“Storia della stupidità militare. Da Crasso al Vietnam” di Charles Fair (trad. Vittorio Ghinelli).

Uscito con Mondadori nel 1973 – io mi sono pappata la prima edizione, merito del Mercatino del Libro di Ferrara –, nel 2013 è stato riedito da Odoya, sempre con traduzione di Ghinelli. Non so dirvi nulla della seconda vita di questo testo, ma posso assicurarvi che nella prima l’età la si sente soltanto nell’introduzione: «Nel momento in cui scrivo sono passati otto giorni dal cessate il fuoco nel Vietnam […]. Sono stati proprio i fatti straordinari del Vietnam, e la pertinenza che hanno con la mia persona quale cittadino americano e contribuente scontento, che mi hanno spinto a scrivere questo libro». Ovviamente la datazione al carbonio-14 conferisce fascino al libro, sarei curiosa di sapere se nella versione di Odoya questa parte è stata stralciata.

Non vi nascondo d’avere una certa passione per le sfighe militari e per i portatori insani di stupidità – Erik Durschmied con ‘sta roba ci va a nozze! –, dunque la papera nell’armatura ha subito attirato la mia attenzione. La copertina – che pare ideata dagli scenografi di Canzonissima di quegli anni – è smaccatamente d’epoca. Insomma: ci sono tutti gli ingredienti per farmi sbavare come il cane di Pavlov.

Dell’autore non so dirvi molto, nella bandella leggo che «è nato a New York nel 1916. Ha scritto libri, saggi e articoli di carattere storico, scientifico e letterario». Purtroppo il web non mi aiuta a sapere altro. Vittorio Ghinelli, invece, lo si scova con facilità: traduttore di saggistica dalla mano felice, nel libro in questione tutto fila via liscio che nemmeno te ne accorgi. Segno che il sior Ghinelli ha lavorato bene.
Un libro zeppo di notizie, con uno specchio di stampa a figura intera – passatemi la battuta… –, spaginate di note, bibliografia, indice dei nomi. Un malloppo di carta. Ma se proprio vogliamo trovargli una pecca – sia chiaro: se di storia e tattica militare non ve ne frega una cippa, passate oltre – è che il nostro Fair ci ha preso gusto e ha voluto raccontarci i fatti con una dovizia di particolari degna di un precisino cronico.
In qualche occasione si rischia lo sbadiglio. Eppure si resiste, perché oltre la collina c’è sempre un cretino, e i cretini in guerra hanno fatto più danni dei conflitti stessi. E se è vero che «raramente Roma produsse generali così inetti come Crasso» (pagina 31) – non sempre la «superiorità tecnica e numerica» aiutano a vincere le battaglie, altrimenti a che serve la strategia? –, e se per i condottieri medievali le battaglie si combattevano «frontalmente, con la massima audacia possibile» (pagina 43) – e capite da voi che mica sempre il nemico ha la tua stessa idea del codice cavalleresco –, allora tocca dire che «Dopo la fondazione di grandi accademie militari […], il modo di condurre una guerra sul piano tattico è un po’ migliorato» (pagina 74). Almeno quello, ecco.
Nel Medioevo «nessuna nazione, vittoriosa o sconfitta, poteva sopportare per lungo tempo una guerra» (pagina 75) e dunque «agli uomini erano risparmiate alcune delle peggiori conseguenze degli errori commessi dai capi militari […]. Nella guerra moderna [invece] non c’è bottino immediato: anzi, per lo più il conquistatore si ritrova tra le mani una grande quantità di rottami, sia umani che inanimati, di cui è obbligato a provvedere allo sgombro, con un costo che la gente in patria si rassegna a pagare considerandolo il risvolto negativo del successo». Insomma, pare proprio che non ci siamo fatti furbi. Del resto, i miglioramenti sul piano tattico non tengono conto dei cretini nei posti chiave.

«Una delle principali differenze tra noi e gli antichi non riguarda, purtroppo, la natura umana, ma piuttosto la proliferazione delle nostre capacità e delle nostre istituzioni, e quindi il numero di nicchie in cui l’incompetente può installarsi come persona che conta» (pagina 11). Ovvio quindi che più complesso è il quadro della situazione – più truppe, più armi e soprattutto più graduati –, più è facile che un idiota si imbuchi in un posto adatto a combinare un casino. Vuoi per agganci politici o perché amico del cugino della moglie di un alto papavero, ecco che l’imbarazzante inetto ha a disposizione ciò che gli occorre a combinare disastri.
Immaginate quanto i mezzi tecnici della prima guerra mondiale – un comandante cretino a chilometri di distanza, con aiutanti e telefoni a disposizione – possano aver accentuato il problema: la soldataglia in trincea e l’idiota al caldo, lontano dai campi di battaglia, completamente estraneo ai problemi quotidiani. E alla macabra routine di quei poveretti.

Naturalmente il cretino con le stellette esiste da sempre, è solo che la sua pessima influenza è andata crescendo nei secoli: gli è possibile combinare pasticci, e dunque lo farà. E se già le guerre sono una faccenda poco intelligente – e badate che io non sono una figlia dei fiori – perché i costi sono sempre inferiori ai benefici ottenuti – sì, lo so, bisogna difendere i sacri confini; sì, lo so, a dare due legnate a certi tagliagole ci andrei pure io; sì, lo so, ogni guerra è storia a sé –, occorre anche tener presente che i cretini in tempo di pace sono cretini semplici. In tempo di guerra diventano cretini complessi.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

16 responses to ““Storia della stupidità militare. Da Crasso al Vietnam” di Charles Fair (trad. Vittorio Ghinelli).”

  1. Alessandro Madeddu says :

    Povero Licinio Crasso, gliene hanno dette di tutti i colori da sempre… era solo uno che seguiva il manuale, e nemmeno malissimo. Ha avuto due sfortune: 1. seguiva il manuale anche quando il manuale non serviva – battaglia di Carre docet; 2. si è trovato come metri di Paragone un certo Pompeo e un certo Cesare. E quei due fanno impallidire qualunque gigante della guerra XD

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  2. Daniele says :

    Questo libro già lo amo, e non solo perché ho una bassa opinione degli addetti ai lavori in ambito militare 😛
    Tocca decisamente cercarlo ^ ^

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