Torniamo a parlare di editoria a pagamento (con foto esplicativa).

Da qualche tempo snobbavo l’argomento, che tanto, datemi retta, chi ci vuole rimettere penne – penna – e portafoglio mica sta a darmi retta. Chi ha deciso che sborsare soldi per pubblicare è l’unica via percorribile, ha anche deciso che non cambierà idea. Non basta dire che pubblicare a pagamento è soltanto stampare a caro prezzo e che pubblicare a pagamento non ti porta da nessuna parte. Nemmeno in libreria. E non serve neppure spiegare che i grandi nomi, pagautori dei secoli scorsi che hanno pubblicato in questa maniera, oggi non lo rifarebbero. Semmai andrebbero di self.

L’autore che ha deciso di farsi strada pagando e stampando non ritornerà sulla sua decisione solo perché un blog di satira gli fa presente che l’editoria a pagamento ricorda tristemente le tette rifatte. Non ho niente contro le zinne plasticate, è solo che si nota: si nota che sono pagate. Lo dico soprattutto a quegli autori che si dichiarano tali sui social, e poi noti il marchio in copertina al loro libercolo e ti appare evidente il trucco barbatrucco. Insomma, siori miei, le tette sono una gran cosa ma pagarle e gonfiarle, spacciandole per roba buona, è faccenda che mette tristezza. Per fortuna esistono i gruppi Facebook frequentati da scrittori paganti che tentano di far acquistare il proprio capolavoro ad altri autori paganti. Lì si capiscono, e sicuramente barano sui costi.

Detto questo, torno ad ammorbarvi perché ho ricevuto la foto di un magnifico contratto editoriale. Ma andiamo per gradi, ché noi della casa editrice in questione abbiamo già parlato qui, e abbiamo anche detto che Software Paradiso non apprezza la «proposta editoriale, che potrà prevedere o meno una co-produzione» (sul sito dell’editore) perché «Il fatto che si prevede (o meno) una coproduzione significa chiaramente che, comunque, si possono chiedere partecipazioni onerose». Diciamo allora QUANTO potrebbero essere onerose.

A dicembre 2012 – come riportato in questo commento su Writer’s Dream – «La proposta prevedeva l’acquisto di 185 copie del libro per una somma di poco inferiore ai 2.400,00 euro».

Anche gli utenti commentanti di Yahoo Answers ci tornano utili. A Mara sono stati chiesi «1490 euro per 100 volumi» e a Franca – ma Franca è una scrittrice che declina euro al plurale, quindi euri – per un «manoscritto (circa 320 pagg.) [è stato] inviato un preventivo di circa 1.550 euri». Euri, certo. Veniamo quindi al nostro contributo fotografico, ricevuto per passaparola: Tizio ha chiesto a Caio cosa ne pensasse, Caio ha girato la foto a Sempronio che si è fatto una risata e poi ci ha contattati e deliziati con questo omaggio. Vediamo di cosa si tratta.


[L’immagine è cliccabile].

Europa Edizioni si offre cortesemente di pubblicare un testo «la cui lunghezza non superi i 170.000 caratteri» – a casa mia fanno meno di 100 cartelle editoriali standard –, e il cui prezzo di copertina sarà «di Euro 9,50», chiedendo all’autore 950 euro: 100 copie a prezzo pieno. Nell’immagine potete notare che Europa Edizioni consente di pagare in comode rate e «al raggiungimento delle 500 copie vendute, ad esclusione delle prime 100 acquistate in virtù del presente accordo, l’Editore rimborserà all’Autore l’intera somma versata per l’acquisto delle suddette 100 copie».

Perciò, come appare evidente anche alle salme, l’editore ci guadagna sempre e comunque. Ci guadagna molto di più – anche levandosi di tasca quei 950 euro, eventualità piuttosto remota – se l’autore si sbatte come un disgraziato per appioppare cinquecento copie ad amici e parenti, contatti online, poveri cristi incontrati per strada e rincorsi fino a farsi scoppiare la milza. Ora, tenendo presente che di solito è l’esordiente a farsi ingolosire da una proposta editoriale a pagamento e che, quando va parecchio grassa, l’esordiente vende – se la fortuna lo assiste – 200 copie in un paio d’anni, quanto è probabile che il nostro esordiente torni in possesso della somma “anticipata”?
Va ovviamente meglio – ma mica sempre – a chi ha già pubblicato qualcosina e sul web si è fatto un po’ di spazio. Ma un tizio che sul web ci sta parecchio evita l’editoria a pagamento perché la conosce bene, sa che tanto varrebbe investire in spritz. Almeno beve per dimenticare!

Quando si parla d’editoria a pagamento, il rischio d’impresa sta tutto sul groppone dell’autore che sborsa dindi, e se vi diranno che l’editore ci mette comunque del suo – correzione bozze, editing, copertina… – ricordatevi di far presente che il costo vivo di quel volume – carta e stampa – è assai inferiore a quello di copertina (guardate qui) chiesto come contributo all’autore. E l’editore a pagamento non deve neppure affrontare il salasso della promozione e della distribuzione! Quelli sono oneri che si sobbarca soltanto un editore che i libri deve davvero venderli, perché di quelli campa… e non dei contributi degli autori.

Per concludere, e per evitare che qualche zelante avvocato possa inviarmi un biglietto d’auguri natalizi – gli auguri sono sempre graditi, ma quelli e solo quelli –, voglio chiarire che l’editoria a pagamento è assolutamente legale e che tutti, asceti a parte, dobbiamo mettere assieme pranzo e cena. Però – e qui il però viene sempre via aggratis –, per come la vedo io, l’editoria a pagamento tende a promettere quello che non può – e in qualche caso non vuole – mantenere. E certo è vero che tanti editori di questo tipo li si ritrova poi alle fiere del libro, spesso hanno stand ben infiocchettati e sono tra i pochi – editoroni a parte – a poterseli permettere. Ma se intendete diventare ricchi e famosi pubblicando a pagamento, se vi state dicendo che quelle cento copie le rivenderete – dopo averle pagate a prezzo pieno – con una bancarella in piazza – scusate, ma siete scrittori o venditori ambulanti? – e se credete che questo sia l’unico modo di pubblicare per chi non ha santi in cielo, be’, allora temo vi stiate sbagliando. Ovviamente è una mia opinione personalissima, ma visto che non ho santi da nessuna parte, pubblico comunque e non sborso un centesimo… ecco, sì, credo d’essere minimamente qualificata per affermarlo. Poi potete anche non credermi, eh? Ma fatevi una botta di conti, chiedete un parere a gente ben più in gamba di me, googlate “editoria a pagamento” e leggetevi cosa se ne dice in giro. A quel punto fatevi una domanda: state investendo bene tempo e soldi? È pagando che si diventa ricchi e famosi?

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

22 responses to “Torniamo a parlare di editoria a pagamento (con foto esplicativa).”

  1. sarapintonello says :

    Ma soprattutto siate consci di quello che state facendo, e non spacciatevi per l’erede di Dante Alighieri!
    Buongiorno siora 😉

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  2. Daniele says :

    Io non ho esperienza con l’eap, ma una cosina di buon senso si può sempre dire: se voi pagare per stamparti un libro, tanto vale usare un tipografo!
    E comunque, esperienze indirette (del tipo: conosco gente) ne ho: libri editati male o non editati affatto, impaginati in stile Word (da stampatori professionisti mi aspetterei qualcosa di più della scrivania di casa seguita dalla copisteria) brossure fragili… ok, non saranno tutte così le case editrici a pagamento – sono tante e non conosco il lavoro di tutte – ma a quel punto meglio un valido tipografo. Uno che dica di esserlo, senza vergognarsi.

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  3. Mario Borghi says :

    vabbe’, però, ma vuoi mettere l’emusiun di avere il proprio nome stampato su UN LIBRO VERO? Che orgoglio e poi, signora mia, c’è la crisi, tutto costa, eccetera.

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  4. tibi says :

    Aspettavo un articolo del genere per togliermi un sassolino da una scarpa che mi sta facendo rodere da una settimana. Ve la devo raccontare, altrimenti non vivo più, sopportatemi. Grazie. XD Dunque, proprio un esordiente caduto nella trappola dell’EAP mi ha contattata chiedendomi la traduzione in Inglese del suo capolavoro. Ovviamente, mi sarei dovuta comprare il suo libro perché, sai, io non posso darti un’opera coperta dai diritti d’autore, tu potresti rubarmela e spacciarla per tua. Ah, consegna in 30 giorni a 5 euro a pagina, perché, sai, l’Inglese è la lingua più facile del Mondo! Mia risposta: se questa era un’offerta di lavoro, non l’ho capita, dato che mi sta offedendo dalla prima all’ultima lettera. Ad ogni modo, le comunico che declino con grande rammarico. Può tenersi il suo capolavoro e tradurselo da solo, tanto l’Inglese è la lingua più facile del Mondo, cosa ci vorrà mai!

    Scusate lo sfogo, ma non appena ho ricevuto questo messaggio non vedevo l’ora di passarvelo. Stop, torno a lavorare, al prossimo articolo!

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    • sandraellery says :

      Credo che ci voglia un coraggio davvero esemplare a farti questa proposta allucinante. Massima stima e solidarietà.

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    • Daniele says :

      Per quel che vale, hai fatto bene a non svenderti per qualche pacchetto di pistacchi – la cosa peggiore non è però la paga in spiccioli, ma che avresti dovuto comprare tu il libro da tradurre. Indecente.
      Credo che in Gran Bretagna/USA vivranno benissimo anche senza capolavori partoriti da gente priva di buon senso…

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    • Gaia Conventi says :

      Lui è abituato a pagare, ma poi fa il braccino corto col traduttore. Ebbravo!, mi sa che il suo bel libercolo a pagamento se lo tiene in italiano. Chissà se almeno l’editing… 😉

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  5. Franco Lotti says :

    Mi piace molto questo aspetto del blog.
    Pur essendo solo un lettore non scrivente (neanche in sogno ho questo privilegio) amo conoscere le cose della vita e apprezzo l’impegno di chi
    cerca di aiutare gli sprovveduti, anche se essendo tali…………
    Pensandoci mi viene in mente però ( vedi che scava scava) che qualche anno fa avevo accarezzato l’idea di scrivere qualcosa, farne stampare qualche copia in tipografia e regalarlo ad amici e parenti per Natale; poi riflettendo ho concluso che amici e parenti forse avrebbero gradito molto di più una scatola di cioccolatini e quindi la mia carriera si è conclusa senza manco cominciare.

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