“Gli indifferenti” di Alberto Moravia (“receslawa” per il Reading Challenge 2016 e con la ciliegina della recensione facciale).

Della volta in cui Moravia mi raccontò di come la follia e l’indifferenza siano mali da non sottovalutare…

Dopo aver miseramente fallito l’approccio alla categoria “Un classico della letteratura italiana” – mi consola sapere che anche la mia bibliotecaria di fiducia trova Il Milione una faccenda noiosetta – ho deciso di rileggere Gli indifferenti. Un libro che di certo conoscete in tanti, quindi eviterò di recensirlo in maniera classica (sempre che mai abbia fatto una cosa del genere, non sarebbe da me).

Non potendo dirvi nulla che altra brava gente – molto più brava di me – già non abbia detto, farò una receslawail termine è nato qui – e vi racconterò perché ho ripreso in mano questo testo di Moravia.
Solo il cielo sa come il tomo di rosso vestito sia arrivato sui miei scaffali. Io l’avevo in un’edizione diversa. Ne sono certissima, anche se sono passati quasi ventidue anni dall’ultima volta che ho sbirciato la vita annoiata, indifferente e decisamente assurda di questi individui. La prima volta mi era successo su esplicito invito della mia compagna di stanza, erano gli anni dell’università e io risparmiavo sull’alloggio tenendomi accanto una pazza. Che fosse pazza lo scoprii poi.
E dunque la siurina mi recapitò il libro direttamente sul copriletto: «Leggiti ‘sto romanzo, mi sembrate tu e gli amici che frequenti». Ammetto che conoscevo la vicenda soltanto di striscio. Non ricordo se al liceo m’avessero appioppato Moravia, ma a quei tempi – e in seguito di più – facevo un po’ come mi pareva. Non a caso ho smesso di prestare attenzione alla matematica in seconda liceo, e allo Scientifico non è cosa da tutti. Per me la matematica era come l’ora di religione: non ci credo, mi dissocio! Non so che combinassi per ovviare al tanto tempo libero lasciatomi dallo scansare quella fondamentale materia, probabilmente studiavo qualche copione: erano gli anni in cui mi dilettavo col teatro dialettale. Comunque sia, sono uscita dallo Scientifico ignorando molte cose a approfondendone altre, forse scambiandolo per un quinquennio di crescita personale. E nella maniera più personale possibile.

Ma dicevamo dell’amica folle e del suo dono libresco. All’epoca ci rimase male scoprendo che il libro mi era piaciuto, e pure parecchio. È che non ci vedevo niente di attinente al mio modo di campare, la noia non è mai stata uno dei miei tratti peculiari e ho sempre scansato gente che l’avesse tra i propri passatempi. Uscivo con amici piuttosto differenti tra loro – altre facoltà, altre nazionalità – e andavamo a concerti, ci facevamo qualche birra. Più che indifferenti eravamo squattrinati, ma gli studenti fuori sede lo sono spesso.
Non avendo quindi sortito l’effetto sperato, la mia regalatrice passò al piano b ed è stato in quel momento che ho capito: era pazza – magari in seguito è rinsavita – e voleva entrare a far parte della mia piccola squadra d’amici e conoscenti. E così cominciò a vestirsi come me. A truccarsi come me. A farsi trovare pronta mentre stavo uscendo, quasi per caso e dopo aver ravanato a lungo nel mio armadio.
Forse il mio più grande sbaglio è stato non darci peso, e qui sì mi sono dimostrata degna del romanzo: ho fatto finta di niente. Ho lasciato che le cose andassero come dovevano andare, proprio come i fratelli Ardengo de Gli indifferenti. Lei, in seguito, non ancora contenta del risultato, ha cominciato a fantasticare su di me, raccontando in giro una vita parallela che non avevo. Un po’ come fa Mariagrazia, la mamma dei due Ardengo, la vedova che ormai Leo Musumeci ha messo in disarmo per cercarsi un’amante più giovane. Nel libro è la figlia di lei, ma Mariagrazia è convinta sia Lisa. L’amica Lisa che invece vorrebbe spupazzarsi il figlio inetto di Mariagrazia. Dunque un gioco di specchi – e di letti – e i pensieri di tutti che vanno a scrivere un libro nel libro: quello che vorrebbero fare davvero non si concretizza mai, e loro fanno tutt’altro. Alla stessa maniera la mia coinquilina – un tantino fuori di melone –, mi attribuiva salti della cavallina e relazioni mai avute. Le raccontava in giro, sembrava diventata la mia biografa. Tutto pur di riempire le sue giornate. Non certo le mie, che già stavano bene così.

Ma io leggendo Gli indifferenti, nella mia beata idiozia dei vent’anni, tra lezioni all’università, spesa fatta in comune per risparmiare anche sulla pummarola e concertini di gruppi emergenti nei locali Arci, questo suo malessere non l’avevo capito. Me lo fece notare quella che all’epoca era la fidanzata di mio fratello, quando la vide uscire indossando il chiodo, i jeans strappati, sfoggiando un caschetto liscio e una riga nera sugli occhi. Sembrava me. O io sembravo lei. Insomma, ci somigliavamo parecchio. E lì il romanzo che mi aveva regalato – e che ho riletto trovandolo splendido, ora più di prima – mi ha bisbigliato all’orecchio una sacrosanta regola di vita: stai lontana da chi si annoia, è gente che fa più danni dell’ebola. Consiglio che seguo ancora e che non mi ha mai tradita.

E la recensione di Gli indifferenti? Ah, non chiedetela a me, di un classico non potrei svelarvi alcunché. Nemmeno posso dirvi che fine ha fatto la mia ex coinquilina, l’ho persa di vista l’anno successivo. È stata sostituita con un’altra tizia, stramba pure quella. Ma almeno era innocua e non mi ha mai fregato i vestiti nell’armadio.
Ho ovviato al finale aperto scelto da Moravia con un taglio netto, ho però usato questa esperienza infilandola in un romanzo. Forse non lo leggerete mai, ma se accadrà sappiate che il merito va tutto a quella matta che ha cercato di diventare me. È proprio vero che la realtà sa farsi apprezzare per i suoi innumerevoli colpi di scema.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

6 responses to ““Gli indifferenti” di Alberto Moravia (“receslawa” per il Reading Challenge 2016 e con la ciliegina della recensione facciale).”

  1. Daniele says :

    La noia è quello stato dell’anima che mi ha sempre fatto fare le cose più stupide (meno male che mi diverto spesso e con poco) perciò capisco chi dice “evita la gente annoiata, è pericolosa”.
    Il libro non l’ho letto, ma “star wars: l’attacco dei cloni” dal vivo l’ho visto spesso – non ai miei danni, non sono molto stiloso – e l’ho sempre trovato inquietante: cioè, da un lato ammiro chi ha forti doti mimetiche, siano esse fisiche o mentali, dall’altro penso che i risultati più intensi e duraturi richiedano di essere bottiglie vuote da riempire, perciò mi spiace per la tua compagna di stanza, spero che sia migliorata crescendo 😕
    Però pensaci: avrebbe potuto chiuderti in cantina, impersonarti per anni… ora sarebbe lei, la blogger di Giramenti! Paura!

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    • Gaia Conventi says :

      Ah, non si può mica sapere, eh? Magari sto davvero chiusa in cantina ed è la tizia a intrattenervi su questi schermi. 😉

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      • Daniele says :

        Ci ho anche pensato, ma a volte il mio humour da famiglia Addams viene frainteso e non ho osato >_< però potrebbe essere la trama del tuo prossimo libro 😛
        Il titolo? Giallo di zuccona, in onore della tua compagna di stanza di allora – e al grido di "due piccioni con una fava" avremmo anche una new entry per "Il nome della cosa" ^_^

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        • Gaia Conventi says :

          Qui non si butta via niente. Giallo di zuccona è già nei nostri cuori.
          Ho rivisto la tizia qualche settimana fa su Facebook, ha messo un “mi piace” a una foto dove avevo taggato un’amica comune. Che fosse così stretta l’ho imparato in quel momento. Così ho visto che la mia ex me si è sposata e ha messo al mondo un bel bambino. Ho bannato lei, il marito, il figlio no perché non ha un account. Il mondo è piccolo e il ban aiuta a sopravvivere. 😉

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  2. minty77 says :

    Ho dovuto leggere “Gli indifferenti” al liceo, e ne ho anche io un ricordo molto bello. Cioè, bellissimo il libro, orrorifico quel che racconta. Ero ipnotizzata dallo spettacolo della miseria umana che squaderna…

    Credo sia da dare un grande merito a Moravia. Con me c’era la scusa che, comunque, sono sempre stata una lettrice indefessa. Ma quest’anno a mio cugino hanno appioppato lo stesso romanzo, da leggere in estate, e benché lui, invece, sia un lettore-di-malavoglia, che di solito vive malino l’obbligo alla lettura, questo romanzo se l’è bevuto in pochi giorni, per poi correre a parlarmene, esterrefatto.
    Miracoli della buona scrittura? 🙂

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