“Depilando Pilar” di Andrea G. Pinketts

Possiamo dirlo un romanzo mutante – ma pure mutande, tutto parte dal condiloma di Lazzaro Santandrea –, un noir atipico, una storia grottesca… in realtà è un “Pinketts col senso della frase a manetta”. Un senso della frase talmente martellante che quando chiudi il libro ti ritrovi a pensare e a parlare in quel modo, se ti fermano i pulotti finisce che ti fanno la prova del palloncino.
In questi giorni, a dirla tutta, ho sentito più volte Pinketts al telefono per via della premiazione di Giallo Ferace, e alla fine la mia testa leggeva il libro dandogli la voce di Pinketts. Sì, insomma, ‘sto libro me lo sono sentito recitare proprio da lui. Più che un audiolibro, un audiopinketts, faccenda che, a raccontarla, i pulotti decidono che il palloncino non basta.

«Io, Lazzaro Santandrea, ex modello, ex pugile, ex maestro di kendo, ex giornalista d’assalto, ex cacciatore di dote e di taglie, ex ereditiero, ex ragazzo prodigio […]. Ex playboy, ex cowboy metropolitano, ex quasi marito di donne che non avevo mai sposato, ex raddrizzatore di torti, ex tortuoso torturatore di dritti. Ex giocatore di poker. Non l’asso degli assi come Jean-Paul Belmondo. Piuttosto l’asso degli ex» (pagina42). Lassù potete sostituire “Lazzaro Santandrea” con “Andrea G. Pinketts”, e il curriculum non avrebbe bisogno di revisioni.

Avendo letto i romanzi precedenti si colgono le tante citazioni di biografia e bibliografia pinkettsiana, senza averli letti resta comunque il piacere d’avventurarsi nei giochi di parole e nei giochi di prestigio che solo Pinketts, solo e soltanto lui, sa cucinare e servire. È un libro nel libro, ne intuisci la creazione e inciampi in Pinketts che inciampa nel suo alter ego, o forse è il contrario. Difficile dire chi sia il personaggio e inutile seguire un filo logico: uno solo sarebbe troppo poco, Pinketts è un autore che ha più punti di vista – simultanei – e più chiavi di lettura. E funzionano tutte, se uno non si perde. Ecco, appunto: se uno non si perde.

Depilando Pilar non va ingurgitato a grandi dosi, sarebbe come voler cenare col tiramisù: stomaca. Depilando Pilar va invece centellinato, lasciato ai momenti migliori della giornata, quelli in cui la mente è ancora in grado di cogliere i fuochi d’artificio à la Pinketts. Ché Pinketts è un artificiere d’artifici, li accende e li spegne a suo piacimento e se non stai attento perdi la bussola in un cruciverba del Mensa.
Non è facile cogliere tutti gli stratagemmi – qui non c’è una riga che non sia studiata, pesata e proposta come niente fosse –, qualche volta ti sfugge il senso del discorso – mai il senso della frase – e ti chiedi dove accidenti si stia andando a parare. Diciamo che occorre dare fiducia al Maestro: se il Grande G. ti ha portato lì è perché lì si deve andare. Ma, appunto, devi credere nel potere smisurato del genio. Se non ci credi, sbuffi. Se non ci credi – e se leggi solo i libercoli dell’autogrill – cominci a dirti che questo libro è solo un guazzabuglio di parole in libertà. Massima libertà di pensarlo, ma tra la mensa e il Mensa c’è la sua bella differenza. Si sopravvive anche pranzando alle macchinette, se proprio abbiamo deciso di campare e basta.

Ora, che io ami Pinketts alla follia è ormai risaputo – mio marito non dice nulla a riguardo, lui ama Pinketts quanto me –, quindi dovete prendere questo parere con le pinze. Qualcuno su anobii dice che in Depilando Pilar il Nostro è andato troppo oltre, spendendosi oltremisura nella nobile arte del senso della frase, o nel dissenso della frase fatta. Per quanto mi riguarda, qui ho trovato il miglior Pinketts – non il migliore in assoluto, quello solo “live” – e mi sono gustata lo show. Certo dovrei dirvi della trama, dei nani killer, dell’assassino gentiluomo vestito da suora… Certo, ma che importa? Non vi sto consigliando questo romanzo per la trama – astrusa, paradossale, da fuori di testa –, vi dico che andrebbe letto perché così, in questa maniera folle e geniale, scrive soltanto Andrea G. Pinketts.

Il senso della frase va provato, almeno una volta.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.
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