“Mattatoio n°5” di Kurt Vonnegut, trad. di Luigi Brioschi (per il Reading Challenge 2016 e con recensione facciale).

Corpi e corpi celesti. «Così va la vita» (cit.).

Ci sono certi titoli che ti girano per la scatola cranica, sbattendo di qua e di là fino a diventare fastidiosi. È questo il caso di Mattatoio n°5, e l’unica soluzione era aggiungerlo – stava spingendo, il poverino – alle letture del Reading Challenge 2016. Così accontento quell’insistente di Vonnegut e pure la categoria “Un classico della letteratura straniera”.

Mattatoio n°5 è uno di quei libri con più chiavi di lettura. Si va dalla più semplice – «Cazzo avrà mai voluto dire?» – alla versione che include i massimi sistemi. Non essendo particolarmente portata per le cose troppo intelligenti, vi dirò la mia impressione da lettore medio. Titolo onorifico che mi sono guadagnata sul campo. Ebbene, cari loro, a mio modestissimo avviso – e voi sapete che è modesto davvero – questo libro è un gran bel libro. Noti che il tizio l’ha pensato parecchio, l’ha meditato anche nelle virgole; grazie al cielo è una pesantezza d’animo tutta sua e il lettore non ne soffre. Mai. Nemmeno quando Dresda viene rasa al suolo.
L’attacco degli Alleati fece un numero spropositato di morti, difficile dire quanti. Secondo Vonnegut sono stati 135.000. Ci basti sapere che si sono trovati corpi fino al 1966 e che più del novanta percento della città è scomparso sotto la polvere. Ho reso l’idea? Direi di sì. Ecco perché Mattatoio n°5 – «Gli americani vennero condotti al quinto edificio oltre il cancello […]. Il loro indirizzo era questo: […] Schlachthof significava mattatoio; fünf era il vecchio buon numero “cinque”» (pagina 142) – è un romanzo antimilitarista. Vonnegut lo scrisse nel ’69, dopo essere sopravvissuto ai campi di prigionia e, appunto, alla sistematica demolizione di Dresda.

Il protagonista è Billy Pilgrim, un tizio tagliato per fare il soldato più o meno quanto io sono adatta a fare la massaia. Nel ’44 incontra Roland Weary, soldato semplice e sua nemesi. Roland è un fottuto bastardo. Entrambi vengono catturati dai tedeschi durante l’offensiva delle Ardenne, da lì inizia la transumanza sul vagone prigionieri. E fin qui potrebbe essere una sorta di diario delle disgrazie di Pilgrim, ma niente è così semplice. Il romanzo compie salti temporali da fare invidia a un canguro in preda al delirium tremens e ritroviamo Billy in età differenti, ma soprattutto siamo testimoni dei suoi ricordi fantascientifici: il poveretto viene rapito dai Tralfamadoriani – non riuscirete mai a dirlo tenendo un chewingum in bocca – e diventa l’attrazione umana del loro zoo.
Gli abitanti di Tralfamadore sono esseri eterni che vivono contemporaneamente in tutti gli istanti del tempo, insomma sono aggeggi poco tagliati per le feste a sorpresa. Loro – che da vedere sembrano scopini da gabinetto – sanno già come andrà a finire, conoscono il primo istante di vita dell’universo e già sanno che tutto andrà in vacca per colpa di un incidente causato da un pilota tralfamadoriano durante un test di volo. Quindi fatevi coraggio, l’universo farà quella fine lì, ché tutto è ineluttabile. Persino la guerra. Anche a Tralfamadore, dove gli abitanti – gli scopini – sono esseri pacifici.
Billy, ormai anziano, decide che è ora di rivelare al genere umano quanto ha appreso dai suoi viaggi su Tralfamadore. Scappa di casa – dove la figlia lo accudisce trattandolo come un cretino –, partecipa a un programma radiofonico a New York e racconta la faccenda. Lo cacciano via, e non poteva essere altrimenti.

Da segnalare il leitmotiv del libro: «Così va la vita». Ne ho contati 103, potrebbero anche essere di più. Perché, come recita la Preghiera della serenità, «Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza». Ma non mandarmi in ferie su Tralfamadore che il clima fa schifo e la compagnia è piuttosto noiosa.

*Nella foto indosso un elmetto italiano. I precisini direbbero che avrei dovuto metterne uno yankee, ma i precisini non tengono conto che il libro in questione è tradotto in italico idioma. E poi, insomma, ma che cavolo vengono a fare qui i precisini? Via, sciò!

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

3 responses to ““Mattatoio n°5” di Kurt Vonnegut, trad. di Luigi Brioschi (per il Reading Challenge 2016 e con recensione facciale).”

  1. Daniele says :

    Devo dire che l’elmetto si abbina bene alla sciarpa 🙂 e questa cosa delle recensioni facciali sul blog è divertente 😉

    Il libro l’ho sentito nominare spesso, prima o poi gli dovrò dare un’occhiata, ne sento sempre parlare così bene. Anche se mi sa che il mio ottimismo di fondo ne uscirebbe malconcio…

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    • Gaia Conventi says :

      Ecco, come dire, la sciarpa la porto abitualmente. Proprio quella lì, presa da un demolitore militare. Ovviamente ‘ste sciarpe le vendono anche nuove, eh? Ma vuoi mettere il fascino di portare a spasso il surplus militare del nostro esercito? L’elmetto fa parte di una collezione di roba varia, ho anche un bellissimo caschetto degli anni ’60: regalo di una amica bolognese col babbo che prestava servizio nella Stradale. Avevo anche una bella drop italiana, l’ho regalata a mio fratello da indossare nella sua ultima commedia. Le cose vanno, le cose vengono, alla fin fine fanno sempre comodo. Eh, la fortuna d’avere una casa grande!
      E poi, sì, lo ammetto: fare recensioni facciali è divertente. Un antistress a costo zero.

      Per quanto riguarda il libro, posso assicurarti che l’ottimismo tiene bene. Il tono qui è lieve, a tratti divertente, assurdo. Insomma, io lo consiglio anche agli ottimisti. 🙂

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