali stanziatisi nel Belpaese. Quindi, e se conoscete il sior Bracci Testasecca fategli i miei complimenti, il libro del geniale James Hamilton-Paterson ha il pregio di sembrare nato in idioma italico. Non credo sia facile ottenere questo risultato, e io sono un lettore antipatico che a queste cose dà un gran peso. Proprio perché l’unica lingua straniera in cui sento di potermi cimentare è il dialetto ferrarese.
E qui scatta la domanda di rito: se la riuscita nostrana di un romanzo straniero fa l’effetto di un panino con la sabbia, vi dite mai che forse è colpa della traduzione? Ve lo chiedo perché ormai anche la mia mamma – che mi legge, ciao mamma! – ha cominciato a farci caso, e una traduzione che stride tra i denti è proprio difficile da digerire. Ecco perché sono rimasta piuttosto soddisfatta del lavoro di Bracci Testasecca, e credo occorra segnalarlo.

Detto questo, andiamo a scoprire cosa si annida sotto la copertina – già il titolo è magnifico, me ne sono innamorata al volo – e vediamo di fare la conoscenza di Gerald Samper, un ghostwriter inglese con tutto quanto comporta l’essere l’uno e l’altro, e della sua vicina – ah, maledetti vicini! – Marta.
Tanto è spocchioso lui – «Gli snob dell’olio d’oliva sono anche peggio degli snob del vino» (pagina 11) ma nessuno è più snob di lui – quanto è sanguigna e voynoviana lei. Non conoscete la pseudo russofona Repubblica di Voynovia? Fa niente, tanto non esiste, non scomodatevi a cercarla. Il posto, selvaggio e caricaturale, dà i natali a Marta, musicista di colonne sonore e figlia di Padre, e Padre è quel buon diavolo che manda avanti la famiglia. Famiglia di mafiosi dell’est Europa.

Mettete quindi il misogino autore di biografie di assi sportivi – vere nullità umane – e ideatore di ricette improponibili – di vagamente mangiabile solo le cozze al cioccolato di pagina 11, ma ci vuole del bel coraggio! – nella dimora toscana accanto a quella di Marta.
«Come diciamo noi inglesi, le tre cose più importanti di una casa sono la posizione, la posizione, la posizione […]. Qualsiasi cosa pensiate della casa in sé, dovete ammettere che ha una posizione da urlo. A parte un frammento di tetto di pietra che si intravede tra gli alberi un po’ più in là, c’è solitudine in ogni direzione» (pagina 10). Così pensa Gerald, ma ancora deve imbattersi in Marta, e lui non è tizio da tollerare il pressapochismo di lei – che come casalinga non vale un accidente – e la sua sciatteria. La nostra Marta non è bella, proprio per niente. E poi mangia i piatti tipici della Voynovia, digeribili quanto un mattone forato.

Le vite dei due – ah, vicini troppo vicini! – si incrociano per forza di cose e sono proprio loro a lamentarsene, ognuno a proprio modo e a capitoli alternati. Tanto che non si capisce mai chi cominci a offrire Fernet Branca e chi sia dei due a darci dentro di brutto. Maldicenze e punti di vista che finiscono per costruire una storia scoppiettante e linguacciuta. Ed è qui che James Hamilton-Paterson riesce a dare il meglio, tirando frecciatine ai suoi connazionali. Ecco allora il nostro Gerald – saggio e british – rallegrarsi d’essere l’unico ospite a cena da Marta, perché è risaputo che gli inviti a casa d’altri creano «competizione contributiva»: «Si tratta di una sindrome storicamente accertata […]. Andando a Betlemme, un Re Magio da solo si sarebbe probabilmente presentato con una scatola di After Eight» (pagina 16). Non mancano poi le stoccate alle nostre glorie italiche: «C’è qualcosa di radicalmente sbagliato nel pane toscano […]. Persino gli italiani delle altre regioni si permettono osservazioni pungenti, dicono per esempio che è l’unico pane al mondo a uscire dal forno già stantio. Esagerano, ma non di molto. Dopo tre ore di invecchiamento il pane toscano non ingrassa più, perché tagliarne una fetta richiede un’energia equivalente al valore calorico della fetta stessa» (pagina 28). O le ricette – assurde, infami, immangiabili – che Gerald spaccia per gastronomia sperimentale, una bella gomitata al piloro di tutti quei libercoli che trovano fortuna amalgamando la storiella d’amore col profumo di limoni, meloni e rotture di coglioni. E tutto va sempre a finire da Tiffany.

Il trucco di questo romanzo pieno di divertenti malignità – la trama non è complessa, ma è resa davvero bene – ce lo spiega Gerald Samper, a pagina 62: «Anche la satira è un’arte che richiede disciplina e sacrificio». Far ridere non è semplice, far ridere è faccenda assai complicata.
Libro garantito da Giramenti, che ringrazia la siora Sara Crimi per il consiglio. Un romanzo che assomiglia molto a questo blog, ma è scritto indubbiamente meglio.

*Agli amici animalisti privi di senso dell’umorismo non piacerà la ricetta che include tra gli ingredienti un gatto affumicato. Ma, ehi!, è solo una ciancia… non perdeteci il sonno.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

20 responses to ““Cucinare col Fernet Branca” di James Hamilton-Paterson.”

  1. sandraellery says :

    Iniziamo bene, io il fernet lo adoro, e in caso di viaggio, lo porto sempre con me – bene, oggi sono proprio in versione sputtaneè – perchè per digerire una cena potente è il massimo in mancanza di un fornello per farsi una limonata calda. Bacione

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  2. ilcomizietto says :

    Gaia, il perché in italiano questo romanzo suona bene è ben spiegato dalla casa editrice:

    “James Hamilton-Paterson vive e lavora in Italia.”

    Cozze al cioccolato penso che neanche Lacomizietta oserebbe tanto. Io comunque non glielo propongo. 🙂

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    • Sara Crimi says :

      Penso che l’autore potrebbe pure vivere in Papua Nuova Guinea, ma il fatto è che la traduzione è un’opera magistrale: basta leggere come Alberto si è inventato una lingua fatta di contaminazioni fra l’italiano e l’idioma di un’inesistente nazione dell’Est europeo.

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    • Gaia Conventi says :

      Vivere e lavorare in Italia comporta – probabilmente – avere un’idea non troppo vaga degli italiani e del campare da italiani. Ma il libro è stato scritto in inglese, e solo successivamente tradotto nel nostro idioma. Dunque posso immaginare che l’autore abbia messo la sua conoscenza d’usi e costumi nostrani nel tramare la trama, ma ritengo non l’abbia pensata in italiano. E in italiano fila proprio bene. A chi dare il merito di questo? Di sicuro al traduttore.

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  3. minty77 says :

    C’è qualcosa di radicalmente sbagliato nel pane toscano […]. Persino gli italiani delle altre regioni si permettono osservazioni pungenti, […] Dopo tre ore di invecchiamento il pane toscano non ingrassa più, perché tagliarne una fetta richiede un’energia equivalente al valore calorico della fetta stessa

    Ahahaha! XD
    In casa mia si mangia praticamente solo pane di quel tipo, da sempre (alternato al montanaro appenninico, in verità). Però tutti quelli che, nel tempo, ho sentito lamentarsene, più che altro deprecavano il fatto che fosse insipido. Questa cosa del suo invecchiare in 3 ore è la prima volta che la sento. Però in effetti può essere vero per quello fatto in casa…

    una bella gomitata al piloro di tutti quei libercoli che trovano fortuna amalgamando la storiella d’amore col profumo di limoni, meloni e rotture di coglioni.

    Credo, in tal senso, di aver visto in settimana la sòla definitiva: uno pseudo-libro, apparentemente storia d’amore, in pratica con sole 70 pagine (scritte grandi) di ‘romanzo’ e un’appendice di altrettante pagine di ricette sfuse. Se l’è comprato mia cugina per sbaglio, attirata dalla trama (?) e dai due abbracciati in copertina. Non aveva controllato l’interno. Evviva l’editoria degli anni ’10…

    Comunque pare interessante ‘sta cosina col fernet. Segnato ^^

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  4. impossiball says :

    Figuriamoci se potevi stroncare un libro con un titolo del genere 😀

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  5. ilcasalino says :

    Grazie del suggerimento. Davvero un piccolo capolavoro.

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  6. Franco Lotti says :

    Purtroppo il libro non è più disponibile (almeno così mi hanno detto in libreria, anzi: librerie, perchè ho fatto due tentativi).

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