“Diceria dell’untore” di Gesualdo Bufalino.

Il sior Bufalino compare spesso su Giramenti, ma dopo Le menzogne della notte avevo un certo timore reverenziale nei confronti di Diceria dell’untore: avrebbe sfigurato accanto al suo collega libresco o l’avrebbe scalzato dal mio personale olimpo del leggibile d’alta qualità? E quindi ho tergiversato a lungo prima d’allungare la mano verso quello che, negli anni, è stato considerato il capolavoro di Bufalino.

Prima di dirvi cosa ne penso io, lasciatemi il piacere della ciancia. Ecco allora qualche parere scovato su Anobii:


Già, la Diceria è scritta così bene ma così bene – elegante, con termini desueti che affascinano e qualche volta confondono – che si rischia d’ubriacarsi e di perdere la strada maestra. In realtà, e succede già dopo il primo capitolo, si coglie il rischio e si fa maggiore attenzione. La storia c’è, ed è talmente piena di spunti e brensa d’umanità – paure, bugie, fughe, rimpianti… – che davvero si fatica a riporre il libro sul comodino quando l’orario lo impone.


Non escludo che per qualche termine occorra documentarsi – per fortuna in questa edizione, è un tascabile Bompiani, abbiamo anche i contenuti speciali per curiosi e fanatici: tolgono diversi dubbi – ma direi che può essere un valore aggiunto. Io non ho usato il vocabolario, e non sono una cima: dunque il testo risulta appetibile e digeribile per chiunque.


Mi arrendo, alzo le mani, ammetto la sconfitta.

Peccato, davvero. Capisco che ci si debba mettere un pochino d’impegno, ma il libro è notevole e merita il sudore delle nostre sinapsi.

O voi di cultura media, volete sentirvi dei perfetti ignoranti? Leggete questo libro.

Ecco, no, non credo sia vero. Non sono una persona dalla cultura smisurata – si nota, ammettiamolo – ma questo libro non mi ha causato sconquassi. Intestinali o mentali, ché per noi ignoranti sono comunque malanni di pancia. Ho letto la Diceria e non mi sono iscritta alle serali, e non ho nemmeno contattato la mia maestra delle elementari per dirle che poteva fare di più. Insomma: non arrendiamoci davanti a una prosa più complicata del solito. Potremmo uscirne vincenti.

Ho avuto quasi subito la sensazione e di leggere un romanzo in un’altra lingua… Ogni due o tre frasi avrei dovuto prendere il vocabolario per conoscere il significato delle parole usate.

Qualcuno lo ha fatto e pare che ne sia valsa la pena. Ma forse occorre chiederci cosa cerchiamo in un libro: un passatempo? Benissimo, di libri così ne esistono a pacchi. Poi ci sono libri che, oltre al nostro tempo, chiedono anche il nostro impegno. Non sono migliori e non sono peggiori, sono soltanto diversi. E lo dico nell’ottica dell’italiano medio, ciurma a cui mi pregio d’appartenere.

Mi dispiace ma per me questa storia è illeggibile, proseguire nella sua lettura comporterebbe uno sforzo tale che al momento non sono in grado di sopportare.

E magari dipende dal momento, chi può dirlo? Magari ci sono libri che vanno letti in un determinato periodo. Escludendo quelli di Fabio Volo che, a mio modestissimo parere, non andrebbero letti e basta.

Quindi, veniamo a noi. Che accidenti ho trovato in questo libro per infilarlo tra i miei mai più senza? La lingua, senza dubbio. Ricercata, cesellata, fatta su misura come accade coi migliori completi da uomo. Puoi star sicuro che, da come “cascano”, ne cogli la lunga lavorazione. E lo dico perché provengo da una famiglia di sarti, non escludo che ciò abbia influito sul mio essere tanto pignola.
Poi ovviamente c’è la vicenda raccontata, triste per la sua collocazione in un sanatorio alla fine della seconda guerra, triste persino per l’architettura del posto. Ovviamente i personaggi vanno di pari passo, sempre in bilico tra la speranza di stare meglio e la certezza di finire presto in una fossa. Però il sanatorio è anche un rifugio che tiene tutti lontani e al riparo dalla vita reale. Un “tutti” che impariamo a conoscere poco e poco per volta. E poi c’è Marta, di cui si innamora – a suo modo, e quasi con rabbia – il giovane protagonista. Lei è un mix di emottisi e lustrini, con un segreto sul groppone e la tosse cattiva. Quasi una stregata bambolina da carillon. Ma il meccanismo si sta inceppando e la ballerina tiene duro, più per orgoglio che per convinzione.
Ora, sia detto, non so se vi ho convinti a leggere Diceria dell’untore. Che non sia un libro facile, spassoso e da mezzi pubblici l’avete capito. Che sia un libro da bollino blu di Giramenti, be’, è quasi superfluo aggiungerlo.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

9 responses to ““Diceria dell’untore” di Gesualdo Bufalino.”

  1. mozart2006 says :

    Bufalino è un signor autore. Certamente non alla portata di chi comprende solo i trecento vocaboli dell’ analfabetismo di ritorno, ivi compreso il gergo da discoteca media.

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  2. Andrea says :

    Gentile Gaia,
    Sa che mi ha regalato un minuscolo baluginio di felicità? Ecco le confesso, quando mi ha proposto di leggere assieme La diceria dell’untore, mi sono spaventato, proprio così: spaventato. Non ero del tutto sicuro del fatto mio e… neppure del fatto suo. La diceria dell’untore è un libro che non si legge perché in quel momento non si ha altro da fare oppure perché qualcuno te lo chiede, è semplicemente un libro da incontrare e da leggere quando la sua presenza diventa domestica come il gatto di casa. Con il tempo, quel pugno di carta e parole, diventeranno qualcosa di cui non sai darti ragione, come l’incontro con una persona rara e speciale della quale non diventerai mai amico, ma di cui ricorderai per sempre le parole dette. A me è capitato con i libri e per fortuna anche con le persone. Lei gentile Gaia ha più volte dimostrato con le sue “non recensioni” che non di sola clownerie vive questo blog, eppure c’era una vocina sottile che mi tormentava: e se poi mi dice che è una palla illegibile cosa le rispondo? Mi appello al primo emandamento degli zii un po’andati che iniziano le poesie di Leopardi e si fermano alla prima strofa? L’emendamento che dice: ai miei tempi erano questi i libri, le poesie, i maestri, il lavoro, la scuola? Ai miei tempi, eh ai miei tempi. Ecco lei, invece, mi ha regalato un bruscolo di felicità sapere che i miei tempi sono anche questi tempi, che i grandi libri sono sempre fuori tempo presente, ma sempre declinati al tempo futuro mi conforta non poco. Credo che il commento più bello sia: “ho dovuto usare spesso il vocabolario, ma ne è valsa la pena”. La gente convinta che si debba sapere tutto di tutto mi fa paura, significa che non sa nulla della complessità del vivere; come è possibile pretendere di sapere tutte le parole della lingua italiana, per esempio, significa semplicemente non sapere quante parole abbia la lingua italiana, il lemmario del Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro ne annovera più di 260.000, ecco siore e siori servitevi. Io ho uno stretto rapporto con il dizionario, iniziato per la verità a dieci anni cercando le parole sporche, ma ecco non mi vergogno oggi di fermare la lettura o l’interlocutore per “andare a vedere cosa vuol dire” è anche esercizio di umiltà.
    La trama del libro è certo abbastanza comune al tempo in cui l’autore ha iniziato a scriverla, il 1950, allora erano tutti reduci di qualcosa, mi vengono in mente Volponi (Memoriale) Parise (chissà se le piacerebbe Il prete bello) ma il fatto che il Nostro abbia ripreso il racconto solo venti anni dopo per portarlo a conclusione lo ha reso più penetrante, intriso di verità che solo “dopo” si possono comprendere. Gentile Gaia, chi come me ha “più letto libri che vissuto giorni” non può che esserle grato per la lucina, non natalizia, che lei ha acceso su questo romanzo.
    Sono stato lungo ma per una volta non mi scuso, ne valeva la pena. Andrea

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    • Gaia Conventi says :

      Carissimo Andrea, lo ammetto: ho commesso uno sbaglio chiedendole di leggere assieme questo libro. Uno sbaglio che può essere censito come peccato di leggerezza, errore in cui mi succede di incappare spesso. Come lei ben immaginerà, ho il vizio – che è poi ciò che mi manterrà al mondo, assieme alle blatte, in un futuro post-atomico – di non prendere nulla sul serio. Che siano libri, che siano persone, che siano disastri e cataclismi… Ebbene, io riesco – no, non me lo impongo, mi viene proprio così – a sopravvivere alle brutture. Ci trovo un lato positivo. Ed è in quest’ottica che stronco libri, la stessa che poi mi fa organizzare i pranzi del blog per mettere in circolo i testi che amabilmente chiamo libridemmerda. Perché, ammettiamolo, è un demmerda molto soggettivo e non mi permetterei mai di reputarlo universale.
      Ma certo chi mi conosce poco tende a immaginarmi come un soggetto cupo e malmostoso intento a scovare il discutibile anche nei capolavori. Cosa che in realtà non è, e per il motivo che anticipavo. Io, a volerla raccontare per intero, sono un’entusiasta. Ho persino una vita vera, e qui la mostro in una sua minima parte. Amo i libri e proprio perché li amo tendo a rivoltarli come calzini, lo faccio anche con le persone: essermi amico non è facile. Però, le dicevo, devo questa mia indole mordace all’estrema contentezza di stare al mondo, diciamo che la vita l’azzanno e non la subisco. Lo stesso accade coi libri.
      Ecco perché non avrei dovuto chiederle di leggere e commentare con me Bufalino. So che la gente normale – non mi considero normale, sono una tizia che vive tutto a doppia velocità, probabilmente sono profonda come una pozzanghera – dà un certo peso ai libri, soprattutto ai libri che ama. Ecco, il mio problema è che mi innamoro almeno una volta al giorno, quindi mi è difficile amare troppo e amare tutto. Ma so riconoscere un buon libro. Immagino sia qualcosa di primordiale che persino a me – nel mio piccolo – è stato concesso. E quando trovo un buon libro, vado in brodo di giuggiole. Così come, trovandone uno che non mi aggrada, ci imbastisco su un pippone, uno show satirico. Ma è sempre, mi creda, uno show. In realtà amo anche i libri orrendi, li amo perché mi consentono di scambiare quattro chiacchiere con gli amici che passano a trovarmi. Guai se non ci fossero libri discutibili, avrei già chiuso bottega!
      Però, lo ammetto, chiederle di scrivere una recensione a quattro mani – e nuovamente mi scuso – è stata una dimostrazione di balordaggine. Le persone amano i libri che amano, non tutti amiamo gli stessi libri e in qualche caso soffriamo constatandolo. Poi ci sono quelli come me, a cui non succede mai di soffrire per una divergenza letteraria. A cui, a ben guardare, l’editoria non può torcere un capello. Però, lo ribadisco, sono un cyborg.
      Errore mio chiedere a lei – persona che ritengo dotata di grande sensibilità – di “giocare” al recensore sadico. Ho inteso la sua posizione, spero che lei avrà la bontà di mettersi nei miei panni: Giramenti non è un blog di castigamatti, è solo quanto mostro di me online. E di libri parlo sempre volentieri, anche stroncandoli, poi mi accendo una sigaretta e mi faccio un grappino. La vita continua e apro un nuovo libro. Almeno tre a settimana. Amandoli tutti, anche dicendone il peggio. Ma io non sono “normale”.

      * Da tempo medito di leggere Il prete bello, ora non mi potrò sottrarre al proponimento. E di questo la ringrazio.

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      • Andrea says :

        Gentile Gaia, benché le piaccia camuffarsi, mi è facile intuire che lei è una persona rara e speciale. Sono io che la ringrazio. Chissà come le sembrerà Parise. Buona notte Andrea

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  3. mosco says :

    “certo chi mi conosce poco tende a immaginarmi come un soggetto cupo e malmostoso”

    Ma va là! Rompimaroni, magari, ma cupa proprio no.

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