“Crimini” a cura di Giancarlo De Cataldo.

Di un libro puoi dire bene, di un libro puoi dire male. Poi ti imbatti in una antologia e puoi fare entrambe le cose. Tutto sommato una bella fortuna, ora però mi tocca decidere se ficcarla tra i “Libri sì” o i “Libri no”. Scelgo di metterla tra i potabili per la sghignazzata iniziale, mia, assolutamente mia, e devo ringraziare il curatore Giancarlo De Cataldo che nella nota mi fa presente che i noiristi italiani «hanno percorso la propria strada ciascuno in perfetta autonomia e senza pagare dazio a scuole, accademie e conventicole letterarie che dir si voglia». Come barzelletta è seconda solo a “La legge è uguale per tutti”.

Mica che io voglia smentire De Cataldo, eh? Semplicemente faccio notare che giallisti, noiristi e altri “isti” fanno comunella, sempre. I giallisti di, segue città. I noiristi amici di, segue nome di un noirista di lungo corso. Gli scrittori di, segue nome di un premio – non importa vincerlo, basta partecipare (la relativa antologia certifica il tutto). E in questo non c’è niente di male, l’uomo tende per sua natura a vivere in gruppo. Siamo bestie che amano la compagnia, quando scriviamo l’amiamo per dovere o per piacere. Gli idraulici non sono tenuti a frequentarsi, gli scrittori sì. Questo potrebbe spiegare perché la storia è piena di romanzieri suicidi e idraulici felicemente pensionati.

Ma vediamo di raccontare cosa arriva dopo la battutona di De Cataldo, partendo dal racconto di Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini. Non sapessi chi sono, avrei detto che questo è il lavoretto di due tramisti di Yahoo Answers: «Bocchi estroflesse un braccio, tastò il pavimento alla ricerca del cordless e lo afferrò emettendo un dittongo gutturale che poteva essere scambiato per un sostantivo celtico ma che voleva essere un semplice pronto». E siamo soltanto all’inizio della vicenda, una storia dove saltano fuori: un «tavolinetto di Gae Aulenti», dei «mocassini di Ferragamo», un «maglioncino di cotone Ralph Lauren», un «completo fresco di lana Comme des Garçons» e lì accanto un «Rolex», una «Jaguar» e via andare. Così ho sintetizzato il tutto, con una nota a matita nella sguardia bianca che mette fine alla lista della spesa: Chirurgo cocainomane nasconde un chilo di roba nella tetta di un’attrice. Si tenta di dare un senso alla boiata facendo i simpatici. Resta una boiata poco simpatica.

Per fortuna il racconto successivo – di Massimo Carlotto – è migliore. Non bellissimo, non strepitoso, ma dopo la vicenda tramistica narrata da Ammaniti e Manzini tutto pare bello. Anche una colica. Il racconto di Carlotto è meno pretenzioso in fatto d’abbigliamento: «L’ispettore Giulio Campagna si sentiva ridicolo con quella camicia a fiori, i jeans strappati e le scarpe da ginnastica sfondate». Andiamo già meglio. Vi faccio notare che anche qui, come qui, c’è una Gaia tra i protagonisti. Per fortuna in questo caso non è Gaia Convento.
Dopo Carlotto arriva Diego De Silva con un racconto davvero buono. Straordinario nella sua ambientazione ordinaria e dimessa, ben scritto e con poche pippe. Bello, davvero.

A seguire il povero Faletti – dei morti si dice quasi sempre bene – con un lavorino che, a differenza di Ammaniti, si limita a citare la Volkswagen. Come è tipico dello stile falettiano, i tentativi di darsi un tono procurano questi risultati: «Mi avvicinai lentamente a Manzani che mi guardava con crescente preoccupazione. Probabilmente nelle mutande non aveva un paio di palle ma solo la Polaroid di un paio di palle, attaccata con una puntina da disegno». Un tantino indigeste anche le trovate ggiovani come il «mini-attico con vista sui tetti, skannatoio very ok», manca solo il bel giumbotto. O la «vista sherlockholmica». Il risultato è un racconto neanche troppo brutto, ma è come il chewingum: va masticato e sputato prima che sappia di rancido.

Poco più in là troviamo Sandrone Dazieri: l’idea è buona, mi rimane più di un dubbio su quel «burocratichese» di pagina 201. Il classico burocratese poteva bastare. Arriviamo quindi ad Andrea Camilleri, tiene benino ma mi casca sul finale. Ammetto d’apprezzare poco Camilleri, dopo Il tuttomio è dura ripigliarsi.
Per fortuna va meglio – molto meglio – col racconto di Marcello Fois. Italianissimo e fatto in casa, come le tagliatelle. Senza spot e grandi firme, senza battute da varietà. Non è male nemmeno il racconto di Giancarlo De Cataldo ma c’è un buonismo di fondo che mi disturba. In un noir i buoni sentimenti andrebbero aboliti, se decidi di gambizzare Banderas non può essere per vendicare i biscotti di nonna, spero d’aver reso l’idea.
Si finisce in bellezza con un Carlo Lucarelli che quel giorno era in vena, non succede sempre. Qui, invece, il tocco del maestro si nota. E quando si nota… Lucarelli diventa l’asso pigliatutto.

*Il libro va nel BookCrossing di GialloFerrara, lo ritroverete da qualche parte a Ferrara durante i tre giorni del festival (dal 10 al 12 luglio).

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

10 responses to ““Crimini” a cura di Giancarlo De Cataldo.”

  1. ilcomizietto says :

    Prima di suicidarti, però, pensa a cambiare hobby. C’è sempre il giardinaggio, eh! 🙂

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  2. minty77 says :

    Come barzelletta è seconda solo a “La legge è uguale per tutti”.

    Del resto De Cataldo è magistrato, e di certe ironie se ne intenderà sicuro 😛

    A quelle antologie noir Einaudi (e non solo Einaudi) tendo a non avvicinarmi neanche col proverbiale bastoncino, ché tutto lo spolvero di italiche glorie scrittorie mi mette paura (paura della sòla, cioè).

    Lo stralcio del racconto di Ammanniti & Co. è agghiacciante, raccoglie tutto ciò che mi dà schifo nella letteratura (?) contemporanea. Invece, ti dirò, la faccenda di Faletti e la polaroid mi diverte, anche se fa tanto ‘gallo e ganzo’. Ho letto un romanzo di Faletti e onestamente la prosa non mi infastidiva molto (la trama sì). Solo che poi “very ok” e “sherlockholmica” non si possono sentire! -__-

    Un libro che se anche lo incontrassi per Ferrara, lascerei lì, sono onesta 😛

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  3. Daniele says :

    XD La parte con “estroflesse il braccio” è tremenda, mi spiace dirlo: se quei due parlano come mangiano, vuol dire che mangiano con le posate giù per l’esofago e masticano con le palpebre! Mi ricordano i fenomeni para-linguistici dell’Accademia dei cinque cereali, un sito che raccoglie gli strafalcioni ripetuti dagli utenti di un noto sito di gioco di ruolo online ^__^
    Bello anche lo spottone sulle marche: ok, hai deciso di scrivere una storia ambientata nel mondo reale e i marchi registrati ne fanno parte, ma citarli tutti è un po’ troppo…

    Per il resto, la battuta ottimistica iniziale (se la considerazione sull’indipendenza artistica dei noiristi italiani non è sarcasmo, è involontariamente comica!) è superata solo dai tuoi commenti XD

    Il problema con le antologie è sempre il livello altalenante da un racconto all’altro. Ed è un problema anche per recensirle: risaltano solo i racconti stroncati ^ ^

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    • Gaia Conventi says :

      Il primo racconto è tremendo, roba così non la si perdona nemmeno ai tramisti. È sfacciatamente brutto e fiero d’esserlo, questa è la mia personalissima conclusione.

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  4. Dario Russo says :

    Cara Gaia, trovo molto interessante il tuo appunto sui brand. Quando lessi America Psycho, pensai che si trattava di un modo eccezionale per descrivere le persone vuote dell’inverso yuppie. Pensi che Ammaniti si rifaccia a Easton Ellis? Oppure è uan tendenza che hai ritrovato in tutti i gialli e noir recenti? Poiché non sono un lettore di quel genere letterario, non me ne intendo e mi piacerebbe usufruire della tua esperienza. Un caro saluto.

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    • Gaia Conventi says :

      Ciao Dario, credo che il brand non sia solo e sempre dei gialli, e qualche volta il brand ci sta. Ci sta bene, intendo. Poi ci sono gli affezionati, ricordo un Faletti sedotto dalle marche automobilistiche, tanto da citare marca e modello con relative caratteristiche tecniche.
      Per quanto riguarda Ammaniti, non lo leggevo da tempo. Più o meno da quando Ammaniti ha cominciato a scrivere in “stile Ammaniti” interpretando Ammaniti, cosa successa anche a Faletti, a dirla tutta. Perciò può essere che mi sia persa qualcosa per strada.
      In realtà il brand non mi fa né caldo né freddo, diciamo che lo si nota parecchio in un racconto: la brevità lo condensa e lo rende pesante da digerire. Ma, ehi, è solo un parere di lettore.

      Ricambio il saluto 🙂

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  5. Andrea says :

    Gentile Gaia Buon giorno.
    Reduce, e mai questa parola mi è sembrata più appropriata, reduce dunque da quattro giorni di Salone torinese, non posso che confermare; gli scrittori, gli aspiranti scrittori, i presunti scrittori si aggrumano come la besciamella, puoi frullare fin che vuoi ma loro riescono e formare quei fastidiossimi grumi anche nel bel mezzo di una folla… folle e cianciante. E si fotografano e si fanno fotografare. Tra loro però ho scoperto piccoli blogger, giovani ragazzi e ragazze, che con eroismo degno di ben altra causa hanno attraversato l’Italia per registrare ogni fasitdioso miagolìo del vate di turno. Piccoli eroi sinceri quei ragazzi, alcuni mi hanno comosso. Un mondo che non conoscevo per niente ma che mi ha fatto piacere scoprire.
    Ecco, le antologie mi procurano lo stesso incomodo al palato dei grumi della besciamella. In casa ne coservo alcune di antologie, ne amo una sola: “La ricerca delle radici” di Primo Levi. Va bene, va bene, era solo un modo per ricordare il grande Torinese così dimenticato al Salone e nella sua città. Felice per Lucarelli.
    Un carissimo saluto a lei. Andrea

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    • Gaia Conventi says :

      Andrea, buongiorno! 🙂
      Stavolta ho saltato il Salone, e non me ne sono pentita. L’ho seguito su Facebook grazie alle foto e ai commenti di Alberto Forni, che fa sempre un ottimo lavoro. Sono troppo vecchia – disincantata, magari? – per cogliere nel Salone una qualche opportunità di contatto, di lancio, di amicizia editoriale spendibile. E poi non sono mai stata il tipo, quando vado al Salone lo faccio per ritrovare amici di blog e di social. Non mi siedo nemmeno alle presentazioni, anche perché per tenermi ferma dieci minuti bisognerebbe sedarmi.

      Non mi vedo spesso con gente che scrive, preferisco ritrovarmi assieme a gente che legge. 😉

      Un caro saluto

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