“La fine dei Greene” di S.S. Van Dine (a cura di Edoardo Ripari).

Sì, lo so, nel titolo del post non ho citato il traduttore… è che proprio non lo trovo. Ho aperto il libro, l’ho girato e voltato ma il nome non salta fuori. Ho anche ribaltato internet, come si farebbe con un cassetto quando il calzino spaiato cerca con urgenza il suo compagno. E niente.

Posso però affermare che gli altri due libri – La fine dei Greene è la coda di un trittico, la terza e ultima puntata, mettiamola così –, stessa casa editrice e stesso curatore, sono stati tradotti da Paola Artioli. Altro non posso dirvi, ma posso aggiungere che non è la prima volta che mi succede di non scovare il nome del traduttore, manco a cercarlo col lumino. Mi era già accaduto con Vite segrete dei grandi artisti, un libro talmente zeppo di refusi che un po’ mi spiego perché il traduttore abbia preferito nascondersi. Può essere successa la stessa cosa anche stavolta? Be’, occorre dire che qui gli errori non sono così macroscopici, ma certo un’attenta rilettura li avrebbe scovati. Diciamo che manca il gusto del congiuntivo e si preferisce risolvere altrimenti, vedo che succede spesso anche nelle versioni italiane dei serial polizieschi americani. Lo vedo e lo sento, ché io – tocca dirlo ancora, davvero devo fare di nuovo ‘sta partaccia? – non leggo libri e non guardo programmi in lingua originale, il mio inglese mi consentirebbe sì e no di ordinare una pizza a Little Italy.

Dicevamo, per quanto l’edizione di Barbera sia curatissima – sovracopertina e copertina riproducono la stessa immagine, una foto assai poetica e parecchio estiva (anche se poi il dramma narrato è assolutamente invernale e con una gran neve), carta setosa, segnalibro in fettuccia, lunga introduzione di Edoardo Ripari –, il testo avrebbe richiesto una revisione. Qualche esempio, tanto per capirci: «Primo, voglio che ci pensa molto attentamente, e mi dice se ha notato […]» (pagina 93), che certo è un refuso ma fa male quanto uno spigolo in un gomito; «[…] Von Blon, che d’inverno sfoggiava stivaletti, indossava sempre dei sandali quando il tempo era cattivo» (pagina 118). Possibile? Magari sì, ma qualche dubbio sulla sanità mentale di Von Blon e sulla tempra dei suoi piedi…
Ancora a pagina 18, un vicino riferisce alla polizia di non aver visto individui sospetti aggirarsi nel quartiere, e può ben dirlo, visto che a quell’ora stava «alla finestra a fumare la sua pipa da letto». Vi prego, ditemi di cosa si tratta, non sono un’esperta in materia. Ma se pure dovesse esistere una “pipa da letto”, me la immagino adatta – adatta come? – a essere fumata stando distesi, non alla finestra. Dunque il quesito rimane, e anzi raddoppia. Ci sono anche problemini di concordanza soggetto-verbo, «La cattiveria delle sue parole impressionarono» (pagina 127), solo per fare un esempio.
Poi, a pagina 125, ci si imbatte in «Notai però che, senza farsi notare […]» e a pagina 151 la signorina Craven si trasforma per un attimo in signorina Crafen, cosa che mette un certo appetito. Ma l’idea della fretta di mandare il libro in stampa credo si palesi al suo meglio nell’errorino di pagina 252: «Anche lui lo parlava [il tedesco, aggiungo io]… quanti bene quanto l’inglese», e questa non è una buccia di banana che possa sfuggire a una rilettura del testo.
Permettetemi infine, poi la mollo qui e vi racconto del romanzo, di chiedermi – o chiedervi, casomai aveste una spiegazione in merito – perché tre dei fratelli Greene hanno conservato i loro nomi di battesimo – Chester, Rex e Ada, la figlia adottiva –, Julie si è vista chiamare Julia, mentre la povera Sybil è diventata Sibella. Perché non Sibilla?, me lo sono domandata per quasi trecento pagine.

Ok, perfetto, dopo avervi scartavetrato gli zebedei con queste lamentele da vecchia zia all’ospizio, tentiamo di dire due parole sul romanzo. In giro lo si nomina tra i migliori in assoluto per quanto riguarda l’età d’oro del giallo. Già vi annunciavo la lunga introduzione di Edoardo Ripari, ebbene, l’ho smollata a metà: interessante, senza dubbio, ma troppo seriosa per i miei gusti. Però, sia detto, ripercorre la vita letteraria di S.S. Van Dine – uno che si è partorito da solo – e rimembra i fasti della golden age.
Erano bei tempi – La fine dei Greene è del 1928 – e i delitti erano elegantissimi, l’autore ci si metteva di buzzo buono a inventare trame genialoidi e improbabili, il lettore veniva sfidato a scovare il bandolo della matassa e il detective era un dandy. E trovarne uno più dandy di Philo Vance non è facile. Simpatico come una professoressa di latino colta da delirio d’onnipotenza, stucchevole come un mignolo alzato sorseggiando il tè, Vance è bravo da tutto, è un figo. Fosse un cocker si direbbe che gli manca solo la parola, in realtà a lui manca qualunque interesse per la gonnella: Philo Vance ha gli appetiti sessuali di una pianta di plastica. E forse questo suo scarso attaccamento alle cose materiali – però mangia e beve solo prelibatezze, ché non è che ci si possa proprio negare tutto, eh? – lo rende la perfetta macchina pensante in grado di piallare qualunque stratagemma delittuoso. Cosa che adesso fa un pochino ridere, adesso che abbiamo letto di tutto e siamo personcine assai più sgamate di quanto non fossero i fan di Van Dine negli anni Trenta.

Però la struttura del giallo è molto curata, assai ragionata, un perfetto Cluedo. Se Philo Vance non la tirasse per le lunghe nelle ultime venti e sbrisga pagine senza mai decidersi a rivelarci la soluzione – la perfetta figa di legno che te la promette ma non te la dà –, il romanzo filerebbe via liscio come l’Hispano-Souza con cui Vance sfreccia per le strade di New York, addirittura ai «quaranta/cinquanta chilometri orari» (pagina 258) per fermare la giostra degli ammazzamenti in famiglia.
Un romanzo dove crepano in tanti – Dieci piccoli indiani è del ’39, metti che l’Agatha avesse letto Van Dine – e dove il colpevole è lì, tra loro. Occorre stanarlo prima che faccia piazza pulita dei Greene.

Non dico di metterci il bollino blu di Giramenti, ma La fine dei Greene resta un classico, e il classico si abbina sempre bene.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

25 responses to ““La fine dei Greene” di S.S. Van Dine (a cura di Edoardo Ripari).”

  1. dag68 says :

    Ciao, Gaia!
    Il pignuolo in me non ha potuto fare a meno di cercare di approfondire, ma con scarsi risultati. La traduzione che citi non è nessuna delle due che ho io in altre edizioni (pensavo a possibili riciclaggi), e sembra la più infelice delle tre, almeno nei passi incriminati. La “pipa da letto” è una semplice “bedtime pipe”, cioè una fumatina che quel tale faceva prima di coricarsi.
    I sandali sono più curiosi; il testo inglese (http://gutenberg.net.au/ebooks06/0606351.txt) dice effettivamente «Doctor Von Blon, who affected gaiters in winter, always wore rubber sandals during stormy weather». Delle altre due traduzioni, una lascia i sandali («il dottor Von Blon, che in inverno sfoggiava le ghette, in caso di maltempo portava sempre sandali di gomma», trad. di Pietro Ferrari, l’Unità/Mondadori) e l’altra, molto tagliata fin dai primi capoversi, si cava d’impaccio tagliuzzando allegramente anche qui («il dottor Von Blon non portava soprascarpe di gomma», trad. di N.N. in un’edizione Mondadori a cura di Marco Polillo).
    Tanto si doveva per pignoleria congenita,
    Daniele

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    • Gaia Conventi says :

      Ehilà, ciao Daniele!
      Grazie, adesso ne sappiamo un po’ di più. Almeno mi sono tolta il dubbio su ‘sta pipa da letto! 😀

      Grazie per l’aiuto, buona giornata!

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  2. carlotta says :

    Sono d’accordo anch’io che “La fine dei Greene” sia un gran bel giallo. La prima volta l’ho letto quando ero una ragazzina e ti posso assicurare che la giovane e (apparentemente) stizzosissima rampolla dei Greene si chiamava all’italiana “Sibilla”. La mia ipotesi è che nel testo originale la poveretta si chiami proprio Sibella ( da pronucniarsi Sibilla, ovvio) e che il traduttore da te così affannosamente cercato ( per prenderlo a legnate, spero o almeno per mandarlo a scuola d’italiano) voglia fare il figo.
    Un’altra cosa. E’ vero, Philo Vance è il più insopportabile degli investigatori dei gialli e poi si tira sempre appresso il muto e apparentemente inutile Van Dine… però ti posso assicurare in base a una mia antica lettura che in un romanzo ( forse degli ultimi) Philo, la pianta di plastica, si innamora. Naturalmente non ne fa niente, dicendo alla sua giovane ( e bellissima) innamorata che una storia fra di loro non è possibile perchè lei finirebbe “per odiare tutti i suoi interessi”.
    Non mi ricordo, ripeto, di che romanzo si tratti. Forse qualcuno dei commentatori lo sa?

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  3. Daniele says :

    Io non sono mai stato tagliato, per risolvere i gialli: nemmeno quelli della Fletcher – tranne uno, con l’assassino che era un cojone e ha lasciato un segno sul collo della vittima col suo anello, dotato di un rubino piramidale che si notava dallo spazio XD
    I tempi del mio flirt adolescenziale col giallo sono lontani, ma non ricordo se io abbia mai letto qualcosa di Van Dine.

    Un po’ di fuori tema: gialli riderecci, se non l’hai ancora visto, ti consiglio un vecchio film, “Invito a cena con delitto”, in cui le parodie di investigatori famosi si ritrovano alle prese con un’infilata di cliché mica male (la tetra casa isolata dalla pioggia, cadaveri scomparsi, spiegazioni improbabili, assistenti sfigatissimi e altro ancora).
    Se ti capita la possibilità, prova a guardarlo: non conosco i tuoi gusti in merito ed è un film anzianotto, ma a me ha fatto morire XD

    PS: ho già provato a scrivere un commento del genere, ma ho avuto un calo di connessione. Se ti ritrovi entrambi i commenti, bruciane uno a tua scelta 😛

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    • Gaia Conventi says :

      Il film che mi consigli sono certa d’averlo visto, ma ho la memoria di un elefante con problemi di memoria. Dunque cerco il film e lo guardo nuovamente, magari prendo pure appunti. 😉
      La faccenda dell’anello dell’assassino salta fuori spesso, io non porto nemmeno la fede – ho la scusa delle dita che si gonfiano col caldo, poi ho la scusa che d’inverno porto i guanti… – e non per sembrare single. Ma sono pure quella che conserva i tagliandi dei parcheggi per avere un alibi… 😀

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      • minty77 says :

        Ma sono pure quella che conserva i tagliandi dei parcheggi per avere un alibi…

        Credevo di essere l’unica a farlo… O_O O_O O_O

        Venendo a Philo Vance, io l’ho conosciuto (letterariamente parlando 😛 ) al liceo. Diciamo quasi sempre male della Newton Compton, ma fra le sue iniziative degli anni ’90 ci fu anche la collana da edicola de “Il giallo economico classico”, che io divorai per anni, interamente, facendo la conoscenza di un sacco di scrittori interessanti (fino a lì mi ero letta solo il canone di Sherlock Holmes e qualcosa della Christie). Almeno finché non mi stufai del fatto che, dopo un po’, un romanzo su due delle uscite fosse di Edgar Wallace (ma quanto ha scritto quell’uomo?!), autore con cui ho scoperto di non avere un gran feeling, ciclo die Giusti a parte…

        Dicevamo di S.S. Van Dine. Il suo primo che lessi, “L’enigma dell’alfiere”, mi piacque moltissimo, e poi comprai tutti i successivi (a scorrere l’elenco dei suoi romanzi su Wikipedia, mi sa che li ho letti tutti, o quasi). Ho un debole per il dandy Philo Vance, lo ammetto, e poi i suoi enigmi erano così nerd – sempre letterariamente parlando -, tirando in ballo emuli di Robin Hood, statuine egizie, maledizioni, draghi, ecc. 😀
        “La fine dei Greene”, lo ammetto, ai tempi fu uno di quelli che mi ‘prese’ meno, non ricordo bene perché, ma nei meandri dei miei neuroni gli associo una sensazione di noia, purtroppo. Boh.

        Ora, volendo fare la brava commentatrice di “Giramenti”, dovrei andare a recuperare la mia copia de “La fine dei Greene” e dirti chi l’aveva tradotta per la NC e cosa c’era scritto nei punti incerti da te indicati. Solo che per farlo dovrei arrampicarmi fino allo scaffale alto della libreria con la scaletta, rimuovere quattro strati di manga e uno di “Gialli Mondadori per Ragazzi”, e poi, forse… Ehm… Vi offendete se lascio il mondo come sta e ci teniamo la curiosità? 😛

        (Comunque, apprendo dalla pagina di Wikipedia su S.S. Van Dine che era un allevatore di terrier scozzesi. Ergo, potrà pure essere stato un drogato e un dissoluto, ma secondo me un uomo che si appassioni a quei cagnolini buffissimi lì, non può essere davvero del tutto cattivo 😀 )

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        • Gaia Conventi says :

          Credevo di essere l’unica a farlo… O_O O_O O_O

          Non ti preoccupare, ho già chiesto una camera per due. Imbottita. 😉

          Noi della Newton diciamo male quando se lo merita, la collana di cui dici me la ricordo bene e con piacere. Ho visto che tra i libri donati al BookCrossing di GialloFerrara spuntano anche i gialli economici classici di NC. Fa sempre piacere rivederli (e ritrovarli, visto che li libereremo durante il festival). 😀
          Non darti pena di cercare la tua copia dei Greene, prima o poi i volumi saltano fuori da soli (qualche volta tentano anche di ammazzare lettori, cadendo dalle mensole più in alto… rischio che sto correndo coi libri del BC: speriamo arrivi presto luglio perché li sto accatastando in velocità, e la velocità unita ai libri scatena slavine libresche!).

          P.S. adoooorooo i terrier scozzesi, hanno la mia tessa capigliatura. 😀

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  4. newwhitebear says :

    Philo Vance l’ho conosciuto tramite i gialli omnibus di Mondadori, quelli curati da Polillo, se non ricordo male – parlo di quasi cinquant’anni fa 😦 – Quei volumi don la opertina rigida telata. Philo aveva il colore verde. Di Van Dine ho letto tutti i gialli, compreso “La fine dei Greene”. Hai ragione che i suoi finali sono di quanto più involuto che ci siano. Però la scrittura tiene avvinto il lettore.
    Non sapevo che Polillo avesse pubblicato come editore questo e altri di Van Dine – il traduttore è lo stesso dei gialli Mondadori –
    Comunque la traduzione non sarà stata perfetta ma è sicuramente molto migliore di quelle proposte dagli editori successivi.
    Confermo che nel testo inglese compare il nome di Sibella, come figlia minore dei Green
    Riporto il testo inglese
    ‘Then there are–or rather were–five children: the oldest, Julia; next, Chester; then another daughter, Sibella, a few years under thirty,’
    che tradotto – da me – suona così Allora ci sono – o piuttosto c’erano – cinque ragazzi: la più vecchia Julia, poi Chester e infine l’altra figlia Sibella, alcuni anni sotto i trenta.

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    • minty77 says :

      Confermo che nel testo inglese compare il nome di Sibella

      Ma, in effetti, in inglese il nome Sibelle (e varianti) esiste, anche se poco usato. Forse in italiano lo hanno lasciato come variante di Sabella – portato agli onori da Tina Pica 😀 -, anche se l’origine dei due nomi è diversa (uno viene da Sibilla, l’altro da Isabella). Comunque vengono spesso accomunati, e calcolando la Tina Pica di cui sopra e la sua ‘nonna Sabella’, non trovo strano che in italiano non l’abbiano ‘normalizzato’ ^^

      ***http://www.thinkbabynames.com/meaning/0/Sibelle
      ***http://www.thinkbabynames.com/meaning/0/Sabelle

      Ad ogni modo, pare che qui tutti si sia letto Philo Vance e lo si apprezzi. Fondiamo un club? 😀

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    • Gaia Conventi says :

      Mi sa che quel Sibella è stato variato in più occasioni.

      greene

      In questa immagine, presa dalla mia copia, la siurina ha un nome differente. Nome che non compare mai nel testo, nemmeno come nomignolo.
      Insomma, Sibella non ha convinto tutti, nemmeno nella stessa edizione. 😉

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  5. ilcomizietto says :

    Io ho l’edizione de L’Unità/Mondadori, Presentazione di Corrado Augias, Traduzione di Pietro Ferrari. Anche qui Sybil si chiama Sibella. Ti spedisco la copia della prima pagina per vedere se il testo coincide e la traduzione è quella, anche se penso che il grosso del lavoro l’abbia fatto dag68.

    Lo ricordo anche io come un bel romanzo, ma stiamo parlando di quando ero giovane. Molto giovane. Uscivano libri decenti con L’Unità, per dire. 🙂

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  6. Sara says :

    Io di Van Dine ho letto solo “Signori, il gioco è fatto” (anche se l’edizione che ho letto aveva il titolo molto più simile all’originale). Devo ammettere che mi ha fatto passare qualsiasi voglia di leggere altro di questo autore. Me lo ricordo come un giallo molto parlato, dall’atmosfera inesistente.
    Domanda per i fan di Van Dine: avete letto questo libro? Anche a voi non è piaciuto oppure sono io che non sono molto in linea con l’autore? (anche se in futuro potrei riprovare con un suo altro giallo).

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    • Gaia Conventi says :

      Mi dispiace, non l’ho letto, ma certo Van Dine non è un autore d’azione. Ché poi si spiegazza la marsina… 😉

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    • minty77 says :

      Ci ho messo un po’ a capire che parlavi de “Il mistero del casinò”. Sì, l’ho letto. E sì, come con quello sui Greene, vi associo un ricordo di noia, aggravato dal fatto che già le ambientazioni in stile casa da gioco mi piacciono poco.
      C’è caso tu sia incappata in un romanzo di Van Dine un po’ sotto tono (posto, come dice Gaia, che sempre di “giallo classico in interni con dandy” stiamo parlando…). Provane un’altro, magari. Io ‘sto roba l’ho letta circa 20 anni fa, ho ricordi nebulosi: “L’enigma dell’alfiere” mi piacque molto, come ho detto; de “Il caso Gracie Allen” ricordo una co-protagonista simpatica; ne “La dea della vendetta” c’è il condimento dell’archeologia egizia; ne “Il caso del terrier scozzese (si diceva :D) ci sono ceramiche cinesi e il delitto nella stanza chiusa… Prova altro, se ti va, prima di condannare Van Dine per sempre ^^

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      • Sara says :

        Sì, era proprio “Il mistero del casino”, non so perchè su wikipedia non c’è quel titolo ma l’altro. Boh. Ne proverò un altro tra quelli che hai citato, sembrano più interessanti. E poi deciderò se condannare definitivamente Van Dine! Grazie per le info.

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  7. Sara says :

    Ho riprovato con Van Dine. Ho letto “La dea della vendetta”, niente da fare, l’ho trovato alquanto palloso. Meglio di quell’altro del casinò ma comunque troppo piatto e statico. Praticamente dopo mezzo romanzo, Vance e i poliziotti sono ancora nella stanza dell’omicidio che discutono. Succede pochissimo, i personaggi sono ben poco interessanti, a livello di telefilm della Fletcher; mi sono trascinata con la lettura fino alla fine e non mi interessava neanche chi fosse il colpevole.
    Probabilmente di fondo non mi piacciono i romanzi dove il delitto si svolge in una casa e l’indagine è tutta basata sugli spostamenti dei sospettati all’interno della casa. Apparentemente tutti possono fare di tutto inosservati, in queste megavillone dalle mille stanze.
    Poi Philo Vance veramente spocchioso, si mette a parlare di dinastie dell’antico Egitto, conosce i geroglifici meglio di Champollion, sa dell’esistenza di occulte pergamene…ma dai.
    Anche in qualche romanzo di Agatha Christie l’indagine si svolge in questo modo ma non mi viene in mente nessuno dei suoi che sia così misero di eventi. Forse “La domatrice”.
    Io consiglierei la lettura dei gialli di Fredric Brown, avvincentissimi “Tutto in una notte”, “Uno strano cliente”, “il bicchiere della staffa”; ma anche altri molto belli.

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