“Conquistadores, pirati, mercatanti” di Carlo M. Cipolla.

Vi ho mai detto che ho un debole per certe disgrazie? Bene, adesso lo sapete: dalla Morte nera – no, non quella là… quella più pestifera – al Titanic, dall’Hindenburg alle conquiste cruente. Tra queste, mi pare ovvio, il mandare a farsi benedire – con buone e cattive intenzioni – gli indios.

«Il coraggio, l’ardimento, l’intraprendenza, lo spirito di sacrificio dei conquistadores furono pari alla loro brutalità ed alla loro inumanità nei confronti delle popolazioni indigene» (pagina 11). Sì, lo so, pare brutto dirlo ma il brutto mi affascina. Mi affascina la crudeltà, soprattutto quando non è fine a se stessa – ché così sono buoni e cattivi tutti – e dà riscontri effettivi sul resto del mondo. Questo per spiegarvi il perché mi sia felicemente cuccata un libro di Cipolla – settanta e sbrisga pagine – che racconta di economia e monete d’argento, proprio io che non sono ferrata in materia.

Non mi ero mai posta il problema di sapere perché una brutta moneta spagnola, ingombrante e coniata alla razzo di rane, avesse avuto tanto successo. Ora, non so voi, ma io certe domande non me le faccio nemmeno dopo un giro di spritz. La numismatica mi è aliena, così come le domande intelligenti. Però due cosine sulla conquista spagnola del XVI secolo me le ricordo, ma non mi ero mai chiesta dove finisse tutto l’argento sottratto, anche perché «Gli spagnuoli si dimostrarono particolarmente efficienti nel derubare e depredare gli indiani e per loro, quindi, venne presto il tempo in cui, se volevano continuare a procurarsi oro e argento da inviare in patria o per i loro stessi consumi, dovettero adattarsi ad un altro tipo di attività del tutto differente da quello praticato sino ad allora; in altre parole dovettero trasformarsi, volenti o nolenti, da banditi in imprenditori minerari» (pagine 12 e 13). Poi, quando anche lo sfruttamento di quelle miniere comincia a farsi problematico, caso vuole che venga dato alle stampe il trattato La Pirotechnia – del 1540 – di Vannoccio Biringuccio – che pare un nome da cartoni animati, mi rendo conto –, trattato che insegna ai novelli imprenditori «un nuovo e di gran lunga più efficiente processo di estrazione del metallo dal minerale mediante l’uso del mercurio» (pagina 15).

Così, visto che al cul non si comanda, ecco l’ennesima botta di fortuna degli spagnoli – a pagina 10 Carlo Cipolla già spiegava che «tra l’anno 1536 ed il 1566, si verificò nelle colonie spagnuole una straordinaria sequenza di fatti stupefacenti che trasformarono la Spagna […] nel paese più ricco e più potente del mondo» –, fortuna che si concretizza nello scovare «le strutture di una miniera che gli indios lavoravano da tempo immemorabile. Gli indios estraevano dalla miniera il cinnabar, che essi usavano come tintura per dipingersi il corpo di rosso durante le feste. Dalla miniera si poteva cavare mercurio, ma gli incas proibivano tale produzione ritenendo, non a torto, che il mercurio fosse nocivo a chi ne facesse uso» (pagina 17). Problema che non levava il sonno agli spagnoli, ché tanto in miniera mica ci andavano loro.

Seguono pagine in cui ci viene spiegato come venissero gestite le colonie, quali fossero i divieti e come avvenisse il commercio con la Spagna. Diremo solo che due cose potevano mandare in malora le comunicazioni tra la Spagna e le sue colonie: il mare avverso e la pirateria. Da non sottovalutare quel simpatico mestierante di Francis Drake.
Nonostante tutto, però, sembra che il sistema di spedizioni in convogli facesse egregiamente il proprio dovere. Anche se «alla fine del Seicento il prezzo delle merci in media triplicava tra il luogo di produzione e il luogo di vendita nelle Indie» (pagina 29). E per diverso tempo nelle Indie bisognò portarci proprio tutto.

Ovviamente questo andare e tornare di navi cariche e stracolme portava in Europa una gran quantità d’argento, soprattutto d’argento ma c’era posto pure per le spezie. E che fa l’argento? L’argento dà alla testa, tanto che «Agli inizi del secolo XVII il contrabbando dell’argento era divenuto lo sport nazionale preferito. Lo praticavano gli stranieri e gli spagnuoli» (pagina 36). All’epoca si faceva di tutto per non pagare i dazi; tasse e gabelle non sono mai piaciute a nessuno.

Ma l’argento non stava tutto nelle Indie. «Nella seconda metà del secolo XV ricchi giacimenti di argento furono scoperti nelle Alpi e negli Erzgebirge […]. L’eccezionale abbondanza di argento che di conseguenza venne ad inondare diverse zecche del tempo fu all’origine di una importante riforma monetaria» (pagina 39) e qui entrano in ballo le brutte monete spagnole a cui accennavo diverse righe più sopra.
Se per tutto il Medioevo le monete europee erano sottili e facili a piegarsi, ecco che Venezia e Milano decidono di coniare roba più grossa: «una moneta dallo spessore abbastanza robusto, da sei a sette volte il sottilissimo spessore che aveva caratterizzato le monete medievali» (pagina 39). Questo accadde perché «Venezia e Milano erano storicamente i mercati con cui la Germania intratteneva relazioni commerciali e finanziarie, particolarmente intense e caratterizzate da una bilancia sfavorevole alla Germania, per cui l’argento tedesco tendeva ad affluire ai due mercati italiani in pagamento dell’insanabile e pervicace deficit commerciale della nazione teutonica» (pagina 40).

Ciò portò la Spagna ad adeguarsi, visto che «Quando gli spagnuoli invasero ed occuparono le Indie, la moneta metallica vi era sconosciuta» (pagina 43). Per diverso tempo si ricorse al baratto o a sostituti della moneta, dai semi di cacao alle piume, tanto per capirci. Infine, per ovviare a questo inconveniente, la Spagna decise di coniare una moneta destinata alla colonie. Eccolo qui, il famoso real de a ocho, brutto e coniato malissimo ma destinato a diventare «il fulcro dei traffici e delle transazioni internazionali» (pagina 45). Brutta sì, ma «disponibile sul mercato in quantità eccezionalmente elevata» (pagina 47).
Nonostante questo, però, la Spagna i soldini li annusava soltanto, perché l’argento lo spendeva ben prima che arrivasse in patria. Difatti l’ottanta percento dei tesori giunti in Spagna dalle Indie era il ricavato delle vendite di privati alle colonie, il rimanente venti percento era reddito della Corona – costituito dai dazi sulle merci – ma erano soldi che la Spagna usava per sanare i debiti, dovuti al mantenimento del suo esercito su vari fronti. A questo problemuccio va aggiunto il fatto che la Spagna poteva sì rifornire le colonie di generi strettamente necessari alla sopravvivenza – «soprattutto vino, grano, aceto ed olio» (pagina 55) –, ma quando si trattò di portare oltreoceano «pannilana, calzature, tappeti, mobilio, sete, velluti, orologi, il sistema produttivo spagnuolo palesò la sua debolezza. L’offerta non fu in grado di tener dietro al frenetico aumento della domanda» (pagina 55).
Ovviamente la Spagna dovette rivolgersi altrove per recuperare quanto le colonie chiedevano, e questo incise parecchio sul prezzo. Per fortuna poteva disporre di quella brutta moneta di cui dicevamo, brutta ma ricercatissima soprattutto «sui mercati extraeuropei dove non c’era alcun interesse per i prodotti dell’Europa» (pagina 58). Già, mica tutti si facevano incantare con poco, se volevi comprare la mercanzia di India e Cina… dovevi fargli vedere l’argento. E se l’India non permetteva la circolazione di moneta straniera – i reales spagnoli venivano fusi e trasformati in rupie –, in Cina andò diversamente.
«I cinesi non coniarono mai monete d’oro o d’argento […], sin dalla sua fondazione l’impero cinese ebbe un sistema monetario consistente soltanto di monete di bronzo» (pagina 63). Le monete di bronzo andavano bene per le piccole transazioni locali, ma per i salari, gli acquisti all’ingrosso, i commerci internazionali e il pagamento delle tasse occorreva l’argento. Per fortuna in Cina ne girava parecchio, soprattutto «in forma di pani o di frammenti di monete» (pagina 63). Quando bisognava fare un pagamento in argento, i cinesi pigliavano le forbici e tagliavano quanto serviva: «l’argento non era trattato come moneta bensì come merce» (pagina 63).

Perciò, riassumendo, le cose andarono più o meno in questa maniera: una considerevole mole d’argento – in barre o monete – arrivò in Spagna dal Messico e dal Perù. Dalla Spagna si diffuse al resto d’Europa, andando verso Oriente e finendo in India e in Cina. Allo stesso modo, i prodotti asiatici passarono in Europa per andare poi in America. Ma se pensate che l’argento sia rimasto in Oriente vi sbagliate di grosso, verso la metà del secolo XVIII siamo riusciti a riportarcelo in Europa: vendendo oppio ai cinesi. Siamo dei furboni, ammettiamolo.

Libricino breve ma ricco di cose interessanti. Forse non vi stupirà quanto Le macchine del tempo ma resta una lettura piuttosto affascinante. Tenete presente che vi si fa ampio uso di “d eufoniche”, ve lo dico subito così partite preparati.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

3 responses to ““Conquistadores, pirati, mercatanti” di Carlo M. Cipolla.”

  1. Alessandro Madeddu says :

    Ho letto anche questo (scroccandolo biecamente in libreria) anni fa. Una chicca 🙂

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