“Ira domini” di Franco Forte.

Non fate caso a me, a me che comincio a leggere una serie dalla seconda puntata – Ira domini è il seguito di Il segno dell’untore –, voi potete fare di meglio. Potete fare come le persone normali, cominciando da quello. E di quello non posso dirvi niente, dunque vi dirò di questo.

Parto ammettendo, e chi mi conosce lo sa, che non amo particolarmente i gialli storici. Il problema che ho riscontrato è che qualche volta – quasi spesso – l’autore vuole farti sapere che mastica la materia… e via di pipponi interminabili su usi e costumi, storia e personaggi storici, una roba che ti leva la voglia di leggere e la voglia di vivere.
Solitamente, a quel punto, uso il volume per farci il tiro al piccione. Sempre che, ed è successo, pippe mentali e pipponi storici non siano così divertenti da meritare tutta la mia attenzione d’allegro stroncatore. In un caso o nell’altro, come è ovvio, il plot misterioso va a ramengo e tu scordi d’essere in preda al panico perché un assassino si aggira in città, in campagna, o dove accidenti volete, ché tanto avete dimenticato dove siete e perché, e tutto per colpa di certe magnifiche digressioni storiche in cui l’autore si fa dei gran bidè in solitaria.

Ebbene, state tranquilli perché in Ira domini il problema proprio non si pone. Ira domini è un giallo, ambientato con cura senza mai diventare pretenzioso – e noioso –, con personaggi godibili che non sembrano dei cartonati di Clooney con una bottiglia di Martini.
Buoni i dialoghi, e guardate che trovare dialoghi che filano – e con una punta d’umorismo che davvero non guasta – in un giallo italiano è come vincere al lotto. Quando succede te lo ricordi.

Siamo a Milano nell’estate del 1576, la peste sta facendo un casino bestia e il fumo che si alza da più parti non è quello dei falò di ferragosto. Non starò a dirvi del tanfo, quello lo potete immaginare da soli. La quarta ci avverte che ci imbatteremo presto nelle «straordinarie tecniche investigative di Niccolò Taverna, notaio criminale». Tali capacità arrivano «prima di CSI e dei RIS», ché dirlo fa figo ma nel mio caso Mondadori ha seriamente rischiato di perdere un lettore.

Il bello del nostro Niccolò è che è milanese a tutti gli effetti, è uno sgobbone che corre avanti e indietro per Milano, spesso avendo problemi coi mezzi. No, non per gli scioperi degli autobus, semplicemente perché Niccolò non è un provetto cavallerizzo. Eccheccazzo!, fosse stato bravo da tutto avrebbe avuto una S sul panciotto e un mantello svolazzante.
Dunque il nostro Niccolò, pur tenendo in grande considerazione la sua testolina – sa di essere bravo in quello che fa –, è un tizio piuttosto normale: ha la morosa, una tipetta parecchio in gamba che preferisce mettersi nei pasticci invece di fare la calza in salotto – con vista sul duomo –, e due aiutanti che stanno imparando il mestiere, ma che se la cavano già benino. Attorno a loro si muove una Milano appestata, un credibile arcivescovo Carlo Borromeo e due casi delittuosi che Niccolò deve seguire di persona. E mica sempre ci fa una gran figura, sappiatelo. Anche lui qualche volta fa la parte del fesso, sempre per quella famosa S che non si ritrova stampata in pancia.

«Come il demonio, che gode del dolore altrui e dello sfacelo che compie nel corpo e nell’anima della gente, anche quei criminali senza scrupoli dovevano avere qualcosa di perverso e di distorto dentro di loro, e lui trovava conforto all’idea che, grazie al suo lavoro, molte di quelle creature abominevoli terminassero i loro giorni appese alla forca» (pagina 31). Insomma, Niccolò è un tale che al suo mestiere ci tiene: non lo fa per lo stipendio, lo fa perché i cattivi gli stanno proprio sulle palle. E poi, su, fare danni proprio mentre la peste ne combina di cotte e di crude… è chiaro che poi gli girano i coglioni. A voi non succederebbe?

Un’altra faccenda che rende la Milano cinquecentesca così moderna e così italiana è la burocrazia. Niccolò Taverna deve dare retta a capi e capetti senza mai scordare chi viene prima e cosa è meglio fare perché nessuno si incazzi. E, ovviamente, quando ti ritrovi con troppi capetti, la situazione si complica. Per fortuna lui riesce a sbrogliarla, ma noi nel frattempo abbiamo letto un bel giallo. E Giramenti ci mette il bollino blu!

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

2 responses to ““Ira domini” di Franco Forte.”

  1. minty77 says :

    La Milano spagnola, la peste, Carlo Borromeo… ohi, non sapevo ti fossi ridata al Manzoni! 😀

    Ok, battute sceme a parte, io non son proprio per la quale con questo genere, e per ora ho troppa roba in coda (tra cui un paio di novelle di una certa Gaia C., conosci? :P) per buttarmi anche sulla saga del Taverna – bel cognome, apprò.
    Però ho trovato la tua recensione molto convincente. Mi sa che ho trovato un bel regalo da fare per uno dei prossimi compleanni… *mumble mumble*

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    • Gaia Conventi says :

      Ti dirò, non amo particolarmente i gialli storici (e la mia simpatia per Manzoni si è estinta sul nascere), però questo mi ha convinta. Credo dovrò procurarmi il precedente.

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