Il “no cit.”, il nome del traduttore che piglia spazio e la povertà extra monetaria

Gli uomini invisibili di Bruno Catalano (Milestone Media)

Oggi voglio imparentare due comportamenti – uno facebookiano e uno bloggaro – che credo abbiano la stessa origine: la povertà extra monetaria. Tale ristrettezza è mentale e non deriva in alcun modo da quanti pasti si riescono a consumare in una giornata. Insomma, non è la povertà di chi non mette assieme il pranzo con la cena, è invece il mal campare di chi si appropria di idee altrui – in questo caso si tratta di status su Facebook – o leva i giusti meriti evitando di citare il nome del traduttore in una recensione.

Partiamo da Facebook, un posto pieno di pagine divertenti – be’, dirlo pieno sarebbe esagerare un tantino –, di gente che le segue mettendoci il mi piace e di utenti che scovano lì frasi davvero azzeccate. E le fanno proprie. Così sulla bacheca vedi sfilare gli status di questi gonzi che propongono quei testi al pubblico plaudente, lasciando credere d’averli partoriti grazie alla loro indubbia genialità. Niente cit.
Questi status copiati – ribadiamolo: senza il cit. sono soltanto scopiazzati – raccolgono diversi like e qualche dubbio. I commenti che esprimono perplessità – “Ma ‘sta roba qui mica è tua!” – vengono cancellati alla svelta, o il commentatore viene trattato come il poveretto che augura il buongiorno di lunedì mattina: “Fatti i cazzi tuoi”. Meno grave il caso del cit. senza la zona d’origine: chi stai citando, da dove? Troppo pigro per aggiungerlo?

E questa considerazione sulla pigrizia mi porta dritta dritta alle recensioni che non contemplano il nome del traduttore. La legge obbliga – vedi qui – «gli editori a citare il nome del traduttore in copertina/frontespizio», dunque il buonsenso direbbe che tale pratica dovrebbe essere adottata anche dai giornali, cartacei e online. Qualcuno lo fa, molti altri se ne fregano. Non è che non sappiano che – vedi qui – «Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta». Lo sanno benissimo ma, appunto, se ne sbattono i maroni. In qualche occasione ho visto traduttori far presente tale dimenticanza, qualcuno – nonostante la richiesta fosse legittima – si è visto pigliare a pesci in faccia.

E sui blog che succede? Sui blog libreschi qualcuno cita il traduttore, molti altri non lo fanno. Qualche volta mi sono pure presa la briga di chiederne il motivo e mi sono sentita rispondere nelle maniere più sconfortanti: il nome del traduttore porta via spazio, al lettore del blog non interessa conoscere il nome del traduttore, il nome del traduttore è ininfluente, il nome del traduttore sta già sul libro. Alla fine ho capito che è inutile contattare tizio giornalista, così come è inutile contattare tizio blogger: quel che davvero funziona è uno sputtanamento generale. La condivisione del post fa il resto, ma questo lo lascio al vostro buon cuore.

Dunque, riassumendo: nemmeno Saviano può permettersi di fare copia e incolla senza citare la fonte. Se non può lui, non può nemmeno l’utente dei social. Non lo dice la legge, lo dico io che ‘sta gente la banno al volo. Passi una volta, alla seconda mi insospettisco, alla terza dichiaro che l’utente in questione è affetto da maleducazione spicciola, alla quarta sono certa che il tale sta pigliando per il culo i suoi contatti.

Poi, venendo alla faccenda della mancata citazione del traduttore in post e recensioni – ma sarebbe carino tirarci dentro anche i tanti status Facebook coi pensierini –, se non basta la legge a farvi cambiare registro, se la buona creanza non vi ha mossi a rimediare a questa magagna, se non trovate utile citare il traduttore – «Ogni volta che viene pubblicata la recensione di un’opera tradotta, il primo a sentirsi coinvolto per gli elogi e le critiche è senz’altro il traduttore», vedi qui –, se il sentirvelo dire vi procura fastidio e disagio ma non abbastanza per aggiungere quel nome: allora siete degli stronzi. Fine, non c’è storia. Voi avete letto un libro in idioma italico, un libro che era nato in altra lingua, un traduttore ci ha lavorato parecchio e ve l’ha reso disponibile nel frasario con cui siete soliti pensare, vivere e bestemmiare. E voi che fate? Fingete che questo tale – questo lavoratore della filiera editoriale, uno che si è fatto un mazzo tanto in studio e gavetta – sia inesistente.
E poi vi lamentate se un blogger che parla di libri non viene preso sul serio? Se un recensore cartaceo vi dice che voi del web valete meno? Be’, fate così, cominciate a darvi un tono facendo le cose per bene: citate i traduttori, e date del coglione a chi non lo fa. Online e su carta. Non fatelo perché vi sto rompendo le balle o perché vi abbassate a dare un contentino: fatelo perché è giusto. Se non vi basta questo, siete proprio stronzi.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

18 responses to “Il “no cit.”, il nome del traduttore che piglia spazio e la povertà extra monetaria”

  1. ilcomizietto says :

    Me lo facesti notare qualche anno fa e da allora metto sempre il traduttore dei libri e il direttore del doppiaggio dei film. Per un ignorante delle lingue come me il loro lavoro è vitale. È giusto ricordarlo.

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  2. mosco says :

    gasp! sentendomi immediatamente in colpa sono andata a vedere… citati. Quasi sempre. Pfiuuuuuu 😀

    (sapessi come sono grata a Silvia Cosimini che mi permette di leggere gli islandesi! Tradotti, a mio avviso, molto molto bene peraltro)

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    • Gaia Conventi says :

      Dovrei controllare le mie recensioni più vecchie, dico sempre di farlo e poi mi lascio prendere dall’ansia: temo d’aver accumulato più di 300 recensioni. 😀

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  3. Simona says :

    Grazie, Gaia.
    Ho condiviso il tuo bell’articolo sia su Facebook che su Twitter.
    Confesso candidamente di avere da tempo perso la mia battaglia contro i blog libreschi.
    Ho dovuto infatti arrendermi all’inguaribile sordità e/o malafede – a scelta – di chi si limita a copincollare la velina della casa editrice, spacciando per recensione una sinossi istituzionale.
    Questi adorabili soggetti, impermeabili a qualsiasi ragionamento, possono essere catalogati in tre semplici famiglie (poi ci sono anche le specie e le sottospecie, ma questa è un’altra storia):
    1) quelli che l’editore non ci ha passato il nome del traduttore, quindi perché dovremmo metterlo noi?
    2) quelli che abbiamo griglie già impostate e una riga in più per il traduttore ci sballerebbe l’impaginazione
    3) quelli che andare a cercare il nome del traduttore online??? ma noi questo blog lo teniamo per passione!
    L’argomento mi invelenisce al punto che, prima o poi, temo che dovrò appropriarmi di un’espressione tipicamente interista: “pessimismo e fastidio”.
    Magari citandone la provenienza.

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    • Gaia Conventi says :

      Tutti pigri col traduttore degli altri (sCemi-cit.).
      Tenere i blog per passione è una gran cosa, tenerli male no. Tutto il resto è noia (citando e cantando il Califfo).

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  4. Paolo 8_Mano says :

    Buona abitudine, devo ricordarmi di non scordare! (cit. 7.40 di Battisti, se non sbaglio)

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  5. Rosa per caso says :

    Il traduttore è invisibile, verissimo, sempre se non commette errori. In quel caso il suo nome lo citano tutti e tutti si accorgono della sua esistenza… Mestiere ingrato. Del resto, è anche vero che il bravo traduttore è quello che sa passare inosservato e rendersi invisibile. Ma dentro il romanzo, non fuori!

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    • Gaia Conventi says :

      Il traduttore vive perennemente in posizione scomoda. 😉

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    • minty77 says :

      Verissimo! Se la traduzione scorre, raramente vado a controllare chi sia il maestro di tale grazia. Ma appena trovo una castroneria, corro subito a vedere “chi cavolo è quel cretino che ha tradotto ‘gambe di corvo’ invece che ‘zampe di gallina’?!”. Mi dispiace! 😄
      (L’esempio è storia vera, ed è così pazzesco che spero giustifichi l’appellativo che mi sorse dal cuore. Tra l’altro, come scoprii, il “traduttore” – che però io sapevo aver studiato tutt’altro – in quel caso lo conoscevo pure di persona :P)

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  6. minty77 says :

    Posto che sul mio blog di recensioni ne girano ben poche, e quelle poche sono, piuttosto, brevi spigolature (niente di serio, dunque XD), confesso di essere fra quelli che tendono a non citare mai i traduttori dei libri che leggono.

    Non lo faccio in malafede, giuro, ma più che altro per ‘deformazione didattica’: nelle bibliografie e citazioni delle tesine e degli articoli che ho scritto per l’università mi hanno sempre richiesto solo la formula Autore-Titolo-Editore-Anno, e da allora tendo ad applicare perpetuamente quella, senza farmi eccessive domande. Del resto (ho sempre pensato) quei dati dovrebbero bastare a chiunque ne fosse curioso, e nell’era di Internet soprattutto, di ricavarsi tutte le altre informazioni funzionali su un tomo, no?

    Apprendo ora che il mio ottimismo sulla buona volontà del lettore e il mio ormai automatico ‘costume’ ateneo-trasmesso potrebbe profilarsi come torto e maleducazione nei confronti dei traduttori (categoria per la quale io nutro, peraltro, immensa stima. Tra l’altro ho diversi amici che fanno proprio quel mestiere lì. E, giuro, nessuno di essi mi s’era mai lamentato della cafonaggine dei blogger che li ignorano… ^^;).
    Mi cospargo il capo di cenere e, d’ora in poi, proverò a ricordarmi di citare anche i traduttori dei libri di cui parlo. Nulla garantisco, avendo io notoriamente la memoria di un pesce rosso, ma la volontà c’è, giuro.
    Speriamo bene…

    (Di contro, quando faccio una citazione – a meno che non si tratti di quelle boutade tra nerd in cui il “cit.” finale sta a dire “Dai che lo sai, indovina!” – tendo a mettere sempre bene in chiaro la fonte della saggezza che vado “rubando”. Ché l’ascrivermi meriti altrui non è proprio nel mio carattere! °_°

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    • Gaia Conventi says :

      Ti faccio notare una differenza che trovo fondamentale: tu non sei in malafede e mi spieghi la tua “deformazione didattica”; un altro blogger – blogger libresco assai conosciuto – mi ha risposto che doveva pensarci.
      È passato più di un anno da quando ho posto al tizio l’annoso quesito e lui ci sta ancora pensando: nelle sue recensioni continuo a non vedere il nome del traduttore. Ecco, sono questi i soggetti che mi fanno incazzare.

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      • Simona says :

        Eh, certe decisioni richiedono un’accurata riflessione. Pensa che io aspetto dal 2000 che un’azienda vinicola della zona mi comunichi se ho superato il colloquio di assunzione…

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  7. Alessandro C. says :

    Post meraviglioso, che mi ero colpevolmente perso. Concordo appieno: coglione chi non cita i traduttori (e non è assolutamente vero che del nome non interessa a nessuno).

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