“On Writing. Autobiografia di un mestiere” di Stephen King (trad. Tullio Dobner).

Ho atteso a lungo prima di trovare il coraggio di leggere questo “manuale/non-manuale”. Temevo di scoprire di non aver mai capito una mazza di roba scritta.
Per prima cosa occorre ribadire il sottotitolo – devono averlo messo lì per tacitare i rompicoglioni come me –, trattasi della scrittura vista e proposta da King, tenendo presente le fortune e le sfortune in cui è incappato crescendo. E occorre anche precisare che si tratta di fatti – e scritture – domiciliate in Ammerega in un tempo ormai morto e sepolto.

Uscito nel 2000 negli States e l’anno successivo qui da noi – sì, è uscito nuovamente nel 2015, ritradotto e con intro, ma io non sono fan dei Wu-amici-Ming –, narra di tempi più antichi. La parte dedicata alla gioventù del Re, con la sarabanda di parenti che si porta in dote, è forse la più carina. La più simpatica. Poi, per quanto occorra una certa dose di coraggio nel raccontare del proprio alcolismo, il testo diventa una sorta di vademecum di self-help. Ci può stare, sia detto, trattasi d’autobiografia e King può metterci di tutto. Però mi sono sentita un’impicciona.
Una volta arrivati ai consigli veri e propri – oltre a quello di restare sobri –, mi sono ritrovata a pensare che il Re sia dotato di molto buonsenso. Ma se non hai mai scarabocchiato due righe prima, ciò che ti spiega risulta inutile. Direi che nessuno scriverà un romanzo – il suo primo romanzo – dopo aver letto On Writing, ma chi ha già scribacchiato qualcosa – o cova un manoscritto nel cassetto – qualche dritta interessante la scoverà di sicuro. Sì, è vero, sono cose già sentite, ma qui le dice lui. Vuoi che non funzionino?
Ora, un errore che potrebbe commettere un blogger scribacchino nel recensire questo testo sarebbe aggiungere “io, invece”. Tenterò di peccare il meno possibile.

Secondo il Re la cosa più importante del narrare è essere onesti – il che vuol dire anche poca fuffa –, niente verbi in forma passiva, una bella sforbiciata agli avverbi. E poi leggere molto, scrivere altrettanto, far riposare il nostro romanzo e riscriverlo.
Come nascono le idee per una trama? Nascono dal niente e sta al narratore saperle riconoscere. E, a proposito di trama, evitiamo lo schemino: a detta di King è meglio buttare giù i tratti principali della vicenda per poi vedere dove ci porteranno: saranno i personaggi a decidere cosa vogliono fare. Qualcuno dice che “la storia si è scritta da sola” – la trovo una stronzata – ma altri, e King è della partita, ammettono che, dopo aver strutturato un personaggio, gli puoi far compiere determinate azioni. Ma non altre. Altrimenti il tizio sembra posseduto, o soltanto cretino.
Prima dicevo dell’onestà, condizione che implica anche l’uso di un vocabolario che ci appartiene. Sta per “scrivi come magni”. Idem per la grammatica, e se quella ci sta sullo stomaco è meglio pigliare un Alka-Seltzer. Non si possono commettere errori di grammatica, davvero. Nemmeno quando c’è un correttore di bozze pronto a intervenire. Se dobbiamo dire la tal cosa ma non sappiamo come renderla, è meglio partire dai fondamentali. E a questo punto mi chiedo quando sia successo che tanti scrittorucoli – Yahoo Answers docet – si siano convinti che una buona idea – buona come le nostre trame tramortite? Ahia! – possa sopperire alla cronica mancanza dell’abc. Non è così, e per quanto io non creda ad alcuna regola valida per tutti, la grammatica la guardo con rispetto. Ecco, forse è questo il principio di cui dovremmo fare tesoro leggendo On Writing: per darsi al ciclismo occorre prima levare le ruotine alla bicicletta, e saperci andare a passeggio.

Arrivando alle dritte sui dialoghi – King cita un brano di Elmore Leonard, autore che io ritengo da sempre tra i migliori della specialità –, il Re fa notare come siano tra le cose più difficili da rendere su carta. Io – ma poi giuro di starmene zitta – trovo siano anche la parte più divertente da scrivere. O forse ho un sacco di gente che mi parla in testa e ancora non mi sono decisa a farmi vedere da uno bravo. Ok, stop, basta parlare di me.
Ovviamente i dialoghi caratterizzano ogni personaggio – non possono parlare tutti in maniera identica, nemmeno se escono dalla stessa accademia militare –, e per dare modo a Tizio e Tazio d’avere certe peculiarità, anche lessicali, occorre prima che Tizio e Tazio diventino veri. Le macchiette sono il vanto del teatrino delle marionette, e delle cinquanta sfumature.
E poi ci sono i simbolismi – ma potrebbero anche non esserci – che vanno proposti se occorre, o se nella rilettura ci accorgiamo che esistono. Non devono esserci per forza, ribadiamolo, ma se li scoviamo è bene usarli al meglio. Dunque una scrittura che cresce per gradi, una prima bozza scritta di getto e una seconda più ragionata. Non escludiamone una terza e una quarta, quel che basta a King non è detto basti a noi. L’importante è non immaginarsi già col prodotto finito alla prima stesura. Non succede mai.
Il Re ci ricorda anche di ambientare la vicenda – senza esagerare, meglio non sembrare guide turistiche – e di metterci della sostanza, ma guai a dimenticare che si sta scrivendo una fiction e non un saggio. Ci fa notare anche l’importanza dei retroscena, senza mai scordare che stiamo raccontando di altro: non lanciamoci in comunioni e cresime del protagonista, i lunghi flashback distraggono il lettore. Lui, il tale che ci legge, vuole sapere come va a finire la storia che abbiamo deciso di raccontare, del resto gli importa poco. E il resto, in effetti, serve a strutturare i personaggi, serve a spiegare perché fanno quel che fanno. Non è un album dei ricordi, non perdiamoci in stronzate.
La parte dedicata a scovare riviste letterarie che pagano i racconti pubblicati, e alla ricerca di un agente che possa rappresentarci nell’acquario editoriale, è piuttosto yankee e difficilmente spendibile qui da noi. Sul finale si torna all’autobiografico e il Re spiega con dovizia di particolari il motivo per cui – a volume già iniziato – ha dovuto interrompere: è stato investito da un’auto e se l’è vista brutta. Seguono specifiche mediche e riabilitative che mi hanno fatto sbadigliare e l’esempio di revisione – il prima e il dopo – che ho bellamente saltato. Dopo tutto quell’E.R. – i Medici in prima linea, ricordate? – s’era fatta ‘na certa.

Dunque un manuale interessante ma non determinante, lo stesso potrei dire delle scuole di scrittura. Anche qui il Re ci viene in aiuto: una buona scuola di scrittura creativa – quale scrittura non lo è? – può dare le dritte giuste per passare da bravino a bravo, ma non fa miracoli. Però, è il caso di dirlo, almeno lì si trovano persone disposte a prenderci sul serio quando ammettiamo di voler scrivere. E immagino sia per questo che ne sto lontana.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

10 responses to ““On Writing. Autobiografia di un mestiere” di Stephen King (trad. Tullio Dobner).”

  1. Bia says :

    Io non scrivo, pertanto ho letto questo libro solo ed esclusivamente perché sono un’impicciona, volevo conoscere la vita del Re. Ho comunque gradito anche la parte dei “consigli per la scrittura”, in generale questo libro mi è piaciuto

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  2. Daniele says :

    C’è un motivo valido, secondo coso, per non usare le forme passive? Perché se una lingua le prevede, vuol dire che servono. Posso capire – come per aggettivi e avverbi – il concetto del “dosa bene le spezie e il sale” ma gli assoluti, in scrittura come in altri ambiti, mi convincono poco.

    A parte ciò, On writing mi incuriosisce da un po’ di anni – sarà che il gossip sugli scrittori mi è sempre sembrato più interessante di quello sui tronisti…

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    • Gaia Conventi says :

      Pare che le forme passive siano pesanti. Immagino si intenda che sono pesanti per lo stomaco del lettore medio.
      Tenevo il libro sul comodino e lo guardavo con riverenza e vago terrore. E invece è leggibile, senza usare l’inginocchiatoio. 😉

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  3. tibi says :

    Di questo libro ho la versione originale, quella tradotta devo ancora recuperarla ma giuro che lo farò. Sono contenta che tu lo abbia recensito e ammetto che non sono affatto obiettiva. Se non fosse già sposato, King incarna perfettamente il tipo d’uomo che vorrei accanto. Non pensiamo male, per cortesia, capiamoci 😄 il suo stile di scrittura mi piace moltissimo: non usa frasi contorte, ma corte che puntano dritto al sodo. Ok ok, lo sapevo che quando comincio a parlare di lui sfocio nel fangirlismo più totale.
    Tornando alla recensione, mi è piaciuta molto! A dire la verità pensavo lo stroncassi, mi hai sorpresa!

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    • Gaia Conventi says :

      Eh, lo so, stronco un sacco di cose che uno non stroncherebbe mai. Ma devo ammettere che il buonsenso di King mi sembra la cura migliore alla scribacchieria dilagante: se si vuole scrivere qualcosa di degno occorre restare coi piedi per terra. Poche palle. Scrivere, leggere, riscrivere e rileggersi. Non sono previsti miracoli. Ma vallo a dire ai tramisti… 😉

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  4. alessandrap says :

    Ho letto questo libro molto tempo fa, attratta più dal sottotitolo che dal titolo vero e proprio. Mi è parsa molto interessante la sua vita, tutto il resto – visto che non scrivo – una dose di sano buonsenso. E di quello, avercene.

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