Autopubblicazione e pubblicazione a pagamento: il giornalista le confonde, il blogger no.

Davvero, lo giuro, non vorrei tornare a tartassarvi la uallera con l’editoria a pagamento. Badate bene, in questi mesi ho fatto di tutto per disinteressarmene, ho persino abbandonato i tramisti al loro triste destino.

Insomma, sia chiaro, per me l’autore col baiocco che balla può spendere le sue sostanze come meglio crede: l’importante è che non venga sotto le mie finestre a fare il fenomeno. Hai pubblicato sborsando di tasca tua? Mi stai dicendo che hai speso millemillanta euro ma ti sono state date cento copie in regalo? Ecco, bene, vai a stappare la bottiglia altrove. Non è compito mio farti sapere che il collo della bottiglia con cui stai brindando ti è appena stato inserito in maniera scorretta e silente, a tue spese e in zona scomoda, da un abile stampatore che ha saputo fare il proprio mestiere a regola d’arte. Hai voluto pagare perché in Italia pubblicano solo i tronisti, i calciatori, le starlette, i figli di buona donna e quelli che hanno un cugino che fa l’editor da qualche parte? Perfetto, hai scelto la via più breve, più semplice e più costosa. Ma ormai ho deciso che non sono affari miei e tu quella bottiglia puoi fartela introdurre dove meglio credi. Contento tu, contenti tutti, ma sul tuo diario Facebook – mai sul mio – e sul tuo blog. Non sul mio, mai sul mio. Complimenti da me non ne tiri su, ma ormai non raccogli nemmeno buoni consigli: ho deciso che dei pagAutori me ne frego.

Eppure due cosine – spinta da un commento facebookiano di un amico che di editoria ne capisce – tocca ancora dirle. Partiamo dall’articolo Capolavori, capricci e vanità. Anche illustri scrittori pubblicano a proprie spese di Luigi Mascheroni.
Sia detto, apprezzo Mascheroni e mai vorrei fargli un torto, è che qui tende a mettere assieme due bestie differenti spacciandole per la stessa bestia, o al limite per due bestie dalla stretta cuginanza: i libri editi a spese dell’autore e i libri che l’autore ha deciso di autopubblicarsi. Capisco che per qualcuno la differenza sia sottile e niente affatto sostanziale, in realtà nel primo caso si sta volontariamente cibando – a mezzanotte già suonata da un pezzo – un gremlin editoriale che spesso si spaccia candidamente per tenero orsetto: tu paghi perché sei troppo bravo per pubblicare con quella meschina e fetente compagnia di bellimbusti d’editori che fanno uscire in libreria solo libridemmerda che hanno una vaga possibilità d’essere acquistati. Acquistati, ovviamente, da lettori del dopolavoro shampistico, gente che di bella letteratura non ne sa. E lui, l’orsetto buono, l’orsetto piacione, l’orsetto che vi sconsiglio di tenere sul comodino perché di notte azzanna – partendo dalla tasca dove tenete il portafoglio – è lì per detergere il sudore del vostro ego, messo a dura prova dalla strenua ricerca di un editore che possa trovarvi degni di finire in libreria. Gli editori non vi capiscono e non vi apprezzano? Be’, lui sì. Pagando sonoramente il suo interesse e la sua stima, sia chiaro. Ci cascate o fate finta di non sapere e quindi ci cascate più convintamente? Perfetto, state pubblicando a pagamento, state pubblicando a spese vostre. Insomma, siete finiti nel girone dantesco e dilettantesco dell’editoria.
Quando, invece, non c’è alcun editore di mezzo e l’autore se ne va direttamente dal tipografo – lui da solo, senza fingere sui social alcun interesse da parte di chicchessia per il suo testo – o decide d’arrangiarsi con una delle tante piattaforme dedicate al fai-da-te libresco, ecco, qui stiamo parlando di autopubblicazione. Self publishing se detto all’ammeregana vi piace di più.

Ci viene in aiuto anche Wiki, svelandoci un trucco facile facile per distinguere i due meccanismi: «L’autoedizione (o autopubblicazione) è la pubblicazione di un libro (o altra opera editoriale) da parte dell’autore, senza passare attraverso la intermediazione di un editore». Tutto chiaro? L’editore non c’è, è l’autore e assere editore di ciò che scrive. Che si dice invece dell’EAP? «L’editoria a pagamento […] è il segmento del mercato editoriale in cui la pubblicazione di un libro è pagata principalmente dall’autore, direttamente o tramite l’acquisto di un numero prefissato di copie (quest’ultima denominata in Italia con la dicitura “Editoria a Doppio Binario”)».
Ok, qui devo correggere un attimino il tiro – eh, ma quanta confusione quando tocca sborsare soldi! –, con “editoria a doppio binario” si intende un editore che NON SEMPRE chiede soldi o acquisto copie ai suoi autori. Trattasi di un editore che li chiede a qualcuno ma ad altri no. Un esempio per capirci? C’è in giro un editore – piccolo ma agguerrito – di cui si dice un gran bene, peccato faccia pagare gli autori appena approdati alla sua scuderia: paghi la prima pubblicazione ma non paghi le seguenti, e funziona così per tutti gli ultimi arrivati. Ci ho parlato al telefono, ho spiegato che per molti blogger libreschi anche questa è editoria a pagamento, si è finto poco convinto e mi ha spiegato che non può azzardarsi a sborsare dindi col primo che capita. Evidentemente il rischio d’impresa è roba che devono pigliarsi sul groppone solo gli editori dementi.

Comunque sia, e per rendere le cose facili anche a mia nonna, se i soldi dell’autore vanno a un editore – editore che per sua natura dovrebbe INVESTIRE nei libri che pubblica – allora è editoria a pagamento. EAP – Editoria A Pagamento – e non APS – A Proprie Spese –, come sostiene Mascheroni nel suo articolo. E già quell’acronimo alla razzo di rane dovrebbe metterci in allarme: quanto ne sanno i giornalisti di autopubblicazione e pubblicazione a pagamento? Poco, a quanto sembra. Noi blogger libreschi certi errori non li commettiamo. Magari poi finiamo per pubblicare a pagamento, ma ne sappiamo abbastanza per trovare tutte le scusanti al nostro investimento. E ricordiamoci che non c’è niente di male nel pubblicare un libro pagandolo di tasca nostra, è solo che poi non possiamo spacciarla per editoria: chiamiamo la faccenda in altro modo e finiamola qui. EAP non vi piace? Volete che ci accordiamo con EGO? Editoria gabella onanisti non è poi tanto male…

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

11 responses to “Autopubblicazione e pubblicazione a pagamento: il giornalista le confonde, il blogger no.”

  1. minty77 says :

    quanto ne sanno i giornalisti di autopubblicazione e pubblicazione a pagamento?

    Pessimisticamente ti risponderei “quanto ne sanno di quasi tutto, cioè molto poco”. Che basta leggere/ascoltare un articolo/servizio giornalistico dedicato a un campo dello scibile che si conosca bene, per finire il 90% delle volte a prendere a morsi il banco della cucina per il nervoso (e a chiedersi “ma allora, anche per tutti i servizi dedicati ad argomenti che non conosco, ho abboccato come una sarda?”). E son consolazioni.

    L’acronimo EGO mi piace molto 😀

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  2. mosco says :

    minty, è lo stesso pensiero che faccio io troppo spesso. Mi sento molto sarda in saor :S

    baci, ragazze! 🙂

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  3. filippofabiopergolizzi says :

    Ottimo articolo, complimenti!

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