“A caro prezzo” di Elmore Leonard (traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani).

Parto a razzo spiegando una cosa fondamentale: è ben raro trovare su Giramenti qualche rimando a questa casa editrice. Non che io l’abbia in uggia, semplicemente negli anni ha aperto e chiuso un paio di volte – e così alla svelta – che una domandina in tanti ce la siamo fatta. La domanda è sempre quella, ma a farla apertamente si rischia la querela. Non credo occorra essere più specifici, immagino che la faccenda vi sia chiara quanto lo è per me. Se poi l’editore mi prenderà in antipatia per questa mia precisazione, be’, cavoli: si metta in coda, avessi voluto risultare simpatica all’acquario editoriale non avrei mai aperto Giramenti. Anzi, diciamola tutta, risultare simpatica – a chiunque – è un problema che non mi pongo da diverso tempo. Più o meno dal ’74. E sono nata a giugno di quell’anno.

Avendo azzerato i commenti anonimi relativi a tale facezia – voi non potete immaginare quanta gente sia convinta gli si debba rendere conto di quel che combino qui –, eccomi a dire che, pur detestando lo sceriffo Rayland Givens, il libro non è male. Sì, insomma, l’ultimo Rayland passato sotto le mie grinfie ne è uscito a brandelli. Stavolta, invece, salvo la vicenda – stramba, accattivante, con personaggi piuttosto risibili – nonostante quel bellimbusto del marshal. Uno di quei personaggi che sembrano nati con una scopa nel culo.

La vicenda narrata in A caro prezzo vede in azione una banda di perfetti imbecilli. I tre cattivi sembrano i ladri di Mamma ho perso l’aereo. Però sono più spietati. Spietati il giusto, ecco.

I tre decidono di rapire un tizio – un altro mica poi tanto specchiato –, di tenerlo incatenato in una stanza della villa dell’ex riccone della banda – s’è fumato tutto e mammina non gli passa più un copeco – finché il tizio non sgancia. Quindi niente riscatto da chiedere ad amici e parenti, leviamoci il problema. Se il tale vuole riavere la libertà, dovrà fornire un buon piano: i soldi sono là, andiamo tutti assieme a prenderli. A prima vista può sembrare un’idea grandiosa ma bastano alcune pagine per intuire che i tre imbecilli sono davvero degli imbecilli. Succederà di tutto, con Rayland Givens che gli sta sempre attaccato alle chiappe.

Sia chiaro, non è un librone, è un discreto libro da spiaggia. Si lascia leggere bene in un paio di serate senza procurare fastidi.
Ho invece qualche dubbio sull’ubicazione di Rapallo, dove l’ostaggio ha una villa. Secondo Elmore Leonard – ma immagino che l’editor sia dello stesso parere – Rapallo è sulla costa, non lontano da Genova. E fin qui ci siamo. Ma volendo trovarlo sulla cartina? Ok, sapendo che l’Italia è a forma di stivale, Rapallo è più o meno sotto il ginocchio, dove lo stivale si allarga (pagina 51). Ehm, non ho capito: Rapallo sta vicino a Genova ma accanto a Manfredonia? Ecco, ribadisco, non ho capito. Dunque mi occorre il vostro aiuto: pigliate la mappa della penisola e ditemi cosa mi sta sfuggendo.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

13 responses to ““A caro prezzo” di Elmore Leonard (traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani).”

  1. mosco says :

    Almeno la nazione l’ha azzeccata. Gli ammericani è tanto se sulla cartina trovano l’Europa, chieder loro di collocare Genova è chiedere troppo (gli editor però sarebbero lì anche per questo).

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  2. Natascia says :

    perché non ti torna il ‘sotto il ginocchio’? se l’italia è uno stivale, Manfedonia è poco sopra la caviglia, poi vai su su per tutto il polpaccio, arrivi a venezia che sarebbe la zona di incavo dietro al ginocchio, per cui genova è poco sopra il ginocchio.
    certo una gamba lunghissima, che finisce in una coscia che manco le sarde come me. però…

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    • Gaia Conventi says :

      E che ti posso dire? Ognuno ha le cognizioni scarpare che si merita.

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      • ac says :

        in effetti torna anche a me, e poi le due traduttrici sono genovesi…

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        • Gaia Conventi says :

          Ah, be’, se le traduttrici sono genovesi e tu porti abitualmente stivali – io porto solo anfibi, sono monotematica – ecco che si spiegano le mie perplessità e le tue certezze.
          Comunque sia, il mio dubbio è ben poca cosa, solitamente scovo di peggio.

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      • Natascia says :

        giusto, giusto… è che da buona genovese mi sento tirata in ballo. ché fa più scena dire di essere poco sopra il ginocchio!!!
        quindi, secondo la tua cognizione genova dove si troverebbe, a livello di gamba? (non ho molta immaginazione, riuscire a visualizzare immagini diverse da come le vedo io mi risulta sempre ostico)
        😉

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        • Gaia Conventi says :

          Il mio problema scarparo è che fatico a figurarmi uno stivale col ginocchio. Sempre che non si tratti di uno stivale alla moschettiera.
          Gli stivali che ho portato – poco, eh? io porto solo anfibi, ribadisco – non coprivano il ginocchio. Non era previsto “il ginocchio dello stivale”.
          Dove sta Genova nella mia testa? Sull’orlo superiore della calzatura, più o meno sotto una doppia cucitura per rinforzare la pelle (che si sa, la zip sforza).
          Se, però, il ginocchio è un ipotetico ginocchio che indossa l’ipotetico stivale detto Italia, allora va bene. Allora Genova sta bene lì.
          Certo che stamattina ci siamo infilate in una conversazione libresca degna di Giramenti! 😀

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          • minty77 says :

            Sulla questione “stivalica” condivido la tua perplessità: stante che l’Italia al di sopra della linea Genova-Venezia si allarga un bel po’, e con dei begli “orli” arricciolati, e dovendo pensare a uno stivale, in automatico mi vengono in mente quelle calzature, fra il trash e il natalizio, dotate di un importante risvolto di pelo 😀
            Tale risvolto, solitamente, resta sotto il ginocchio, ergo prendendo per buona questa interpretazione, Genova si ritroverebbe più o meno dalle parti del polpaccio superiore.

            Gli stivali che arrivano sopra il ginocchio esistono, ma ne ho visti ben pochi dotati di importanti risvolti (che, in quella posizione, risulterebbero assai scomodi). Gli stivali a mezza coscia sono un po’ più fetish, come genere, e nella maggior parte dei casi salgono dritti a fasciare la gamba.
            C’è un paese a forma di stivale a mezza coscia, secondo me, ma non è l’Italia. E’ la Nuova Zelanda… XD

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  3. newwhitebear says :

    Quello che ti sfugge è che basta rovesciare la mappa e Rapallo si trova in fondo. 😀

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