“Il flauto rovescio. Controstoria della letteratura italiana” di Marco Cimmino.

Se a questo librone di ottocento pagine meno sbrisga vogliamo trovare un difetto, tocca dire che pesa quasi un chilo e leggerlo a letto rasenta il suicidio. Se poi lo si regge – e legge – finché non cascano gli occhi, si rischia la deviazione del setto nasale. Dunque vi invito a tenerne conto, perché è un libro piuttosto interessante, ma qualcuno direbbe che non lo è abbastanza da rimetterci il profilo.
Ovviamente tale ginnastica da polsi non ha fermato l’ingordigia libresca di cui soffro: una mano a reggere il volume, una a tenere il segno delle note a fine capitolo – leggete le note! –, matita in bocca, gatto dormiente sotto l’ascella destra… «Attention… trois, deux, un…» e pareva di stare a Giochi senza frontiere.

Mi preme dirvi che – strano ma vero – ho accettato questo tomo in regalo: ricevuto da Bietti dopo una chiacchierata in chat con Alessandra Selmi, editor di questo saggio. Alessandra deve essersi detta che Giramenti è abbastanza “neutro” da leggere ed apprezzare anche un castigamatti come Cimmino. Ma per capire cosa intendo, occorre capire cosa si cela sotto la simpatica copertina.

La quarta ci spiega che «nella letteratura italiana esiste una sorta di vulgata: un canone critico e antologico obbligatorio, secondo cui alcuni autori sono stati beatificati, altri del tutto camuffati e altri ancora semplicemente cancellati, in ossequio a un’idea dogmatica e strumentale di arte e artisticità». Ma forse così non è abbastanza chiaro, quindi se così no, aggiungo che, a parere di Marco Cimmino, Manzoni è un «raccomandato di ferro» (pagina 82), un tizio che ha scritto un «romanzo di valore» impiegandoci “soltanto” vent’anni. Piuttosto colorita la nota dedicata a mamma Manzoni – pagina 95 – , Giulia era «figlia del più importante pensatore dell’Illuminismo milanese, Cesare Beccaria, autore del libretto Dei delitti e delle pene, che ebbe gloria internazionale: quanto a Giulia, forse coi delitti non ebbe a che fare, ma, in materia di pene, si prestava a facili calembours».
I promessi sposi con I Malavoglia di Verga e «la raccomandatissima Coscienza di Zeno» sono definiti romanzi «tranquillamente perdibili» (pagina 83); Le mie prigioni di Silvio Pellico «gronda retorica da ogni rigo» (pagina 119), mentre lo stile poetico di Pellico sta «a metà tra la canzone paesana e la sceneggiata partenopea». Di D’annunzio Cimmino dice un gran bene, anche se poi «gli studenti ignorano la produzione di questo grandissimo scrittore, ma nessuno di loro si sottrae alla morbosa curiosità sulle costole segate per praticare l’autofellatio… sono i figli di questa Italia, guardona e cialtrona, ignorante e curiosa» (pagina 272).

Per i pochi salvati da Cimmino – quasi tutti esclusi dalla rete a strascico del «predominio culturale (o, meglio, di saturazione degli spazi culturali, che è altra cosa)» volta a esaltare «scrittori di relativo valore e, anzi, talora decisamente mediocri, che, solo in quanto funzionali alla vulgata, trovano una gloria insperata e, soprattutto, immeritata» (pagina 305) – ne abbiamo parecchi presi a mazzate: Svevo ha inaugurato il «pensiero conforme e dominante che, alle nostre latitudini, incarnò e incarna il perfetto costume letterario» (pagina 362); del resto (pagina 363), «ogni tempo ha il suo gusto e chi coglie lo zeitgeist coglie il successo: in un’epoca di eroi ci vuole Omero, in un’epoca di debosciati può benissimo bastare Zeno Cosini». Per Cimmino, Svevo incarna la modernità letteraria, in quanto (pagina 364) «Il primo segnale del successo della Coscienza sarebbe venuto […] da un amico celebre dell’autore – era Joyce, ovviamente (che ve lo dico a fare?) –, che la raccomandò presso altri suoi amici critici, che, a loro volta, divennero amici dell’autore: amici e amici degli amici, insomma. Ecco perché qui scriviamo, con spirito un po’ iconoclasta, che Svevo inaugurò la modernità letteraria: perché oggi questa prassi critica è del tutto comune e, nei premi letterari, è addirittura la regola unica per l’attribuzione del premio».

E per un Trilussa (pagina 417) che «rappresenta, nella civiltà letteraria italiana, una gradevolissima parentesi. In un’epoca in cui i poeti oscillano tra l’inimitabile eroismo dannunziano e l’altrettanto inimitabile inettitudine crepuscolare», abbiamo (pagina 513) un ragionier Montale «che si coccola il suo Nobel, ripetendo: il mio tesssoro!», un Quasimodo (pagina 552) che «sa di bluff» – «Oggi, al geometra Quasimodo è intitolato almeno un liceo classico, mentre, che si sappia, nessun istituto tecnico: ci sembra l’ennesimo caso di manipolazione storica, oltre che di discriminazione scolastica» (pagina 563) –, un Ungaretti (pagina 556) che «non fu un grande, ma solo un onestissimo mestierante», un Sanguineti che incarna «la poesia come non dovrebbe essere» (pagina 695) e un Calvino (pagina 620) che «divenne preda della sua stessa gloria, sfornando in serie opere barocche, di una tecnicità narrativa esibitissima».

Cimmino ne ha per tutti, tanto che, a suo dire (pagina 561), «dopo il Neorealismo e l’Ermetismo, l’Italia libresca ha prodotto quasi soltanto palloni gonfiati e parassiti» fino a sostenere che «essere esclusi dalle antologie scolastiche, oggi come oggi, è più una patente di nobiltà che una nota di demerito» (pagina 652). E questo perché (pagina 676) «La scuola, la maledetta scuola, anziché mostrare ai giovani cosa sia la bellezza e come si manifesti, li allontana inesorabilmente dal bello, rendendoli insensibili a tutto ciò che sia esteticamente emozionante […]. È come se l’idea stessa di bellezza, solare, apollinea, fosse vista dalla scuola come qualcosa di superfluo o, peggio, come una distrazione dalla grigia severità […]. Questa è pura follia: non ci si accorge che massificando, depotenziando, disattivando la bellezza, si distruggono la fantasia, il piacere, la curiosità e l’entusiasmo».

Così, grazie a programmi scolastici ideati da una certa corrente politica – Cimmino chiarisce più volte quale sia – i lettori crescendo si accontentano «di due categorie di opere di scrittura: i romanzoni americani scritti in serie […] e le operine a effetto, quasi sempre tragiche e intimiste, dei nostri vincitori di premi» (pagina 685). E visto che fin qui non ho voluto fare politica – ma Cimmino la fa e senza indorare la pillola –, credo sia arrivato il momento di chiarire ai più distratti il tono – seppur molto à la Giramenti e pieno di richiami a letterati che, davvero, sarebbe il caso di ripescare dall’oblio – con cui occorre misurarsi ne Il flauto rovescio: «Il Novecento, in letteratura, fu una malattia: il Sessantotto, piuttosto, una dissenteria… concluda il lettore quale sia il nostro giudizio sulla produzione di quegli anni» (pagina 590). Ma Pasolini si salva, credetemi. So che ve lo siete chiesti e mi sento di rassicurarvi a riguardo.

Eppure questa contro-antologia non è semplicemente un tritatutto letterario, Il flauto rovescio infatti (pagina 668) si augura «Che il popolo torni a riconoscersi nell’arte e smetta di guardarla dal buco della serratura, come un ospite campagnolo che capiti a casa del topo di città, nel mezzo di un cocktail party». Perché qualche volta il bastone e la carota funzionano meglio del minestrone che, pure io e nel mio piccolo, mi sono vista propinare a scuola.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

25 responses to ““Il flauto rovescio. Controstoria della letteratura italiana” di Marco Cimmino.”

  1. Daniele says :

    Riguardo al fatto che hai ricevuto il libro in regalo: i libri pubblicati da Bietti sono molto curati, dunque riceverne uno in regalo si chiama fortuna 🙂

    Per il resto, mi sembra un saggio interessante: finalmente uno studioso che non incensa ciò che viene fatto leggere a scuola a causa di un principio di auctoritas! Se si degna anche di motivare bene le sue opinioni…

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    • Gaia Conventi says :

      Eh, tendo a non accettare regali libreschi… I regali libreschi qualche volta diventano un obbligo: l’obbligo di dirne bene.
      È anche vero che la siora Selmi mi conosce, sa che non sparo complimenti al primo che capita. E questo libro merita d’essere letto, poi se ne può dire anche male, si può dire di tutto. Ma è un testo privo di “bidè editoriali”, l’autore spiega il suo punto di vista – spesso va giù di mannaia – e il suo dire fila via liscio, senza perdersi in chiacchiere inutili. Dunque niente bidè e niente fuffa. Non succede spesso. 😀

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  2. minty77 says :

    Per alcune cose tenderei a contestare, anzi aggiustare, le opinioni del signor Cimmino.
    Che Manzoni fosse un raccomandato ‘de fero’ non ci piove, ma lo si studia solitamente più per motivi di storia linguistica che altro. C’è peraltro da dire che “I promessi sposi” resta un romanzo di peripezie e ironie (quando si spali un po’ il moralismo), e di questo va dato atto al buon Ales: non è che ne pullulassero esempi nell’Italia dell’Ottocento, mi pare (ma magari è solo perché io della storia della letteratura conosco giusto la vulgata scolastica XD).
    “La coscienza di Zeno” è certamente un monumento all’inanità umana, ma mi pare che un po’ tutto il Novecento letterario verta su quello, e non sia solo un problema italiano – anche se noi siamo particolarmente bravi sull’ode all’inettitudine XD
    Comunque, spero che “Zeno Corsini” sia un refuso tuo e non un errore del signor Cimmino, perché nel secondo caso mi calerebbe un po’ la stima per quest’opera: se si vuol parlare male di qualcosa, bisognerebbe conoscerla bene, o per lo meno ricordarsi correttamente il nome del protagonista che si va a infamare: Zeno Cosini, non Corsini, ovvero cognomen omen 😀

    Per altre cose l’autore sfonda porte aperte, e non penso di averle aperte io, quindi ormai non son più novità neanche nelle aule scolastiche, credo:
    Le mie prigioni di Silvio Pellico «gronda retorica da ogni rigo» l’ho già sentito dire, eh! 😀
    E che la politica abbia molto influenzato il canone scolastico non è un mistero: dopo il 1861 c’era “da fare gli italiani” (e Manzoni era senatore del Regno, capisciammè :P), dopo il 1944 c’era da riconciliare una nazione intorno a eroi comuni, ecc. E son solo due date a caso. Pensare che certe esigenze non abbiano influito sui programmi scolastici sarebbe da vispe Terese.
    Il signor Cimmino è un po’ più vecchio di me, e forse per questo cose che lui considera vulgata e canone scolastico inattaccabile, io a scuola le ho viste giusto col binocolo: Quasimodo e Pellico non pervenuti, appena nominati. Mentre all’università ho fatto parecchio anche i poeti dialettali. Avrò avuto insegnanti molto moderni? In effetti, quando mi confronto con mio padre (una decina d’anni più del signor Cimmino) noto che di certi autori e opere studiate a scuola lui ha una visione molto più romantica e monolitica della mia. Del resto io al liceo ho studiato su un manuale di critica che stroncava “Pinocchio” quale prodotto della piccineria italiota e inquadrava “Cuore” per ciò che è, per cui… 😀

    «dopo il Neorealismo e l’Ermetismo, l’Italia libresca ha prodotto quasi soltanto palloni gonfiati e parassiti» e «Il Novecento, in letteratura, fu una malattia: il Sessantotto, piuttosto, una dissenteria sono un interessante epitaffio, diamone atto a Cimmino.

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    • Gaia Conventi says :

      Il “Corsini” è errore mio e so anche da dove salta fuori!
      Ciao Diait, t’avevo fatta parente di. 😀

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    • Gaia Conventi says :

      Eccomi, ritorno come i peperoni, prima ero di corsa perché la moka sul fuoco chiedeva di me.
      Di questo libro occorre dire una cosa: è scritto alla Giramenti, nel senso che si fa poche pippe e in alcuni casi va giù a gamba tesa.
      Quindi non sempre risulta condivisibile, ma in molti casi ti levi una risata. Ed è per questo, probabilmente, che risulta adatto al nostro blog.

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  3. moloch981 says :

    Mah! Parlare di “retorica” per uno che si fece anni di carcere, mi sembra opinabile. In genere non amo molto i libri del genere “decenni di critica non ci hanno mai capito nulla, ora ve la spiego io com’è veramente”, per cui questo, mi sa, anche no. 🙂

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    • minty77 says :

      Mah! Parlare di “retorica” per uno che si fece anni di carcere, mi sembra opinabile.

      Secondo me qui sta il problema. Confondere il dato storico e biografico con il valore puramente artistico. La vicenda di Pellico è sicuramente significativa per il Risorgimento italiano, e nessuno nega la grande prova che ha dovuto sopportare. Ma.
      E’ innegabile che la sua sia una prosa rugiadosa e retorica, intrisa di enfasi e magniloquenza abbastanza stucchevoli (almeno per i brani che mi è stato dato di leggere).
      Quindi, “Le mie prigioni” è sicuramente importante dal punto di vista storico. Ma dal punto di vista letterario, imho è un po’… meh. Ecco.
      Del resto, non è che tanti anni di carcere ti rendano, in automatico, un genio romanziere ^^

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    • Gaia Conventi says :

      Credo che l’autore sia più il tipo da “adesso vi dico la mia”, almeno l’ho intesa così.
      Hai presente quando mi scappano quei post pieni di parolacce? Quelli che un libro o una situazione mi hanno proprio strappato via dalla tastiera? Ecco, qualcosa del genere. Però, occorre farlo presente, Cimmino ha uno stile suo. Suo che è meglio del mio. 😉

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  4. ilcomizietto says :

    Nella mia infinita ignoranza letteraria, posso confermare che le mie impressioni sulla letteratura italiana studiata a scuola collimano con le valutazioni del sior Cimmino, ad esclusione dei Promessi sposi, che ha tanti difetti, ma ancora si legge bene. (Almeno: io lo leggo bene.) (E non toccatemi Dante, che divento cattivo.)

    Poi, se vogliamo parlare male di Verga, ditemi quando iniziare che tiro giù dalla soffitta i miei insulti migliori. 🙂

    Ma, a parte Pasolini e Trilussa, chi segnala degno di lettura il sior Cimmino?

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    • Gaia Conventi says :

      Aspetta che vado a ripescare il tomo e vediamo cosa posso proporti di “degno”… 😀

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      • Gaia Conventi says :

        Vado a spanne, ché per ripescare nomi “buoni” in 800 pagine di libro occorre una certa dose di fortuna.
        Carlo Porta (da pagina 37): «Non sarà poesia universale, quella del Porta, ma è senz’altro poesia umana. E in un mondo pieno di palloni gonfiati, di egotisti, di divi sprezzanti, come quello della letteratura, non è davvero poco!».
        Giacomo Leopardi (da pagina 65): «Leopardi è l’unico poeta italiano della prima metà dell’Ottocento che dia voce alla dignità, alla virile fermezza, al coraggio dei forti, senza enfasi e trombonerie berchetiane né cieli spalancati e cori angelici. Solo che è più facile risolverlo in un caso psichiatrico che affrontare la spietata analisi della realtà: frustrato, gobbo, rachitico, piuttosto incurante dell’igiene personale, sfortunatissimo in amore, Giacomo Leopardi spesso diventa una sorta di geniale Quasimodo […]».
        Ecco, due a caso, i primi in cui mi sono imbattuta. Poi ci sono diversi scrittori e poeti “minori”.

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        • ilcomizietto says :

          E sì, i minori mi interessavano. Ma era tanto per curiosità, che non credo li leggerò mai.

          Tengo da parte il titolo per quando andrà alle superiori Lacomizietta. 🙂

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        • minty77 says :

          Continuo a credere che il signor Cimmino si scagli contro un canone scolastico che non è più, o è ancora solo in parte. Io il Porta a scuola l’ho fatto (come un minore, ma l’ho fatto), e all’università mi hanno fatto studiare Leopardi per ogni verso, al dritto, al rovescio, di fianco e in diagonale, in più di un esame (al suo pari, solo Dante).
          Ripeto, o ho avuto insegnanti geni io, o le idee del signor Cimmino non son poi tutta questa originalità… O_o

          Per il resto, pure io mi metto tra i (pochi) estimatori de “I promessi sposi” e di Zeno Cosini (“La coscienza di Zeno” è pallosa a tratti, ma lui, come personaggio, è geniale! XD).
          Dopodiché mi ritiro in un angolo con Il Comizietto a dir male del Verga romanziere (ché quello dei racconti è un po’ più digeribile, imho).
          Per curiosità, di Pirandello che si dice? 😀

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          • Gaia Conventi says :

            Immagino che Cimmino parli da insegnante – insegna alle superiori -, i miei anni al liceo sono stati buoni e meno buoni ma mi ritrovo nella vulgata: 25 anni fa – e 5 seguenti – ho studiato quella roba lì. Poi l’università è faccenda differente, ma certo anche quella va “a fortuna”. Io mi sono dovuta spupazzare De Amicis in un esame di Pedagogia, mi capitasse adesso mi ribalterei come una cimice e chiederei d’essere graziata.

            *Di Pirandello si dice bene.

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  5. newwhitebear says :

    Il signor Cimmino manco lo conosco ma non importa. Non so quale scuola abbia frequentato quel sior ma al liceo, è vero sia pur datato nel tempo, Manzoni era il terminale finale con qualche spruzzo di primi novecento, leggesi D’Annunzio, pallone gonfiato e ampolloso, Carducci e Pascoli, patetici, e Verga, insopportabile. Poi per il resto nebbia, Se degli autori del novecento so qualcosa, è perché me li sono letti per conto mio e non filtrati attraverso i prof d’italiano.
    Concordo con chi prima di me ha parlato di Manzoni solo come esempio linguistico grammaticale. Se poi lo odiamo, i motivi sono diversi, esattamente come Dante e la sua Divina Commedia.
    Dire che del novecento, mi pare d’aver intuito ma non avendolo letto posso prendere una cantonata, si possa fare un falò, tipo quello della notte dell’epifania, mi sembra sbrigativo e da ignoranti (nel senso etimologico della parola) semplicemente per vendere un chilo di carta. In mezzo a tanto ciarpame c’è anche qualcosa di buono. Di Montale si dovrebbe avere l’accortezza di leggere tutto, scartando, e lo scarto supera il buono, quello che non va. Però quel poco che si salva è ottimo. Ovviamente lo stesso discorso si potrebbe reiterare per tutti. Comunque dubito che il sior Cimmino abbia letto tutti gli autori del 900, perché non solo avrebbe i capelli bianchi candidi, come me, ma sarebbe rimasto a metà del guado e il volumazzo non avrebbe visto la luce.
    Se invece è un modo ironico per parlare male di autori dei quali non condivide spirito e ispirazione politica, allora va bene.
    Con la pancia piena di uova (di cioccolata fondente) e colomba, e poco sobrio per il vino chiedo venia per la logorroica risposta.

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    • Gaia Conventi says :

      Dalla quarta: «Marco Cimmino è nato a Bergamo nel 1960. Laureato in storia medievale, ha al suo attivo numerosi saggi di storia militare. Insegnante di scuola superiore, alterna da sempre la professione alla ricerca e a un’intensa attività di conferenziere».

      Non vorrei aver dato l’idea dell’operazione markettara, non è un libro che dice male di tutti. Dice male di molti, questo sì, ma dice poi bene di altri.
      E non così, a caso. Probabilmente la mia recensione non rende l’idea.

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      • newwhitebear says :

        Come ho precisato in più punti posso aver preso una cantonata non avendo letto l’opera. Mi sono limitato a prendere spunto da alcuni tuoi passi. Di alcuni autori del 900 ho letto tutto, quindi posso dire ciò che, secondo i miei gusti assolutamente soggettivi, quello che ritengo buono e quello no. Tanto per esemplificare di Calvino salvo le prime produzion, in particolare Il visconte dimezzato e il barone rampante – Il cavaliere inesistente lo colloco molto al si sotto, e le cosmicomiche. Per contro di Calvino è più noto per le opere post sessanta, che invece le ritengo involute e astratte. Se di Calvino mi baso su queste e dico peste e corna, ho ragione ma di sicuro non rendo il dovuto merito allo scrittore.
        Della coscienza di Zeno ammetto di non essere mai riuscito andare oltre a pagina 10, esattamente come per le opere di Joyce. Sarà una mia limitazione ma cerco di essere obiettivo nei miei giudizi.

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        • Gaia Conventi says :

          Eh, ma io sono certa che la mia recensione non renda la complessità del libro in questione. Ecco perché l’ho fatto presente. 😀

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        • minty77 says :

          E dire che della Trilogia degli Antenati “Il cavaliere inesistente” è il mio preferito! “Il visconte dimezzato” mi è piaciucchiato, mentre odio cordialmente “Il barone rampante”, da sempre (e una rilettura in età adulta non ha giovato a cambiar parere).
          Comunque a me le sue opere “astratte” non dispiacciono. Il divertimento sta proprio nel gioco intellettuale e tecnico che dispiegano ^^

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          • newwhitebear says :

            Lo cosidette opere astratte sono troppo astratte per i mie3i gusti. Le prime, invece, sono ironiche e taglienti e mettono alla berlina un mondo che non accetta le trasformazioni.
            Comunque sono ovviamente opinioni personali che dimostrano come esaltare o abbattare un’opera è sempre legata a una visione soggettiva.

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    • Marco Cimmino says :

      Egregio, trovandola interessato ai suoi studi giovanili, l’autore le fa pervenire che frequentò, al tempo del Carlo Codega, il liceo classico “Sarpi” di Bergamo e si laureò, negli anni infausti di Bigi e Spinazzola, alla Statale di Milano. Ciò nonostante, gli rimase la voglia di leggere: tant’è che i libri di cui egli straparla nel suo centone se li è letti proprio tutti, da cima a fondo. Quel che il suddetto rimprovera agli insegnanti, anzi, è proprio il commentare opere di cui hanno letto, sì e no, tre pagine d’antologia. Quanto ai capelli, gli piacerebbe averli candidi: per la verità, si accontenterebbe di averli, tout court, quale che ne sia il colore, ma la malasorte decise altrimenti. Essolui ama Gadda ed odia Montale: gli viene istintivo. Ma la prega di non scambiare le sue idiosincrasie, figlie dei nervi e della stizza, per mancate letture: egli lesse, voracemente ed acriticamente, tutto quel che gli passò sotto le mani e gli occhi. Dipoi, anni ed anni di scempiaggini scolastiche, gli diedero colon ipersensibile al vaniloquio ed infinite altre magagne: di qui il suo insopportabile carattere ed il librone che la padrona di casa felicitò delle sue gentilissime parole. La saluta, dunque, l’autore, con viva cordialità, invitandola a tener presente che, si parva licet, anche di Cimmino si dovrebbe aver l’accortezza di leggere tutto, prima di dubitare. Il dubbio è la morte dell’anima, postulava il Loyola. Ed il Cimmino con lui.

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  6. newwhitebear says :

    Non replico al signor Cimmino, perché essendo un ospite rispetto la padrona di casa.

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  7. Gaia Conventi says :

    Ringrazio Marco Cimmino che è passato a trovarci e vi faccio notare una cosa: stiamo commentando questo libro da due giorni e ieri era Pasquetta. Se è vero il detto per cui “bene o male purché se ne parli”, tocca dire che la siora Selmi di Bietti – siora che saluto, siamo amiche su Facebook e presto la vedrò al festival di GialloFerrara… evviva! – ci ha visto giusto quando ha pensato di regalarmi “Il flauto rovescio”. Libro che, come ormai si è capito, non lascia indifferenti. E in Italia una roba così non va mai data per scontata. 😉

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