“Quando le donne aprono le danze” di Elmore Leonard (trad. Ottavio Fatica).

Forse la parte del “non amo particolarmente i racconti” la potrei saltare, ma poi qualcuno si chiederebbe perché li leggo se non li apprezzo. Be’, è semplice: mi piace Elmore Leonard. E con questa pregevole scoperta dell’acqua calda spero d’aver risolto ogni dubbio. O, mal che vada, avrò contribuito al vostro pediluvio.

Nel libercolo troviamo racconti più o meno corposi, vado a elencarli citando le note a matita che ho messo alla fine d’ognuno. Occorre sempre farlo, per poi fingere una memoria strepitosa.
In Scintille la personaggia principale – e così facciamo contenta la Boldrini – ricorda parecchio Mia Wallace – Uma Thurman col memorabile caschetto nero – di Pulp Fiction. Con questo racconto il buon Elmore si porta a casa un “carino ma può fare di meglio”.
A seguire abbiamo Al Buena Vista si tira a campare, testo breve se non brevissimo, ironico e con un gusto tutto suo per l’umorismo macabro. L’ho apprezzato, è un bel confetto.
Charlie Hoke «Chicasaw», invece, non ha né capo né coda, ha pure un finale aperto. Secondo me Leonard s’era rotto i coglioni e ha deciso di piantarla lì. Avete presente quando una faccenda non riesce al primo colpo e mettendoci una pezza si peggiora la situazione? Ecco, qualcosa del genere: meglio levare il disturbo dato che il racconto non lo si recuperava nemmeno con una sparatoria in tutù tra i cactus. E se l’ho capito io, figuriamoci se non l’ha capito Elmore Leonard.

E poi arriva Quando le donne aprono le danze, che dà il titolo pure al libro, un racconto spettacolare. Però c’è un però: «qualcun’altra» si scrive così – a pagina 47 – ma «qualcun’altro» – cinque righe più in basso – non si scrive in ‘sta maniera qui. E, per carità, capisco sia scappato… ma adesso ci ritroveremo i tramisti di Yahoo Answers a citare questo libro tutte le volte che gli si fa notare l’errore.

Insomma, un errore d’editing che pagheremo carissimo. Da qui all’eternità. Qualcuno lo dica a Einaudi, è il caso che si sentano un tantino in colpa.

Fuoco in buca è un racconto parecchio più lungo e narra le gesta di Raylan Givens – comincio a dirmi che ogni puntata del filone si somiglia, colpa mia che faccio ‘ste quasi recensioni e le cose le noto –, ovviamente è un “mi ricorda qualcosa di già letto” che si salva grazie ai dialoghi. Nessuno li scrive bene quanto Elmore Leonard. Se qualcuno tra i presenti intende mettere mano a un manoscritto e tirarne fuori qualcosa dai dialoghi credibili, legga la produzione di Leonard. Davvero, non c’è consiglio migliore da poter dare.

In Karen e Carl ritroviamo la Karen Sisco di Out of sight – che abbiamo recensito qui. Il racconto non è male, ma Elmore Leonard quando si impegna riesce a scrivere ben altri capolavori. Cosa che gli riesce con La donna apache – Wiki mi dice che è un lavoro del 1982 –, dove l’animo western di Leonard è in gran spolvero. E poi niente, l’uomo mi si spegne su quello che dovrebbe essere il gran finale: Tenkiller, un racconto lungo – che pare tirato come un chewingum – con Ben Webster, e anche lui ha un suo filone all’interno della produzione di Elmore Leonard.

Quindi, a conti fatti, la raccolta non è da buttare e si lascia leggere senza sbadigli. Stiamo pur sempre parlando di Elmore Leonard, ecchecavolo!

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

6 responses to ““Quando le donne aprono le danze” di Elmore Leonard (trad. Ottavio Fatica).”

  1. Andrea says :

    Gentile Gaia buon giorno
    Lieto che le piaccia Torino la città meno amata dai suoi abitanti, adorata invece, da chi capita di incontrarla da straniero; ho trascorso laggiù alcuni tra gli anni più turbolenti e fruttuosi della mia vita e ogni volta che ci torno mi sembra quasi di ritrovarmeli intatti. Il Museo Egizio era proprio questo, una vecchia nave di legno e ottone dove ritrovavo i miei vent’anni ora invece è altro, pazienza.
    Ma, mi sa dire lei gentile Gaia, perché agli scrittori piace scrivere racconti e ai lettori non piace leggerli? Io, se dovessi mai scrivere qualcosa, scriverei solo racconti, mi eviterei pagine di parole inutili che servono per far star in piedi un romanzo; ecco a me i racconti piacciono ma so di essere una mosca bianchiccia.
    Un carissimo saluto e spero di non perderla in autunno.
    Andrea

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    • Gaia Conventi says :

      Andrea, che piacere risentirla!

      Le dirò, Torino mi piace proprio tanto, e mi piace la cortesia torinese. Io ricambio col buonumore emiliano, che a Torino fa sempre colpo. 😉
      Temo che il “nuovo” Museo Egizio non sarà di suo gradimento, ma mi faccia sapere in caso andasse a darci una sbirciata. Sono curiosa d’avere il suo parere.

      E veniamo ai racconti, e io qualcuno ne ho scritto, si comincia tutti così. L’idea è che scrivere un racconto sia più semplice: è breve, grossi danni non si fanno. In realtà, dopo aver scritto pure qualche romanzo, le confesso che tornare alla forma breve mi è ostico: sono una gran chiacchierona, nel romanzo posso dar seguito a questa mia indole. Ma nel racconto no, nel racconto la fuffa si vede tutta. Non c’è scampo.
      Immagino esistano migliaia di ottime regole per scrivere un buon racconto, io ho sempre usato il buonsenso e preferito le storie che si concludono. Magari riservando al finale una particolare attenzione, come è normale quando si scrivono racconti gialli e noir. Non avendo la pazienza per frequentare un corso di scrittura – ero un pessimo elemento anche a scuola, un cavallo pazzo difficile da sempre… – non so come spieghino un concetto che, da lettore, mi sembra assai evidente: raccontami qualcosa che abbia un inizio e una fine, nel mezzo non ci infilare roba che non serve, non tenerla lunga con le chiaviche e fammi vivere i fatti. Stop.
      Ecco perché, a mio modestissimo parere, il romanzo risulta alla fin fine più semplice da stendere. Certo ci vuole più tempo, certo occorrono storie parallele, ma almeno manca l’ansia da “brivido breve”.
      E il lettore, perché non ama i racconti? Magari non è abituato a vederseli proporre, magari è sempre incappato in autori dal “racconto spento”, o vuoi mai che preferisca un romanzo perché ha più tempo per affezionarsi ai personaggi… Non saprei. Per quanto mi riguarda, è così raro trovare un ottimo racconto che parto sempre dal presupposto di non trovarlo. Colpa mia, pessimista col sorriso. 😀

      Vedrà, ci ritroveremo in autunno.

      Sempre lieta di leggerla! 🙂

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      • Andrea says :

        Gentile Gaia
        Il museo egizio l’ho visto lo scorso anno, era ancora in fase allestimento, ma quello che vedevo mi dava esattamente l’impressione del tempo che passa, della fine di un secolo crudele, il ‘900, ma che aveva anche le sue ragioni magari solo ereditate dal secolo prima quando l’umanità credeva ancora di andare incontro ad un miglioramento senza fine sino a diventare angeli. Così non è stato siamo rimasti dei pessimi soggetti e oggi smantellare quell’eredità sembra sia diventato un dovere in ogni campo. Ecco ho l’impressione che i vetri riflettano il nulla, quel museo era il mondo forse un po’ triste di un’Italia per bene, piccola e borghese, forse un po’ bigotta ma lontana mille miglia dal rutilante “se po fà”. Quel museo era un inno al lavoro ben fatto punto e basta, oggi è solo una piccola Dysneiland a tema. Come tante altre cose del resto. Ripeto pazienza. Felicissimo di ritrovarla dopo l’estate.
        Un caro saluto Andrea

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        • Gaia Conventi says :

          Caro Andrea, credo lei abbia colpito nel segno: il vecchio museo era un monumento alla ricerca, alla scoperta, e certamente ha visto passare borghesi e borghesucci con l’abito buono, cappellini civettuoli… Ma cambiano i tempi, cambiano i cappelli, siamo cambiati noi. Probabilmente non in meglio. Voglio credere che il museo debba rispecchiare questi nuovi noi che vanno a visitarlo. Il prossimo secolo verranno effettuati altri cambiamenti, qualcuno dirà che nel 2015 eravamo fatti in questa maniera.
          Spesso i “bei tempi andati” ci sembrano belli perché siamo arrivati dopo, a cose concluse. Ma potrei sbagliarmi, in effetti mi succede spesso.

          Un caro saluto

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    • minty77 says :

      Lieto che le piaccia Torino la città meno amata dai suoi abitanti,

      Perché lei, Andrea, non conosce Forlì e i forlivesi… 😉

      (Comunque, a me personalmente leggere racconti piace. Non lo faccio spesso, perché in un racconto le emozioni sono così concentrate ed efficaci – nei racconti belli, s’intende – che poi finisco per vivermele tutte di pancia e d’ansia, e non fa sempre bene. Però poche cose mi affascinano come le raccolte di racconti, in letteratura 🙂 )

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      • Andrea says :

        No non li conosco, ma sono sicuro che mi piacerebbero; se poi amano i racconti mi piacciono ancora di più. Però i nomignoli non mi piacciono come posso iniziare con un “gentile Minty77”, ecco però tenga presente che io ho una certa età e è un’ètà molto incerta per cui mi scuso.
        Ecco, nei racconti la fuffa si vede tutta, dice Gaia, il cielo ha il colore del petrolio a sfioro sopra una pozzanghera, solo se ha davvero quel colore e se è necessario che lo abbia, non se allunga il brodo; chiunque dotato di una minima capacità narrativa lo sa e evita come l’herpes le descrizioni che uccidono tanti romanzi al punto da doverli leggere a pagine alterne, una sì una no. Così cara Minty coltivi con cura le ansie da racconto sono le più belle mi creda.
        un caro saluto Andrea

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