“La mia vita con papà” di Maria Carla Fruttero (per il Reading Challenge 2016 e con recensione facciale).

Una E commerciale con qualcosa di speciale.

È arrivato il momento d’accontentare la categoria 10 del Reading Challenge 2016: “Una biografia”. In questo caso si tratta dell’autobiografia di Maria Carla Fruttero, ma Carlo Fruttero è talmente presente – il titolo non è un caso – che direi di non aver preso un abbaglio: la categoria 10 può dirsi soddisfatta.

Uno di quei libri che raccontano della genesi di altri libri, mettendoti una gran voglia di leggerli tutti. La mia vita con papà è una narrazione snella, funziona perché non ha fronzoli, nessuna velleità di lirismo poetico. Al suo interno anche alcune lettere che papà Fruttero spediva a Maria Carla dai suoi ritiri letterari in compagnia di Lucentini. Due scrittori che viene sempre da citare assieme, quasi fossero – e fossero stati – una coppia di fatto.
Di Fruttero colpisce la forza d’animo – la moglie soffriva di depressione – e la capacità di trovare sempre qualcosa di cui ridere, anche nelle situazioni peggiori. «Lui viveva gli attimi, il presente. Se c’era un problema si affrontava al momento, se si riusciva a risolverlo bene, altrimenti pace. Nella vita conta solo il modo in cui ti poni di fronte alle circostanze, più è distaccato, positivo, ironico, leggero, meglio è per tutti, ma soprattutto per te» (pagina 78).
Del collega Lucentini, definito da Fruttero un bricoleur della scrittura, Maria Carla ricorda l’ingegno nel risolvere gli inghippi – anche in fatto di trame – con la soluzione più semplice. La frase che meglio lo caratterizzava pare fosse «E che sarà mai!», motto che già prima della sua dipartita era entrato nel lessico familiare dei Fruttero.

E poi la carrellata di personaggi famosi, famosi per noi ma per i Fruttero erano amici e vicini di casa. Da Roger Moore che svernava accanto a loro e che il ruolo di James Bond fece sparire da un giorno all’altro dalle loro frequentazioni abituali, agli amici con cui condividere una gita in barca: Italo Calvino, Pietro Citati, Gianni Merlini. «Quando Italo e Chichita comprarono la villa a Roccamare papà si sentì finalmente a casa. Gianni da una parte, Pietro dall’altra e ora anche Italo» (pagina 116). Alla faccia del vicinato!
Ma Maria Carla Fruttero racconta anche gli impegni pubblici del padre, tra cui il Campiello del 2007 dove sfoggiava le incredibili espadrillas gialle.

 

Un uomo fuori dal comune, una persona non sempre facile da sopportare – e da accudire, la figlia l’ha fatto per molti anni – ma pare che il genio abbia sempre parecchi spigoli. «Mi aveva insegnato senza insegnare, con l’esempio quotidiano. Il bicchiere mezzo pieno, il valore dei dettagli, l’umiltà, il basso profilo, ma anche la tenacia, la forza di lottare, di non darsi mai per vinti, la curiosità, lo stupore per la vita, sempre inaspettata, sempre sorprendente, anche nelle avversità» (pagina 248). Decisamente una persona interessante, anche nel quotidiano. E quindi il volume va tra i “Libri sì”. Metti non sia un capolavoro, ma non credo volesse esserlo. Un tributo, ecco. Un omaggio a un papà fuori dall’ordinario, e a uno scrittore straordinario. Così tanto da essere l’autore di uno delle migliori orazioni funebri in cui sia incappata, quella all’amico Franco Lucentini, suicidatosi nel 2002.

Franco era un bricoleur perché era capace di escogitare mille soluzioni in situazioni anche difficilissime. Lui trovava sempre un’idea, sapeva sempre mettere un chiodo in un certo modo.
Si era fatto un apriostriche. Ogni tanto ci vedevamo, in inverno, a Natale, in Francia: gustavamo le ostriche, naturalmente lui non aveva un apriostriche, ma nel suo atelier pieno di attrezzi si fabbricò un congegno per aprire le ostriche. Non era semplice: tiravi da una parte, giravi dall’altra, c’era un pedale, alla fine comunque l’ostrica si apriva, in un modo o nell’altro. Gli piaceva fare con quel che c’era. Anche da scrittore: la vita ti mette a disposizione un certo numero di cose e tu con quelle, con quelle parole, quei versi, quei precedenti – quegli Omero, quei Dante, quei Petrarca, quegli Shakespeare –, con quello ti arrangi, non ti è dato di fare di più.
Da bricoleur fai con quello che trovi: gli aggettivi sono sempre gli stessi, li rigiri, ci metti davanti un’altra parola. Franco Lucentini ha sempre fatto così. È stato bricoleur anche di fronte al dolore terribile che gli dava la malattia, soprattutto di fronte all’umiliazione di essere ormai non più autosufficiente, di aver bisogno di tutti, perfino per le necessità quotidiane: per mangiare, per nutrirsi, per portarsi lo yogurt in bocca, per qualsiasi altra cosa. Farsi la barba era diventato uno sforzo immane.
D’altra parte lui odiava il rasoio elettrico, perché aveva le sue fissazioni. Tutti sappiamo, noi suoi amici – e siamo tantissimi –, che era un grande fissato, un rompiscatole. Per esempio lui aveva in mente che il Castello di Fontainebleau non valeva niente e ci impediva di andarlo a vedere. Quando noi decidevamo di andare lo stesso a visitarlo, lasciandolo a casa, allora lui, tutto digrignante: “Cosa andate a vedere il Castello di Fontainebleau!”. Era fatto così. In queste e in mille altre cose che non posso raccontare. Forse le racconterò un giorno, se passa questo momento.
C’era insomma una crisi: che cosa poteva fare? Quando qualcuno mi ha detto che si era ucciso in quel modo, ho pensato: “Come ha fatto?”. Quella tromba delle scale è larga come il tavolino di casa mia, ci è voluto non solo un coraggio mostruoso, da me inconcepibile, ma anche un’astuzia. Si sarà messo in che modo? Come avrà fatto? Come si sarà sporto? Deve avere pensato, escogitato tutto prima. Poi, al momento della disperazione, quando avrà visto che non c’era altra maniera per smettere di soffrire, per levarsi di torno da una vita orrenda, è riuscito a infilarsi in quella tromba assolutamente insufficiente. Perché lui aveva calcolato che sarebbe andata bene lo stesso. Ha fatto un suicidio da bricoleur, per così dire, si è arrangiato con quello che aveva a disposizione. Pillole? Non ne aveva. Buttarsi nel fiume? Gli sarebbe stato difficile arrivarci col bastone, e poi lo avrebbero ripescato subito. I treni, lontanissimi. Ha fatto come poteva, con quello che aveva sottomano. E purtroppo ci è riuscito.
Meglio così, perché se no… Io ho passato tutta la vita di lavoro con Franco; e Franco trovava sempre un sistema, un modo, una soluzioncina di basso profilo per andare avanti, per fare una frase in più, un capitolo in più, far morire un personaggio, chiudere una finestra, mettere il miglio per gli uccelletti, delle volte mi costringeva a segare delle assicelle dicendo sempre: “Eh, che ci vuole, che sarà mai, che sarà mai?”.
Io certo non ero lì, lunedì mattina, e poi il momento era tragico, disperato, però son sicuro che lui prima di buttarsi avrà pensato: “Ma che sarà mai ‘sta morte, insomma facciamola finita. Che sarà mai!”.
La mia è solo e del tutto una congettura. Però son sicuro che lui l’ha pensato: “Che sarà mai!”.

9 agosto 2002

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

7 responses to ““La mia vita con papà” di Maria Carla Fruttero (per il Reading Challenge 2016 e con recensione facciale).”

  1. Monica Spicciani Art says :

    Grazie di questa bellissima recensione.

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  2. Andrea says :

    “La vita ti mette a disposizione un certo numero di cose e tu con quelle, con quelle parole, quei versi, quei precedenti – quegli Omero, quei Dante, quei Petrarca, quegli Shakespeare –, con quello ti arrangi, non ti è dato di fare di più.
    Da bricoleur fai con quello che trovi: gli aggettivi sono sempre gli stessi, li rigiri, ci metti davanti un’altra parola”.
    Idealmente a capo del mio minuscolo tavolo da lavoro ormai tredici anni.
    Gentile Gaia che lezione sublime per i “Gegni” di ogni razza e colore.
    Un caro saluto Andrea

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  3. Daniele says :

    Mo’ mi hai messo curiosità – e nella mia somma ignoranza ammetto di non avere la più pallida idea di chi siano Fruttero e Lucentini, ma mi hai incuriosito lo stesso :-O

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