“L’estate in cui accadde tutto” di Bill Bryson.

«Molti dei nomi più importanti di quell’estate – Richard ByrdSacco e VanzettiGene Tunney e perfino Charles Lindbergh – oggi si sentono raramente, mentre gran parte degli altri non è mai citata. Vale dunque forse la pena di fermarsi un istante a ricordare solo alcuni degli eventi che accaddero quell’estate. Babe Ruth batté 60 fuoricampo; la Federal Reserve si rese responsabile dell’errore che scatenò il crollo del mercato azionario; Al Capone si godette l’ultima estate di potere; venne girato Il cantante di jazz, fu creata la televisione e la radio entrò nell’età adulta. Sacco e Vanzetti furono messi a morte; il presidente Coolidge decise di non ricandidarsi; cominciarono i lavori al monte Rushmore; il Mississippi esondò come non aveva mai fatto prima. Nel Michigan, un pazzo fece saltare per aria una scuola uccidendo quarantaquattro persone nel peggiore massacro di bambini della storia americana; Henry Ford smise di produrre la Model T e promise di non insultare più gli ebrei; un ragazzino del Minnesota sorvolò un oceano e incantò il pianeta come non era mai successo prima» (pagina 458).

Insomma, un’estate assolutamente ammeregana, tanto ammeregana, l’estate che ha gettato le basi per parecchi successi e altrettante sciagure, in America e altrove. Ma soprattutto in America, che qui esce pompata a tutto volume, e per chi mal digerisce lo yankee style sarà dura buttare giù ‘sto tomo da 550 pagine – ma quasi settanta se ne vanno in bibliografia, note e ringraziamenti. Una sorta di Chi ci ricorda? e Forse non tutti sanno che – se siete cresciuti con La Settimana Enigmistica sapete di che accidenti parlo –, curiosa attività in cui il nostro Bryson riesce sempre bene. Un po’ come accade in Breve storia della vita privata e in Breve storia di (quasi) tutto.
Un “tutto” che torna anche qui, furbescamente: L’estate in cui accadde tutto, ma in originale è One Summer. America 1927. Che, ne converrete, non richiama alla memoria il precedente successone editoriale. Per fortuna Guanda, oltre a giocare col titolo, chiarisce la faccenda appena sotto il nome dell’autore. Ma, ehi, i libri occorre venderli. Se sono ottimi libri, siamo contenti anche noi blogger cattivi, crudeli e sempre pronti a dire il peggio degli editori. Grazie al cielo non succede troppo spesso, i blogger con la fama del pessimo soggetto non potrebbero sopravvivere all’onda d’urto dell’editoria di qualità. Al momento, state tranquilli, non corriamo rischi.

Tradotto da Isabella C. Blum, pesante mezzo chilo giusto giusto, è un volume che tiene bene la cottura – anche se si rischia l’indigestione di baseball – ma che si tiene male in equilibrio davanti alla faccia se tenti di leggerlo steso a letto. Un paio di volte, sfuggendomi la presa, è franato miserabilmente addosso a Ciro, gatto che pretende di dormirmi sotto l’ascella: con qualunque meteo, con qualunque tomo. Dunque questo titolo è meglio in versione ebook, ma io non leggo in ebook e perciò mi sono fatta coraggio. Anche il gatto ha portato pazienza, ma mi preferisce intenta a brossure più smilze.
Vi dicevo del baseball. Interessante leggere di giocatori pagati poco, agguerriti un mucchio e, immagino, dotati di un barbiere con un minimo di gusto. Insomma, personaggi che scambieresti volentieri con parecchi calciatori del nostro campionato. E mi sono sempre chiesta se i giocatori stranieri arrivino già tosati al buio e increstati à la porco d’un giuda o se si avvalgano di barbieri messi a disposizione dalle squadre nostrane, tanto per non sfigurare tra i compagni. Se ne sapete qualcosa, fatevi vivi. L’argomento mi sta parecchio a cuore, il mio passato di giovine barbiera mi tormenta tutte le volte che vedo ‘sti sciamannati strapagati in calzoncini corti. Fosse per me li raperei tutti, poi li manderei a fare un lavoro vero.

Ma torniamo a noi, ché il libro merita di stare tra i “Libri sì”, ma certo non può piacere a tutti. Anche se, occorre dirlo, Bryson potrebbe raccontarti pure le istruzioni di una Billy dell’Ikea e lo troveresti un gran bel testo. Meglio di molta altra roba scritta qui da noi, roba che fa piangere ma è un libro umoristico e fa ridere ma è un romanzo d’amore. O tutta quella saggistica che ti si addormenta un piede dopo un paio di capitoli. Insomma, di Bryson in giro non se ne vedono tanti, ne avessimo uno italico che ci racconta un anno a caso, nostro e solo nostro, così italiano da sentirci la pummarola dentro, magari un po’ d’orgoglio per i colori della nostra bandiera… Ok, mi fermo, io un tizio così non lo conosco, ma ho fiducia nasca, prima o poi. Spero d’avere ancora abbastanza diottrie per leggerlo.

In L’estate in cui accadde tutto è convincente l’idea di legare il volo di Lindbergh al di là dell’oceano e il suo successivo tour in patria a ciò che succede a chi tiene i piedi per terra, ricorda un poco le mappe geografiche dei film di Indiana Jones. Sotto, laggiù, l’America si muove a ritmo più o meno spedito, godendosi gli ultimi spasimi dei ruggenti anni Venti. E dell’America impari cose che non sapevi, rivivi avvenimenti che non ti sentivi raccontare da parecchio tempo e ritrovi personaggi che avevi conosciuto su History Channel. Ti fermi un momento a riflettere e ti dici che la storia dovrebbero raccontartela così, con la stessa leggerezza.
Però, ehi, sì, c’è tanta America in questo libro. Se vi pare sia troppa, passate oltre. Non è detto sia il vostro genere ma, in quanto a pubblicazioni divulgative, l’unico che mi riesce simpatico quanto Bryson è Erik Durschmied – autore di Rivoluzione. Il rivoluzionario vero è il rivoluzionario morto e L’altra faccia degli eroiMa Durschmied lo trovate poco in libreria, in qualche mercatino solo se avete una fortuna sfacciata.
Quindi, datemi retta, accattatevi un Bryson. L’estate in cui accadde tutto non è il migliore della sua produzione, ma forse perché il buon Bill ci ha abituati troppo bene.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

15 responses to ““L’estate in cui accadde tutto” di Bill Bryson.”

  1. sandraellery says :

    La copertina è stratosferica. Passavo anche per gli auguri, sono in ufficio e cerco di ricordarmi che è la vigilia, quindi non posso lavorare troppo o mi sentirei come l’impiegato dipendente di Scrooge, e non è una bella sensazione.
    AUGURI col botto, le storie belle e ciò che più ti va!

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    • Gaia Conventi says :

      È certamente un bel tomone – copertina compresa -, pecca un pochino di presunzione – cosa che agli ammeregani non contestiamo più di tanto, sono fatti così… fortunatamente non si portano in dote il nostro Rinascimento, a quel punto se la sarebbero tirata dieci volte tanto – e risulta piacevolissimo da leggere.
      Detto questo, passo agli auguri di buon Natale. La mia mattinata è trascorsa al Salone Vanity e al telefono con Daniela Veneri, altra utentAmica di Giramenti.
      Tu molla la scrivania e corri a casa: è tempo di “fare” Natale! Baci 🙂

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  2. Daniele says :

    Quindi questo libro è una specie di operazione nostalgia, che parla di un periodo reale ma che sfiora il mitologico per quante cose spettacolari sono accadute… si, molto americano. L’eccesso di yankeesmo siamo-i-migliori mi da prurito, ma se è scritto bene… e concordo con l’utentamica Sandra, la copertina è molto carina 🙂
    Faccio anche io i miei auguri a tutti. Divertitevi, anche se le feste sono spesso stressanti 😀

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    • sandraellery says :

      Utentamica è bellissimo Grazie!!!

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      • Daniele says :

        Su Giramenti siamo tutti utentAmici, tranne anonimi e troll 😉 io l’ho intesa così (e i commenti degli utenti rispondenti che si fanno vivi più spesso, per me, sono la metà del fascino di questo blog).

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    • Gaia Conventi says :

      Gli americani sono ancora convinti che il Vietnam sia finito con un pareggio. 😉 Ma ci piacciono anche per questo, godono di un sano ottimismo – almeno su carta – che a noi manca da parecchio. Dunque lunga vita agli ammeregani e buon Natale a tutti! 😀

      Un caro augurio da Giramenti.

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      • Daniele says :

        Chi ha qualità pur molto sviluppate, spesso tende a sopravvalutarle: l’american way da film lo ha spesso dimostrato. Che dire: il confine tra la fiducia nei propri mezzi e l’arroganza è labile quanto quello tra giustizia e vendetta, dignità e orgoglio e un altro tot di dicotomie che lasciamo stare, perché poi sembro serioso (non serio :P) e non è da me…

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