“I pappagalli” di Filippo Bologna.

Di un libro non bisognerebbe mai dire che è carino. Il carino, in editoria, è il classico “Non è bella, però è simpatica”. Dunque, pur tenendo conto di questo fatto, devo ribadire che I pappagalli è carino. Diverse recensioni scovate sul web me lo avevano prospettato come fenomenale, mi sa che l’inghippo sta proprio qui. Quindi non posso dare tutta la colpa al romanzo, che in realtà di roba buona ne sfodera.

La storia viaggia veloce – anche se detesto i libri privi di capitoli, rischio sempre di perderci il sonno: per me la fine di un capitolo e gli occhi che si chiudono sono sintomo d’ora tarda –, i protagonisti sono autori che concorrono a un grosso premio – nessun nome, nessun cognome, solo entità – e che tutto farebbero per emergere. O per restare a galla.
Ci sono diversi riferimenti alla malaeditoria, ma sono così garbati che è come cannoneggiare l’Isis con la Cultura. Mi permetto poi di far presente che le battute non dovrebbero prevedere un lungo periodo d’incubazione, sennò si sciupa l’effetto sorpresa. Insomma, le battute vanno sparate. Sparate e basta. Se a metà della gag se ne intuisce già il finale, si è sciupata l’occasione.
Per chi ha letto il libro, la situazione più eclatante è quella de Il Maestro – lo scrittore più anziano – che sul palco deve leggere una poesia ma ha con sé l’agenda sbagliata. Non fatemi spoilerare altro, non sarebbe cortese. Faccio solo notare che lì la facezia è stata abbondantemente buttata in vacca. Peccato.

Ma diciamo che il tirarla per le lunghe è un po’ il malanno di tutto il libro, una certa verbosità compiaciuta che pagina dopo pagina potrebbe indispettire. Un esempio al volo:

Di chi è il buio? Degli animali notturni? Dei barbagianni (Tyto alba) che si staccano dai correnti dei palazzi abbandonati? Dei topi che escono dai tombini per frugare tra i resti dei mercati rionali? O degli esseri umani? Dei bambini che dormono nei loro pigiami colorati, delle mogli insonni accanto ai mariti che russano, delle puttane che passeggiano sulla Salaria, dei cingalesi ai self-service? Dei buiaccari che riscaldano hamburger su piastre unte e dei giovani dagli appetiti voraginosi che aspettano che siano caldi? Dei netturbini che ramazzano le strade, dei ladri d’auto e delle pattuglie che girano la città a bordo delle loro folgori blu? O è delle cose senza vita? Delle statue immote, delle scalinate fredde, delle panchine deserte, dei parchi umidi, delle piazze attonite?
Di chi è il buio?

La mia nota a matita – a pagina 248 – così recita: fa che sia di chi cazzo ti pare, basta che andiamo avanti. E direi che riassume il mio stato d’animo durante l’intera lettura.

Perciò, sì, è un romanzo carino e simpatico, e va messo tra i “Libri sì”. Ma è anche il risultato di una simpatia creata col compasso, un umorismo che si bea d’essere ricercato, mai casuale, sempre costruito a tavolino. Insomma, un libro spiritoso ma che manca di genuinità.
L’autore ne ha fatto un bel prodotto, curatissimo, ma è una pallottola spuntata. Quando cerca il sorriso del lettore e quando tenta di tirare le orecchie all’editoria – ai premi, agli editori subdoli, agli scrittorucoli di quartiere, agli esordienti allo sbaraglio… –, tutto sommato un libro che non fa danni. E non fa miracoli.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

4 responses to ““I pappagalli” di Filippo Bologna.”

  1. Daniele says :

    L’elencone sul diritto di proprietà del buio mi ha fatto venire in mente Umberto Eco 😛

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  2. minty77 says :

    Certo che definire “folgori” una Fiat Bravo o una Seat Leon in dotazione alla Polizia… Se passa una Porche che gli dice, “miracolo su ruote”? °_°

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