“I 21 modi di non pubblicare un libro” di Fabio Mauri (con prefazione di Umberto Eco).

Inutile chiedersi come un libricino ino ino tanto antipatico sia arrivato alla pubblicazione. Basterà chiarire che l’autore ha un curriculum tale e un parentado talaltro che, diciamocelo, viene quasi da perdonargli la sicumera sbandierata nel libercolo e il malcelato disprezzo per quel poveretto che, avesse mai deciso di mandare il proprio manoscritto a una casa editrice, prende invece corda e sgabello per farla finita. Ed è tutto merito di questo prezioso testo, il cui vezzeggiativo potrebbe quindi essere testicolo: uno di quei vezzeggiativi che richiamano tutti i gatti del circondario.

Per darvi un’idea di quanto Fabio Mauri si lasci beatamente odiare e anzi, a parer mio, abbia fatto l’impossibile per smuovere a tale sentimento anche i buddisti di lunga data, vi basti sapere che Umberto Eco – nella prefazione Chi manoscrive è perduto – sembra brillare per umiltà. Ho detto Umberto Eco e ho detto umiltà, datemi subito uno spigolo che voglio farla finita.
Naturalmente Umberto Eco, nello stile che gli appartiene e col grado d’umorismo che riserva a noi umili mortali, ci spiega immediatamente che in Italia scrivono tutti. Anche lui, ma poco più avanti ci dirà che mai ha inviato un manoscritto a una casa editrice: sono stati gli altri ad andarlo a cercare, che mica Eco si scomoda per così poco.
Ma leggiamolo come sta scritto a pagina 8: «Escludiamo dai produttori di testi i bambini di età inferiore a quella scolare, ma in ogni caso dopo Io speriamo che me la cavo, sei anni sono sufficienti per aspirare a un grande editore. Non commettiamo la leggerezza di escludere gli analfabeti (vista l’esistenza di etnologi e registratori), né i portatori di handicap gravissimi (Hawking insegni). Non tentiamo di essere ottimisti sui vegliardi, moribondi, afasici, schizofrenici, pazzi criminali e depressi cronici (altrimenti dovremmo cancellare con un colpo di spugna due terzi della letteratura mondiale). A questo punto si può legittimamente ipotizzare che 50 milioni di italiani producano almeno un manoscritto nel corso della loro vita terrena. Non calcolo i grafomani, ma sono pur sempre 50 milioni per generazione e cioè ogni venticinque anni». Ma, come vi anticipavo, «l’autore destinato al successo non ha mai mandato – neppure da giovane – manoscritti alla casa editrice». E tra parentesi Eco chiarisce: «questa è la mia storia, ma non voglio offrirla come modello universale». Anche se, poche righe prima, ci lasca intendere quale sia l’unico modo per farsi pubblicare dagli editoroni: «Da dove vengono allora i libri che gli editori pubblicano? Da autori noti, anche se sono alla loro opera prima. Una casa editrice ti prende in considerazione solo se ti conosce già. Anche se ti raccomanda l’Autore Eccelso, gli dà ascolto solo se ti conosce già» (pagina 11).
Quindi il trucco, a detta di Umberto Eco, è apparire su qualche rivista o partecipare a convegni, conferenze e simili. Ma anche aver fatto baruffa – in rete ora è più semplice –, intendendo baruffa letteraria e/o editoriale, può essere un buon viatico per mettersi in mostra. Non dubito che, dando addosso ai libridemmerda, il litigio non porti ad alcuna pubblicazione.
A questo punto mi viene da credere che la ricetta vincente sia frequentare la gente giusta, online e live, farsi amico un Autore Eccelso e, nel frattempo, procurarsi un sacco di visibilità. Ovunque. Anche sul giornalino del prete. Magari non si approda a niente, ma almeno un poveraccio non si annoia.

Già così il libercolo non si lascia amare, ma poi arriva il momento di lasciare spazio a Fabio Mauri…

Come potete notare dalla mia breve nota a matita, alla prima riga già avevo qualcosa da ridire. Non va meglio alla pagina successiva – la seconda di questo saggio assai saggio, per intenderci –, dova la mia nota è quasi una dichiarazione di guerra.

C’è però da dire che le ventuno simil-lettere inviate dagli scrittori – ventuno smargiassate che dovrebbero rendere l’idea di quali orripilanti lettere d’accompagnamento facciano compagnia ad altrettanto orripilanti manoscritti inviati a una redazione editoriale – non lasciano indifferenti. Una mi ha persino fatto ridere, lo ammetto (è la 19, e non aggiungerò altro).
Sarà colpa mia che sono una persona troppo seria e compassata? O magari questo libricino – assai datato e svecchiato nel ’90 dal contributo dell’Umbertone nazionale – percula gli scrittori esordienti più e peggio di quanto Giramenti non faccia coi tramisti? Non saprei dirlo, non ho lavorato per trent’anni alla Bompiani – Fabio Mauri sì – e non ho mai insegnato Estetica – Fabio Mauri sì. Però quando scrivo ciance sul blog solitamente capite dove accidenti sto andando a parare, con Fabio Mauri mica sempre (ho dei limiti, abbiate pazienza). Infatti a fine libercolo ci trovate i suoi Pensieri melancomici, per intuirne il senso forse occorre aver insegnato Estetica e aver lavorato un mucchio di tempo alla Bompiani. O è così o quella roba lì non vuol dire una mazza.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

4 responses to ““I 21 modi di non pubblicare un libro” di Fabio Mauri (con prefazione di Umberto Eco).”

  1. Daniele says :

    Le due pagine che hai postato, in effetti, non lasciano mica capire dove il tipo voglia andare a parare 😛

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  2. Mario Borghi says :

    Se far baruffa rende famosi in campo editoriale, mi sa che io e te ci accapiglieremo per il Nobel per la letteratura.

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    • Gaia Conventi says :

      Non preoccuparti, ce lo daranno in affidamento condiviso. Te lo lascio per le feste di Natale se me lo lasci per le vacanze di Pasqua. Un weekend a testa, ma guai a te se gli fai guardare troppa televisione.

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